Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
I RECENTI avvenimenti spagnoli, l’esecuzione del catalano Salvador Puig Antich, la protesta del vescovo basco Annoveros, cui si è aggiunta quella del cardinale Jubany nella cattedrale della catalana Barcellona, sono una drammatica e attuale conferma del permanere, entro il mondo contemporaneo che qualcuno immagina «unificato dalla scienza», di forti componenti nazionali, le quali, in questi e in altri casi, si amalgamano ciascuna a una tradizione linguistica.
Il plurilinguismo è, comunque lo si affronti e consideri, un problema. È un problema, anzitutto, dal punto di vista fattuale, cioè dal punto di vista dell’accertamento del numero di lingue oggi parlate nel modo. Quante sono le lingue del mondo? Nel 1948 la Bible Society aveva raggiunto la cifra di 770 traduzione dei Vangeli in idiomi diversi. Ma era una cifra molto bassa rispetto agli idiomi esistenti. Un dizionario etnologico all’inizio degli anni trenta contava oltre 12.000 gruppi etnico-sociali linguisticamente differenziati. Altri studiosi, riferendosi a idiomi che non abbiano una mera utilizzazione locale, ma che al contrario, valgono su un territorio che conosce varietà dialettali locali, stimano che tali idiomi si aggirino sui tremila.
Si tratta di stime di cui è difficile rendere espliciti i criteri, i quali per di più, sono a loro volta difficilmente applicabili con coerenza. Quel che sembra possibile affermare con certezza è che non esiste un limite preciso al numero di diversi idiomi di cui la specie umana ha saputo e sa servirsi. Perché questo lussureggiare di lingue diverse? Di generazione in generazione i cultori di studi intorno al linguaggio e alle lingue hanno conosciuto la tentazione di ridurre a unità, la pluralità, mostrando per esempio, che tutte le lingue erano varianti corrotte dell’ebraico o della «lingua adamica», o erano differenti proiezioni di una unica grammatica universale.
I tentativi universalistici hanno fatto sorridere un grande linguista francese. André Martinet, ha ironizzato su quei suoi colleghi che paiono considerare la pluralità delle lingue uno sgradevole infortunio del mestiere del linguaggio. Qui non vogliamo affatto difendere i fautori delle «grammatiche harmoniche» «e universali» da Etienne Guichard a Mario Saltarelli. Vogliamo tuttavia chiederci: come mai, di generazione in generazione, il pesante coperchio della pluralità di lingue si solleva e salta fuori il misirizzi della grammatica universale?
Le nostre ipotesi di spiegazione è che ciò avviene a causa di un vuoto teorico, e cioè perché la pluralità di lingue non possiamo non costatarla, ma, nelle nostre teorie del linguaggio, non riusciamo a spiegarla e finiamo tutti con l’avvertirla come un insulto alla ragione. Di ciò vi sono testimoni, che per la loro struttura di studiosi e il loro orientamento teorico, diverso, ma rispettoso della storia e dei fatti, sono al di sopra d’ogni sospetto: Antonino Pagliaro, Walter Belardi e Alberto Cirese.
Antonino Pagliaro, e il Belardi nella prefazione alle Linee di storia linguistica dell’Europa, scrivevano:
«Sul piano teorico, l’integrazione tra i parlanti è da considerare illimitata, dato che identica e universale è la facoltà del linguaggio. Pertanto, la lingua unica preesistente alla torre di Babele può essere assunta come postulato scientifico. (…) In realtà, il processo di integrazione, illimitato in astratto, appare concretamente arrestato da circostanze di tempo e di spazio, che lo delimitano. (…) Sorgono, così, le unità linguistiche differenziate (…)».
Altrimenti detto: gli uomini parlerebbero tutti una medesima lingua, se monti valli e confini non li separassero.
Alberto Cirese non ha trattato specificamente il problema della pluralità delle lingue, ma quello, più ampio, della pluralità delle culture. Nella sua preziosa sintesi Cultura egemonica e culture subalterne, egli indica dei fattori, certamente reali, del sorgere e perpetuarsi di «dislivelli culturali»: le difficoltà materiali delle comunicazioni, la discriminazione culturale dei ceti egemonici nei confronti dei subalterni, la resistenza dei ceti periferici e subalterni alle imposizioni «civilizzatrici della civiltà egemoni.
