Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Una nostra brava scrittrice e saggista, Angela Bianchini, si sta occupando di «trivializzazione»: se non capisco male, è il fenomeno per cui sacro e profano si confondono e rimescolano malamente. Il fenomeno, dice la scrittrice, si impone all’attenzione soprattutto negli Stati Uniti d’America. Qui detersivi e formaggi vengono ormai normalmente pubblicizzati con slogan fatti di espressioni e immagini bibliche. E, d’altra parte, i preti delle varie chiese e sette religiose nordamericane parlano, nei loro sermoni, il linguaggio sfrontato degli slogan pubblicitari.
La scrittrice si chiese e mi chiede se lo stesso sta succedendo in Italia. Direi proprio di no. E per varie ed opposte ragioni.
Cominciamo dalla pubblicità. Che espressioni ed immagini bibliche finiscano nei Caroselli non c’è proprio da temerlo. E non per rispetto della religione, tutt’altro. Il fatto è che nel nostro paese si legge poco in generale (gli editori sono contenti e felici quando di un libro non scolastico vendono duemila copie, una ogni venticinquemila abitanti!), ma il libro meno letto di tutti è, senza dubbio, la Bibbia.
Siamo un paese cattolico e cristiano nel Concordato e nelle statistiche religiose dell’UNESCO. La verità ben nota è che tre secoli e mezzo fa in Italia la gente fu costretta a piegare il capo alla Controriforma, ma, da allora, ripagò la Chiesa di Roma con l’ossequio formale dell’andare a messa e col sostanziale distacco da ogni forte sentimento religioso.
Bibbia e Vangeli da noi li leggono solo i preti più colti, per ragioni professionali, e pochi atei arrabbiati. Un placido analfabetismo religioso, venato di superstizione, è la aria che respira tutto il resto della popolazione. La gente, quindi, non capirebbe un’acca se i Caroselli usassero immagini bibliche: a parte il frutto di Adamo ed Eva (frutto, e non mela, come crede la maggioranza) chi ne sa niente?
Per questo lato, dunque, siamo al riparo dai pericoli della trivializzazione: ci salva l’ignoranza.
Ma c’è da badare all’altro aspetto: come parlano i nostri preti? È vero che parlano dei santi come di personaggi televisivi, dei sacramenti come dell’olio di oliva? Anche qui si deve rispondere no, e anche qui vale la pena di capire, però, che le ragioni sono varie e diverse.
C’è una parte dei nostri preti, una parte che è la maggioranza tra i prelati più alti, rimasta legata al linguaggio chiesastico tradizionale. Lo identikit di questo concorrono a formarlo sia preti favorevoli alla tradizione sia preti che cercano di staccarsene. Ecco, per esempio, che cosa scriveva qualche anno fa un prete tradizionalista lombardo delle sue esperienze di seminario e della sua assimilazione dello stile tradizionalistico:
«Il rettore del Seminario veniva a tenerci la predica la domenica mattina. Prendevo note senza ritegno. Qualche frase, qualche avverbio, scivolava anche nei miei temi, e se talvolta si doveva parlare in pubblico, anch’io puntavo lo sguardo a mezz’altezza, socchiudevo gli occhi e spremevo le parole cavandomele dal fondo dell’anima: le anime non dovevano essere troppo agitate; bastava un gesto dolce ad esprimere la emozione… Il tono era tipico: un tono per nulla concitato e declamatorio, anzi perfino un po’ crepuscolare».
Quando i preti che respingono queste dolcezze crepuscolari si sono fatti numerosi, verso la fine degli anni Sessanta, il cardinale arcivescovo d’una diocesi particolarmente ribelle scese anche lui in campo (e ci dette un altro tratto dell’identikit)
«Gridare contro i ricchi, contro la guerra, contro la fame, oggi è di moda…Dir male della società è facile… È attraverso la riconciliazione con Dio che si giunge al vero amore del prossimo e, quindi, al risanamento della società… È attraverso la riconciliazione con Dio che si giunge al vero amore del prossimo e, quindi, al risanamento della società… È questa la predicazione che occorre agli uomini d’oggi. Non si può abbassare la parola del Vangelo a livello di polemica sociale…!».
Uno stile tutto dolcezze, lontano da ogni riferimento preciso alle basse cose di questo mondo (la fame, la guerra, la ricchezza, la società), «perfino un po’ crepuscolare»: ecco lo stile ideale dei preti tradizionalisti.
Dunque, tra costoro non c’è paura che, almeno per ora, facciano capolino slogan di Caroselli e poco crepuscolari poppe di attricette.
Ma anche gli altri, i ribelli, sono tra noi lontani dal mondo di cartapesta dorata, di fasulli sbrilluccichii che la tivvù propina alle nuove della sera. Essi cercano a tutti i costi la autenticità, anzitutto nel modo stesso di esprimersi. Uno di loro, tra i più appassionati, don Lorenzo Milani, scriveva qualche anno fa di essere abbonato a un giornale cattolico italiano e al giornale cattolico francese «Témoignage Chrétien» e così osservava (erano i tempi della repressione francese in Algeria):
«Se non avessi avuto il secondo non mi sarei mai accorto sul primo di quel che fa la polizia francese. Non che la notizia non ci fosse ma era riportata senza particolari. Quanto basta per non accorgersene. Sul giornale francese, invece, si sente spesso la testimonianza diretta dei torturati. E non solo le cose dolorose, anche le volgari: “Enculer il torturato, pisciargli in faccia, fargli assaggiare la merde française, passargli l’alta tensione per i coglioni, ecc.”. Quattro frasi che non leggeremo mai su un giornale cattolico italiano. C’è chi se ne rallegra perché le trova sconce. Io, invece, sento una gran tristezza ad appartenere a una Chiesa in cui le cose non hanno mai il loro nome. Il galateo, legge mondana, è stato eretto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice, ma ci mette un elettrodo…il galateo vuole che lo si accolga col sorriso».
Questo bisogno di esperienza diretta, questa volontà di parlare dei fatti senza giri di parole, caratterizza tutte le nuove comunità ecclesiali nel nostro paese, dall’Isolotto fiorentino a Oregìna, dal settimanale «Com» (bestia nera del benpensantismo clericale) alla comunità romana di San Paolo. «Qualunque persona del quartiere potrà proporre dei fatti da presentare nella predicazione», scrivevano quelli dell’Isolotto. E l’abate di San Paolo, don Giovanni Franzoni, ha detto: «In noi sacerdoti, spesso, troviamo infedeltà alla verità, artificiosità, mancanza di convinzione. La giovane coppia di sposi che si avvicina per celebrare il proprio matrimonio nella chiesa, trova una sequela di cose false. Tutta l’atmosfera che noi creiamo nell’amministrazione dei sacramenti è tanto falsa quanto falsi sono gli inginocchiatoi del Settecento o i drappi di damasco o i fiori senz’acqua e l’altare e le colonne di marmo…».
I preti di queste nuove comunità cattoliche sono dunque assai lontani dall’idea di accettare le bugie e falsità del linguaggio pubblicitario. Invece, chi cerca di portare alla luce con chiarezza i problemi concreti e reali della nostra vita sociale, trova in loro dei preziosi compagni di lotta.
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