Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Di recente, in una pagina dell’Espresso dedicata ai problemi del Mezzogiorno, Giorgio Napolitano ha insistito sulla necessita di affrontare i problemi del Sud in modo differenziato da zona a zona. È una giusta necessità, da fare valere largamente.
In effetti, nessuno meglio del linguista può testimoniare e documentare che, nella nostra collettività nazionale, quella necessità non è ancora sufficientemente avvertita. A capire che esistono ormai non uno, ma molti e diversi Sud, si oppone la immagine, dura a scomparire, di un Sud unitario.
Scendendo dal Nord verso il Sud, ancora a Perugia può capitare di sentire dire una frase come: «Ha sposato una meridionale». E qui «meridionale», come può testimoniare un filologo del valore di Ignazio Baldelli, vuole dire: «una donna nata non si sa bene dove, in qualche posto a sud di Rieti, dall’Abruzzo in giù». Una donna, dunque, nata nel grigio paese uniforme dove abitano i «Terroni». Ma chi sono i Terroni? E dove cominciano?
Vari anni fa, queste due domande andò facendole in giro per l’Italia un pignolo studioso svizzero. Grazie alla sua benemerita pignoleria la nostra curiosità può oggi essere soddisfatta. Per la maggior parte degli interrogati dallo svizzero, come è ovvio aspettarsi, la Terronia «comincia a Napoli». Ma per un buon quarto il confine non era Napoli, bensì a Roma: e per non pochi, prevalentemente padani e veneti, Roma era già in Terronia.
Questa oscillante collocazione di Roma, fuori, ai margini o dentro il paese dei Terroni, non è casuale. Le risposte raccolte dallo studioso svizzero, con le loro oscillazioni, riflettono uno stato di cose realmente oscillante.
Trent’anni fa (sarò lieto di conferme e smentite degli eventuali lettori più anziani) era ancora possibile sentire usare a Roma, da romani nativi della città, l’espressione «terroni» per designare, con irrisione e disprezzo, i meridionali, da Napoli verso sud. Oggi, l’espressione sopravvive a Roma (non altrove) come pura e semplice espressione scherzosa, che ha perduto ogni carica polemica e volontà di identificazione spregiativa. È probabile che l’espressione sia andata perdendo di intenzione polemica di pari passo col verificarsi di due grossi fenomeni caratteristici della vita romana degli ultimi trent’anni: il sempre più accentuato afflusso di meridionali d’ogni regione nella città, che contende ormai a Napoli il posto di maggior città del mezzogiorno d’Italia (nel senso in cui New York è, come qualcuno ha detto, la più grande città italiana); e il dileguo, oramai quasi totale, di espressioni dialettali tipiche romane, estranee alla vasta comunità delle parlate meridionali e italiane. Certe espressioni, tipiche ed usuali trent’anni fa, come «micco» e «ciumaca» e «cispadano», quanti oggi le usano e addirittura quanti ormai le capiscono?
Nel dialetto come nella popolazione, Roma si è insomma sia italianizzata sia meridionalizzata; e si capisce così la difficoltà che piemontesi o veneti incontrano a collocarla dentro o fuori i confini del paese dei Terroni.
Ma torniamo a questo, al paese dei Terroni. Delle decine e decine di persone interrogate dal paziente studioso svizzero, nessuna si rifiutò di rispondere alla domanda. Nessuno ne mise in dubbio la correttezza e il presupposto. Nessuno, cioè, al Sud come al Nord, mostrò di avere dei dubbi sul fatto che esista, come realtà compatta e unitaria, la terra dei Terroni.
Ma non è così. O, se si vuole, non è più così. I grandi eventi demografici e sociali di questi ultimi venti anni, non soltanto hanno reso di anno in anno più grande la distanza tra il Nord sviluppato e il complesso delle regioni meridionali, ma, entro questo complesso, hanno sfrangiato, sfilacciato e differenziato zone diverse, prima assai meno differenziate.
