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La voce della madre

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 20 aprile 1973


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QUALCHE GIORNO fa da una scuola media di Conegliano mi è arrivata una lettera.
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Eccola:
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«Egregio professore, siamo gli alunni di una prima Media che ha in adozione un’antologia alla quale Ella ha collaborato. Abbiamo letto un Suo saggio (seguono qui il titolo e varie parole gentili, che non riproduco). C’è però un punto che ci ha lasciati curiosi. Lei accenna a «ricerche più recenti» le quali «ci fanno credere che il pensiero assuma anche altre forme, senza esaurirsi nel puro e semplice parlare interiore». Ci piacerebbe che Lei ce ne parlasse direttamente o ci indicasse qualche testo su cui poterci documentare. Per evitare al massimo le perdite di tempo, ci permettiamo di accludere il materiale per risponderci. La ringraziamo e La salutiamo cordialmente».
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Sul monte Olimpo
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Alla lettera seguono ventisei firme.
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Poiché c’è da molti giorni lo sciopero delle poste, «per evitare al massimo le perdite di tempo» ho pensato di usare questo giornale come «materiale per rispondere» ai ragazzi della scuola media di Conegliano.
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A fare così, spinge anche un altro motivo meno occasionale.
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La domanda dei ragazzi veneti tocca problemi già sfiorati altre volte in questi articoli.
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Dunque, val la pena parlarne qui, anche perché non c’è (o, almeno, non è noto) un testo che riassuma in forma chiara ed elementare, accessibile anche a un ragazzo, le cose più importanti su questo tema.
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Alla ragione di un individuo adulto, istruito, di una qualsiasi nostra società moderna, «parole» e «fatti» si presentano come due ordini di cose ben distinti.
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Da una parte ci sono i «fatti», le «cose», le «idee», le nostre emozioni e reazioni, il nostro pensiero; e dall’altra parte ci sono le parole e le frasi di cui ci serviamo per comunicare tra noi fatti, cose, idee, emozioni, pensieri.
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Questo punto di vista è così antico che gli antichi Greci lo avevano fissato ed espresso in una delle tante favole fantasiose di cui si intesseva la loro religione.
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Quando c’era da decidere qualche cosa di importante sulle sorti degli uomini, gli dèi (immaginavano i Greci) si raccoglievano sull’alta vetta del monte Olimpo, intorno al trono del dio più importante, Zeus.
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Dopo avere discusso, e spesso litigato, gli dèi, arrivati a una decisione, chiamavano gli dèi della parola, Hermes o Iris, che venivano incaricati di portare agli uomini notizia delle decisioni.
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Nell’immaginazione favolosa dei Greci, il linguaggio, dunque, interveniva solo in un secondo momento, a decisioni belle e prese.
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Per quanto diffuso tra le persone istruite, e nobilitato da un antico mito, questo punto di vista non può ormai più condividersi.
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Già alcuni grandi filosofi europei del Seicento e del Settecento avevano dubitato che si potessero separare rigidamente linguaggio e pensiero, assegnando al linguaggio la semplice funzione di etichettare le cose e comunicare fatti.
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Negli ultimi settant’anni si sono moltiplicati gli studi di linguistica, psicologia, etnologia, logica, dai quali risulta che le parole non solo comunicano i fatti, ma, dentro il nostro cervello, lavorano attivamente a determinarne la conoscenza e l’apprezzamento.
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Se volessimo riprendere l’antico mito greco, potremmo dire che, per quanto oggi varie scienze ci hanno insegnato.
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Hermes e Iris non arrivano a cose bell’e fatte e pensate, ma si mescolano già da prima agli altri dèi, anzi, per così dire, gli suggeriscono l’ordine del giorno della seduta e informazioni indispensabili per discutere.
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Insomma, per la ricerca scientifica più avanzata è abbastanza sicuro oramai che il linguaggio ha una certa influenza sulla consistenza delle esperienze e delle idee che comunica.
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Le parole, prima che a comunicare, ci servono a pensare.
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Ormai il punto in discussione non è questo, ma è: qual è la precisa misura di questa influenza?
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Ci sono operazioni mentali che si svolgono senza parole?
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E, se , quali sono?
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Le risposte a queste domande mettono a dura prova tutto quello che sappiamo sul modo in cui funziona il nostro cervello.
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E quel che sappiamo è assai poco.
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Le risposte sono molto difficili da elaborare in modo soddisfacente e spesso sono in contraddizione tra di loro.
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Per avere una prima idea della complessità delle ricerche e discussioni in corso i ragazzi di Conegliano possono pregare i loro professori di leggere e riassumergli due libri: uno di un russo, Lev Semenovich Vygotskij (lo ha pubblicato a Firenze l’editore Giunti col titolo Pensiero e linguaggio) e l’altro di uno svizzero, Jean Piaget (pubblicato a Bari da Laterza col titolo L’epistemologia genetica).
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Per parte mia, mi limiterò qui ad alcune osservazioni più semplici.
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Prima che il piccolo della specie umana dica la sua prima parola la sua vita mentale ed emotiva deve già essere in piena attività.
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Nell’incerta alba dei primi giorni il bambino deve avere imparato a isolare tra le luci che feriscono la sua rètina la «macchia» del volto materno.
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Nel disordine delle sensazioni che gli arrivano dal corpo e dagli oggetti, deve avere imparato che c’è il suo corpo distinto da altri corpi.
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Nel brusio di suoni che premono sui suoi timpani deve avere imparato a staccare certi suoni, i suoni delle voci care.
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Deve avere imparato, dunque, ad identificare, a distinguere, a classificare una cosa (immagine, suono, sensazione) come quella certa cosa.
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Impara poi che c’è un rapporto costante tra una certa macchia, un certo corpo e una certa voce.
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Egli costruisce così l’immagine della madre.
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Egli impara che la madre può mettersi in contatto con lui con la voce.
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Impara che la sua propria voce può servire allo stesso fine.
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Per diversi mesi (dal terzo al sesto) impara a giocare con la propria voce.
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Scopre che vi sono connessioni costanti tra certi toni e certi comportamenti di chi gli è vicino.
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Comincia così a dare un senso (impazienza, fastidio, riconoscimento) ai suoi giochi vocali.
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Come la voce, così impara intanto a controllare le mani e i movimenti del suo corpo.
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Ritto a sedere, impara ad organizzare in oggetti distinti e persistenti lo spazio che lo circonda.
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I giochi, lo spazio
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Nel gioco delle voci, impara a isolare certe sequenze.
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A queste, e non ad altre, si volge: a queste, e da chiunque esse vengano, e con qualunque voce siano dette.
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Grazie al controllo del proprio corpo e alla consapevolezza della connessione tra azioni ed eventi, il bambino si slancia nelle prime imitazioni vocali programmate.
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A sei, sette mesi il cervello del bambino ormai già identifica e diversifica, elabora schemi di oggetti, ne percepisce la stabilità nella mutevolezza degli eventi, coordina eventi ed oggetti, fa programmi di azione, li esegue, controlla e corregge l’esecuzione a seconda dei bisogni.
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Da tutta questa vita mentale giù saldamente articolata nasce, finalmente, la prima parola.
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Come si vede, ci sono certamente operazioni mentali che si compiono al di qual del linguaggio, che il linguaggio, anzi, presuppone, Hermes non è semplice messaggero, partecipa attivamente all’assemblea degli dèi.
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Ma non è l’unico dio.

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