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SI APRE DOMANI a Santarcangelo di Romagna un seminario sulla poesia dialettale di Tonino Guerra.
Una parola come «seminario», quando non indica i grandi edifici vescovili e regionali oggi semideserti per la crisi delle vocazioni, fa venire in mente riunioni ristrette di dotti, rarefatte atmosfere filologiche.
Dottrina e filologia ci saranno, domani a Santarcangelo. E basterà fare due nomi: quello di Augusto Campana, che è tra i massimi filologi e studiosi dell’umanesimo, e quello di Alfredo Stussi, il giovane autore dell’eccellente capitolo linguistico nella grande Storia di Italia di Einaudi.
Ma, come apprendiamo dal programma e dalla viva voce dell’estrosa e intelligente organizzatrice del seminario, Rina Macrelli, ci saranno anche gli studenti di un corso serale che hanno usato la raccolta di poesie dialettali di Guerra come «testo per una scuola nuova». Ci saranno scrittori in dialetto della Romagna e di altri posti: Pierro, il poeta di Tursi in Basilicata; Ignazio Buttitta bagherese internazionale. Ci sarà la gente di Santarcangelo. Il «seminario», insomma, vuole guadagnarsi il diritto alla denominazione che si è data: «seminario popolare».
La regola del gioco sarà che il pubblico, quando vorrà, potrà interrompere gli esperti che si succederanno alla tribuna, potrà intervenire a dire la sua, a chiedere spiegazioni, a discutere.
Vedremo come andrà a finire. In ogni caso, sarà un’esperienza preziosa per capire meglio l’Italia linguistica d’oggi osservandola al vivo, in modo partecipe, in un ambiente dialettale che è al massimo interesse.
Tra Rimini, Cesena e San Marino, poco a sud del Rubicone, Santarcangelo sta nella fascia che per secoli ha segnato il confine tra i dialetti italiani settentrionali e i centro-meridionali, un confine sfregiato che ha testimoniato lungamente delle antiche diversità tra le popolazioni galliche della pianura padana e le popolazioni dell’Italia etrusca, umbra, latina, sannitica.
Le tracce del passato
Negli ultimi quindici, venti anni le tracce di questo passato si sono attenuate e vanno ormai svanendo. L’Italia linguistica ha rapidamente cambiato quella faccia che aveva conservato inalterata per secoli, anzi per millenni.
Tre grandi fenomeni sono stati determinanti. La fuga dalle campagne verso la città, dal Sud verso i grandi centri urbani del Nord, ha sottratto la tradizionale base sociale ai dialetti parlati nel Mezzogiorno. D’altro canto, noi «napuli», noi «terroni», abbiamo sconvolto la composizione demografica dei centri urbani maggiori (e ora anche minori) del Nord, scuotendo, anche qui, le basi sociali tradizionali dei dialetti settentrionali cittadini.
Dalla metà degli anni cinquanta, l’ascolto quotidiano della televisione ha reso disponibile l’italiano a una popolazione che nel complesso ne era stata tenuta lontana dall’analfabetismo e da percentuali altissime di bassa scolarità (negli ultimi dieci anni, degli italiani adulti solo il 15 per cento si era spinto oltre la quinta elementare).
Infine, dall’inizio degli anni sessanta, la richiesta padronale di mano d’opera più qualificata ha fatto crescere i livelli di istruzione della popolazione infantile e giovanile. Otto anni di scuola, dalla prima elementare alla terza media, sono ancora un miraggio per buona parte dei figli di operai e contadini: ma, in complesso, rispetto a quel che avveniva dodici, quindici anni fa, dobbiamo dire che anche il triennio postelementare, specie nelle città, si è avviato a diventare una scuola di massa.
Così noi tutti in parte abbiamo dovuto abbandonare l’uso dei nostri vecchi dialetti, in parte abbiamo potuto imparare l’italiano, che prima, se non eravamo toscani, romani o «signori», ci era praticamente vietato. Certo, non c’era nessuna legge di esplicito divieto. Ma tutte le leggi (e soprattutto tutta la loro pratica attuazione) cooperavano al fine di rendere l’italiano una lingua straniera in patria.
Tutto questo è cambiato. Ma è cambiato nel caos e nel caos rischia di continuare a cambiare.
Nella Parma antifascista
Molti di noi hanno abbandonato il dialetto. Ma, in cambio, che italiano parliamo? I dati e rilevamenti precisi sono ancora pochi. Certo è, ad esempio, che su cento impiegati di ministero, a Roma, nel ’66, 18 non sapevano che significa «coalizione governativa», 22 non sapevano che cosa sono i «rami del Parlamento», 47 ignoravano il significato di «legislatura», 58 il significato di «mozione». Certo è che per i laureandi di una università del Sud, benevolmente definita la «punta di diamante delle università depresse», le parole italiane che si collocano al di là delle prime duemila più frequenti sono avvolte in un mare di nebbia. E sono giovanotti e ragazze «di buona famiglia», la «crema», diciamo così, intellettuale della locale borghesia. Tra loro, specie le ragazze inorridiscono o ridacchiano vergognose e dinieganti se gli si chiede se parlano mai dialetto.
Così, dunque, negli ultimi quindici anni abbiamo lasciato da parte i vecchi dialetti, ma non sappiamo ancora maneggiare con sicurezza e varietà l’italiano. Soltanto gruppo di punta del proletariato operaio e contadino e della borghesia urbana hanno l’aria di cavarsela con una certa sicurezza. Gli altri, senza più la sicurezza municipale del dialetto, senza ancora la sicurezza generale dell’italiano, vivono in uno stato di incertezza nel parlare e nell’ascoltare, nel leggere e nello scrivere. Una sicurezza che mina la possibilità di costruire e di vivere una qualsiasi cultura, egemone o subalterna che sia o si voglia definire.
Oggi tornare ai dialetti può e deve acquistare un nuovo senso. Nella nostra difficile situazione linguistica e culturale, tornare ai dialetti non vorrà dire rinchiuderci in essi, in memoria del passato. Al contrario, vuol dire tornarvi per estrarne e portare fuori, come una ricchezza comune a tutti, la capacità di parlare in modo chiaro e cordiale, con precisione esplicita, senza eufemismi, senza pesantezze burocratiche ed enfasi retorica.
A Santarcangelo, discutendo la forte esperienza poetica di Tonino Guerra, ascoltando Buttitta e gli altri, vedendo la scuola che uso può fare di queste voci dialettali, il «seminario dialettale» può aprir la via a un nuovo modo di apprezzare e utilizzare i dialetti nella società italiana d’oggi.
È un fatto che, in questo nostro paese, certe cose le hanno dette nel modo più azzeccato proprio quelli che sapevano parlare solo dialetto. Quando Italo Balbo, losco ras del fascismo padano, fece in aereo una traversata dello Atlantico, la «trasvolata oceanica» riempì l’Italia di ondate di retorica fascista. Ma sul muretto di un ponte sulla Parma una mano antifascista scrisse: «Balbo, a t’a passè l’Atlantich, mo miga la Parma».
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