All’esistenza di questi diversi Sud nemmeno il recente Rapporto sulla programmazione di Giorgio Ruffolo rende giustizia. In più luoghi il Mezzogiorno continua ad apparire come un’area sostanzialmente unitaria, soggetto e oggetto omogeneo dell’azione politica ed economica (così alle pagine 151, 158 e soprattutto nelle pagine cruciali 161-70).
E invece, ripeto, non è così. Esistono, bene individuabili, perlomeno quattro diversi Mezzogiorni. Questo appare assai chiaro dal punto di vista del modo e della capacità di parlare; ma demologi, geografi seri, economisti non troppo puri e teorici e, se ce ne sono, sociologi non verbosi potranno portare altre e più rilevanti prove dell’esistenza di questa partizione.
C’è un Mezzogiorno che, per dir così, sta dentro il dialetto, il dialetto lo subisce come una prigione e un’esclusione. C’è un Mezzogiorno che del dialetto si serve: è uno strumento, non più esclusivo, per esprimersi e capire, uno strumento e non una condanna. C’è un terzo Sud che allo strumento dialetto durante gli anni sessanta ha sostituito lo strumento lingua: un Sud che ama parlare italiano, con ostentazione e sforzo sempre minori, ma che potrebbe anche parlare, all’occorrenza, un dialetto. E c’è un Sud, infine, che non sa più parlare dialetto, ma non sa ancora parlare italiano. Ed è, quest’ultimo, il Sud in condizione più drammatica.
Ognuno di questi diversi paesaggi meridionali merita uno studio a parte, tutto da fare. e quelle che qui verrò raccogliendo e ordinando sono impressioni sparse, documenti e fatti osservati in questi anni: un materiale, insomma, di prima approssimazione, che richiede la collaborazione di critiche e migliore verifica.
Il primo Sud, quello che sta dentro il dialetto e lo subisce senza sceglierlo, non molto tempo fa, diciamo ancora vent’anni fa, era la totalità organica del Mezzogiorno. Era il Sud contadino dalla Ciociaria al Tavoliere, da Tricarico alla Valle del Belice, immune da scuole, senza strade, il Sud del latifondo; ed era il Sud sottoproletario o proletario della cintura urbana intorno a Napoli, dei quartieri più miserabili di Bari, Palermo, Napoli; era, ancora, il Sud piccolo borghese di questi centri maggiori, e di Enna, Foggia, Catania, Chieti. Solo la borghesia più agiata e colta dei centri urbani maggiori poteva, se e quando voleva, sfuggire a questa condizione d’uso obbligato del dialetto.
«Chistu parla buono (cioè: italiano) e tene ‘e scarpe: è figlie ‘ siggnure»: quest’espressione d’uno scugnizzo napoletano di tanti anni fa, da sola ci dice molte cose, forse più di certe ricerche di sociologia linguistica. Lo scugnizzo, diversamente dai populisti che si sbrodolano nel contemplarlo e ammirarlo, non aveva dubbi sul fatto che il suo non sapere usare italiano era un «parlare malamente», e che parlare italiano significava «parlare buono». Per lui, era anche evidente il collegamento, l’associazione a doppio senso, di condizioni economiche (calzare scarpe) e culturali di base (parlare italiano, e non dialetto) e di stato sociale: essere signori.
Anche nella gran Babilonia d’un grandissimo centro come Napoli, il rimescolio e movimento della società non era cioè sufficiente a intaccare la sostanziale staticità della base sociale e culturale, poggiante sulla netta contrapposizione tra «signori», in grado di comprarsi scarpe e parlare italiano, e la immensa folla degli altri.
Oggi, molti colpi d’ariete, migrazioni, lotte e riforma agraria, industria, televisione, scuola, lotte operaie, hanno sconvolto questo assetto antico, ma ancora di recente ben saldo. Oggi, il Sud che sa parlare solo il proprio dialetto, che ignora l’italiano non è completamente scomparso. Esiste ancora (vedremo), ma non è più tutto il Sud. E la realtà linguistica (e non solo linguistica) è assai più frantumata e complessa d’un tempo.
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