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Luzzara in poesia

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 22 novembre 1974


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«Caro Pierro, come vorrei essere capace anche io di scrivere poesie nel mio dialetto (mi sembra che verrebbe, riuscendovi come Lei, a diminuire lo spazio tra l’essere e l’esprimersi). Ma è così grave, voluminoso. Forse noi siamo noi, e lei lo dimostra ancora una volta, a dare alle parole il loro vero peso, il loro vero senso».

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Alle soglie dell’estate del 1971, così scriveva Cesare Zavattini al poeta lucano Albino Pierro. L’esempio di questo straordinario poeta, che ha fissato su pagina il dialetto di uno sperduto paese di Basilicata, Tursi, e lo sta salvando grazie alla risonanza sempre più vasta che le sue poesie hanno non più solo in Italia, ma nell’intera cultura europea, questo esempio ha continuato ad agire e agitarsi nella coscienza di Zavattini. Luzzara, il suo paese sulle rive del Po, ha un dialetto, che è anche il suo, di Zavattini, un dialetto che è una parte del suo essere più profondo. Ma il dialetto di Luzzara era sempre rimasto di qua della soglia della scrittura.

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Carica pedagogica

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Spinto dall’esempio di Pierro, Zavattini si è poi avventurato a mettere su carta a quel che prima era stato soltanto suono, chiacchiera, grido, mugolio. Nascono le prime liriche dialettali, in dialetto di Luzzara. Tra le prime, l’intensa «La Basa».

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Zavattini vuole scrivere solo cinque, sei poesie, non di più, per carità, confida gli amici.

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Ma la sua gioia di mettere su carta il suo essere più profondo senza passare per la lingua di scuola, ma parlando così come mamma lo fece, è troppo grande. I versi si susseguono ai versi, le poesie alle poesie. Riflessioni, mugugni, memorie, pensieri da «satura» montaliana si alternano ad attimi lirici di espressione più distaccata, assoluta.

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Le poesie diventano cinquanta, e si raccolgono nell’eccezionale volumetto Stricarm’ in d’na parola (stringermi in una parola) pubblicato un anno fa da Scheiwiller.

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Vale la pena richiamare questa esperienza di Zavattini per fare festa a un uomo che tutti amiamo, e per dirgli «a mezzo stampa» che, come un buon vino autentico, invecchiate di un anno le sue poesie, sono ancora più saporite. Vale la pena richiamarla perché questa esperienza ha una straordinaria portata pedagogica, scolastica.

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Di questa affermazione il primo a sorprendersi rischia di essere Zavattini, lui che alle varie prove dell’esistenza di Dio, una ne aggiunge non compresa nei libri di teologia per affermare che «Diu al ghé» alla maniera luzzarese.

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Eppure, se i ben pensanti lo permettono, c’è qui una straordinaria carica pedagogica. Zavattini non è davvero uno a cui siano mancate occasioni per esprimersi: cinema e disegno, prose e documentari, acquarelli, dischi, versi e olii, quanti mai modi di espressione ci sono in circolazione, tanti ne ha usati e amati. Eppure, nessun mezzo espressivo gli ha dato il senso di libertà e di felicità, come ricorso al suo dialetto nativo, alla parlata viva e vegeta dei suoi compaesani «dla lega».

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Il recupero del dialetto come momento di liberazione, come occasione di espressione di tutto un patrimonio altrimenti nascosto, come festosa esplosione di contenuti e immagini altrimenti soffocati, perduti: se questo è vero per chi come Zavattini si è espresso già in cento e mille modi, quanto più vero sarà ed è per il bambino che entra per la prima volta nelle aule scolastiche.

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Ma, si dice e si obietta, il dialetto è archeologia, chi ne sa più niente. Ma l’obiezione non regge. Se guardiamo alle cose con occhi cittadini e borghesi di Roma, Torino, Milano, i dialetti paiono spariti e dissolti.

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Ma se usciamo dallo stato urbano e borghesi della nostra società, se perforiamo la crosta esile dei laureati (1,8 per cento della popolazione), diplomati (6,9%) e licenziati (14,7%), se ci inoltriamo nei centri minori, nelle campagne, nel Veneto, nel Mezzogiorno, tra la grande massa di coloro che hanno solo la licenza elementare (44,2%) e tra i milioni e milioni (32%, un italiano su tre) che a scuola ci sono stati e no (semianalfabeti e analfabeti dichiarati) i dialetti li ritroviamo come realtà ancora ben presenti.

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In queste settimane, con Mario Lodi e i suoi collaboratori, con Irene Alberti, Carla Ciofi, Angela Parola, Maria Chiara Starace ed altre colleghe e compagne del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti di Roma stiamo mettendo a punto un questionario sull’uso persistente del dialetto, questionario destinato a bambini e ragazzi.

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La validità didattica del questionario l’abbiamo assaggiata durante tutto l’anno scorso, in scuole elementari e medie di borgata, di paese, di varie città.

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Dappertutto, potete parlare di dialetti, del modo vivo e reale con cui si esprimono nelle case per le strade, per i ragazzi e bambini è stata una festa. E sono emersi i dati che fanno assai dubitare della validità di una scuola che finge di ignorare l’esistenza dei dialetti, o li subisce come un peso grave, una dannosa remora.

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Rivolo di cultura

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Su oltre mille bambini romani intervistati, si contano a centinaia quelli che a casa trovano in uso ancora e solo i dialetti di origine, ciociari, abruzzesi, reatini, napoletani, siciliani. Nell’aridità della vita di borgata, queste parlate sono un prezioso rivolo di cultura. A Salerno, metà degli studenti universitari della facoltà di lettere risulta che si esprimono normalmente in dialetto, il dialetto è la loro lingua abituale. In piccoli comuni del Salernitano, e scendendo nella scala anagrafica, tra i bambini delle elementari l’uso abituale del dialetto e la difficoltà di capire l’italiano toccano punte di più del 90%. Ma in un centro del Nord, Bonferraro, Renzo Renzi ha trovato una situazione non diversa tra i contadini (non tra gli operai).

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Consentire, anzi stimolare il rapporto coi dialetti dentro le aule scolastiche, significa offrire alla grande maggioranza dei bambini delle nostre scuole l’occasione per vincere blocchi e antichi silenzi. E sono ormai molte le esperienze puntuali dalle quali sappiamo che, per questa via, non si nega rinnega l’italiano. Anzi, proprio in tale modo i bambini giungono a scoprire, poiché possono farne liberamente uso, i limiti delle espressioni dialettali, municipali, e l’opportunità di passare a forme espressive di più ampia circolazione, in breve, di passare all’italiano, non più subito come lingua imposta dalla scuola, ma scelto come mezzo di più larga comunicazione sociale.


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