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Minimo comune

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 20 settembre 1974


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MINIMO COMUNE, la serie di trasmissioni sull’educazione scientifica andata in onda il martedì sera e dovute a Flora Favilla, Gianluigi Poli e Giorgio Tecce, ha richiamato l’attenzione di molti su problemi che ci toccano tutti: i problemi della scarsa o nulla circolazione del sapere scientifico, della scarsa o nulla comprensione del linguaggio delle scienze nella nostra cultura.

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Effetti di questa «denutrizione scientifica» si ritrovano a vari livelli. Guardiamo ai livelli più alti e qualificati. Guardiamo al modo in cui un uomo di indubbia intelligenza e finezza, come fu Salvatore Battaglia, ha concepito la illustrazione delle voci scientifiche nel suo Grande dizionario della lingua italiana. Ecco qualche caso.

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«Rispetta, cura, vigila il tuo corpo. Per quante macchine si inventino, nessuna lo vale. Ma il carburante più fido è la speranza della gloria»: con questo esempio di Ugo Ojetti, giornalista brillante d’altri tempi, il nostro maggiore dizionario storico illustra il senso e l’uso della parola carburante. Non un testo tecnico o scientifico è citato sotto questa voce. E altre voci dei linguaggi tecnici o scientifici non hanno migliore sorte. Acceleratore è illustrata con esempi tratti da Panzini, Alvaro, Montale, Moravia; pe batrace sono invocati passi di Linati, Soffici, Gozzano e, di bel nuovo del Moravia; per carbonio i testimoni autorevoli sono Raiberti, Imbriani e Italo Svevo. Il valore della parola acido fenico è illustrato, sempre nel nostro grande dizionario, da passi di De Roberto, D’Annunzio, Pirandello ed Emilio Cecchi buonanima.

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Quando alla voce accelerazione, accanto a padre Ségneri, D’Annunzio e Govoni, ci si imbatte in Galileo Galilei, viene il fondato sospetto che la sua presenza sia dovuta non alla sua qualità di scienziato, ma al suo amore per l’Ariosto ed alle sue virtù di elegante prosatore. Guardiamo invece le stesse parole nel grande dizionario storico della lingua inglese, l’Oxford Dictionary: acceleration è illustrata con esempi tratti da 2 medici, 1 botanico, 3 saggisti, 2 filosofi, 3 fisici e 1 astronomo: accelerator è illustrato con esempi tratti da 4 medici, 4 fotografi, 6 testi di meccanica degli autoveicoli, 6 chimici, 7 fisici. Come si usa la parola batrachian, lo esemplificano solo testi di naturalisti. Per spiegare le parole phenic e phenol troviamo testi di chimica organica e inorganica. Eccetera eccetera.

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Detto tutto questo, non stupisce che le fonti dei due dizionari, l’italiano e l’inglese, siano di composizione assai diversa. Nello elenco delle fonti da cui il dizionarista inglese ha tratto le sue migliaia e migliaia di esempi, i libri e trattati di scienze matematiche, fisiche, naturali sono l’8 per cento del totale; i testi e trattati di tecnologia sono un altro 5,2 per cento. Un’altra fetta consistente è data da resoconti di viaggio, di esplorazioni: libri che, senza essere scienza pura o tecnologica, nemmeno sono di pura invenzione o finalizzati al bello scrivere.

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Prendiamo invece gli autori e testi utilizzati dal dizionario italiano: i testi scientifici toccano a malapena la modesta percentuale dell’1 per cento; la tecnologia racimola un altro 0,8 per cento. Il resto (è il caso di dirlo) il resto è letteratura sonettieri petrarchisti, frati oratori e volgarizzatori, bellettristi di tutte le epoche, ghiottoni della parola, saccenti, pedanti, poeti crepuscolari, futuristi, romanzieri neorealisti, professori di letteratura italiana.

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Battaglia, si badi bene, non è responsabile di tutto questo, più di quanto sia responsabile del fatto di usare quattro coniugazioni di verbi oppure nomi al singolare o al plurale. Voglio dire: il suo comportamento è un comportamento obbligato, dietro di esso c’è una grammatica, c’è un’ottica nazionale alla quale è assai difficile sottrarsi.