Sono, come ho detto, fattori reali: ma colpisce, a considerarli più da presso, la loro comune natura negativa. Come già Antonino Pagliaro e Belardi, così Cirese ritiene che la pluralità culturale e linguistica sia, in sostanza, frutto di un impedimento (ovviamente, sarò bel lieto di essere smentito). In un’ipotetica società senza classi, quale molti di noi auspicano, la pluralità di lingue è allora destinata a scomparire?
Da una risposta affermativa a questa domanda, all’asserire che, allora, la pluralità di lingue e culture è frutto dell’oppressione padronale e delle malvage mene del grande capitale il passo è breve.
E questo passo compiono, con agilità, taluni fautori dell’esperanto. «Simpla fleksebra, belsona, vere internacia en siaj elementoj, la linguo Esperanto prezentas al la mondo civilizita la sole veran solvon de linguo internacia»: inventata alla fine dell’Ottocento dall’oculista ebreo-polacco Ludwig Zamenhof e presentata in un libretto firmato con lo pseudonimo di Doktoro Esperanto, dottor Speranzoso, donde il nome della lingua, l’esperanto, per la sua somiglianza al latino, che un tempo era ben noto alla borghesia colta di tutto il mondo, e per la sua linearità, è praticamente ormai la più nota tra le lingue artificiali elaborate per servire da lingue internazionali.
Per molto tempo è rimasta patrimonio di gruppi relativamente piccoli di buoni borghesi colti o semicolti, in genere del tutto inesperti di linguistica scientifica (ma ci sono eccezioni). Per molto tempo, gli esperantisti hanno cercato alleati nella cultura, nella logica, nel senso comune. Da qualche tempo, gli esperantisti hanno scoperto il proletariato. Ho qui sotto gli occhi un «ciclostilato in proprio» del 9 gennaio 1974. Si intitola «Per l’internazionalismo proletario. Contro l’internazionalismo linguistico» e dice tra l’altro:
«Lavoratori, da sempre gli sfruttatori, per difendere i propri interessi economici, si servono di tutti i mezzi che permettono di consolidarsi della loro egemonia. (…) I padroni, ben sapendo che una lingua comune al proletariato di tutto il mondo è importante strumento della lotta di classe, cercano di assoggettarci anche in questo campo. (…) È perciò importante che la classe operaia, insieme agli altri proletari e agli studenti, lotti contro queste imposizioni delle grandi potenze e si opponga a qualsiasi cosa tenti di dividerla, servendosi di una lingua internazionale. L’Esperanto è proprio questo: la «lingua internazionale» sorta dalla esigenza popolare di rispondere all’aggressione linguistica e quindi culturale dei paesi imperialisti».
Il manifestino continua protestando contro le «false barriere» che sono «creazione della borghesia per accrescere il proprio potere».
Una sciocchezza non cessa di essere tale solo perché si proclami fatta o detta in nome del proletariato. Forse le intenzioni del volantino sono buone, ma certo appaiono e sono intellettualmente ingenue. Le lingue internazionali, tra cui l’esperanto, sono prodotto non di esigenze popolari, ma d’una cultura razionalistica piccolo-borghese. E poi, perché preferisce l’esperanto al latino sine flexione o alle tante altre lingue inventate di cui così bene discorre Alessandro Bausani nel piacevole libretto Le lingue inventate? Forse che l’esperanto è più proletario delle altre? E in che cosa mai?
E ancora: divisioni di lingua e nazionalità esistono fin dove possiamo giungere con le nostre conoscenze storiche ed etnografiche, dunque, in ambiti molto più vasti delle società borghesi.
Insomma, il volantino, non sta in piedi. E tuttavia, per modesto che lo si ritenga, è indice d’una difficoltà teorica, che, abbiamo visto, è ben più generale. Vediamo, sì, la torre di Babele, la moltitudine di lingue diverse: ma, non diversamente che al narratore biblico, essa ci appare come alcunché di negativo, di cui non sappiamo bene intendere la ragione.
Trovare in positivo una risposta all’evidente molteplicità degli idiomi è un compito cui la teoria del linguaggio non ha ancora dato attuazione.
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