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Per i nostri vocabolari, la scienza esiste essenzialmente per fornire metafore a Carlo Emilio Gadda e Gianfranco Contini.

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Soltanto la carità di patria spinge a tacere che nel dizionario inglese di Oxford le scienze sono rappresentate da alcuni trattati antichi e soprattutto da una miriade di testi recenti; mentre nel nostro grande dizionario storico la scienza è rappresentata da cose come Lo specchio di scienza universale di Leonardo Fioravanti (Venezia 1583) ovvero La tensione la pressione disputate qual di loro sostenga lo argento vivo ne’ cannelli, scritto nel 1677 da Daniello Bartoli.

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Il caso del grande dizionario di Battaglia è soltanto la punta di un iceberg. La struttura della nostra scolarità è orientata tutta in senso antiscientifico. A metà degli anni sessanta, in piena mitologizzazione di un presunto boom scientifico-tecnologico, i laureati materie scientifiche erano il 15,3 per cento del totale, gli ingegneri l’11,3 per cento, contro il 33,3 per cento di laureati in materie giuridico-letterarie.

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Alla base della piramide della scolarità, ancora in questi nostri anni settanta, trentatré italiani su cento sono privi di ogni titolo di studio, e quindi generalmente tagliati fuori dalla possibilità di accostarsi ad analisi scientifiche anche elementari. Ma le cose non vanno meglio per il 44 per cento di licenziati dalla scuola elementare, e per i pochi privilegiati (meno di uno su quattro) che arrivano a varcare il tetto della scuola elementare.

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Anche per costoro, anche per chi supera la scuola elementare, e arriva a prendere la licenza media o titoli superiori, la conoscenza delle scienze resta allo stato rudimentale. La grande inchiesta internazionale svolta negli anni scorsi dall’I.A.E. e diretta per l’Italia da Maria Corda Costa, Laeng, Meschieri e Visalberghi, ha concluso che i 16 ragazzi su cento coetanei che in Italia arrivano al diploma di media superiore, quanto a capacità e conoscenze nel campo scientifico sono agli ultimi posti rispetto ai coetanei di altri paesi, ivi compresi paesi cosiddetti sottosviluppati. Dalle elementari alle medie superiori (con la parziale eccezione di alcuni tipi di scuole, come gli istituti industriali, e, si intende con l’eccezione di «isole felici» dovuti a insegnanti divergenti) aule, edifici, programmi, testi, di tipo di formazione e reclutamento degli insegnanti, abitudini didattiche inventate, tutto concorre a tenere lontani gli allievi dalla osservazione e pratica diretta dei fenomeni, dall’abitudine di costruire frasi che riassumano in modo ordinato esperienze effettive, e cioè dalla possibilità di acquisire una mentalità scientifica.

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Chi, da Carlo Bascetta alla giovane Mila Busoni, si è avventurato nelle analisi delle parti scientifiche nei libri di testo delle elementari, ne è ritornato con risultati drammatici. In larga misura questi testi alimentano soltanto il verbalismo di discenti e docenti.

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Con questo tipo di educazione scientifica, se così può chiamarsi, non stupiscono le singolari esperienze di quel docente di Cagliari, che da decine e decine di allievi del secondo anno di medicina si è sentito leggere l’espressione inoculare un virus in modo che sconcerta anche questi tempi di relativamente libera erotomania.

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Questa «denutrizione scientifica» (così la chiamo tanti anni fa Gramsci) è una caratteristica tipica della nostra cultura, ed affonda le sue radici in tutta la nostra vicenda storica: nell’accettazione della Controriforma, che liquidò le persone fisiche e gli ambienti interessati alle scienze sperimentali ed esatte; nella mancata formazione di una grande, seria ed efficiente borghesia nazionale interessata allo sviluppo di tecnologie e ricerche scientifiche. Difficilmente ne potremmo guarire senza un mutamento di portata storica dei modi abituali della nostra vita sociale intellettuale.


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