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Maarten Janssen, 2014-
Sentence view
Il linguaggio dei quattro sud
Language column
Le parole e i fatti
Author
Tullio De Mauro
Date
13
luglio
1973
more header data
[1]
Di
recente
,
in
una
pagina
dell’
Espresso
dedicata
ai
problemi
del
Mezzogiorno
,
Giorgio
Napolitano
ha
insistito
sulla
necessita
di
affrontare
i
problemi
del
Sud
in
modo
differenziato
da
zona
a
zona
.
[2]
È
una
giusta
necessità
,
da
fare
valere
largamente
.
[3]
In
effetti
,
nessuno
meglio
del
linguista
può
testimoniare
e
documentare
che
,
nella
nostra
collettività
nazionale
,
quella
necessità
non
è
ancora
sufficientemente
avvertita
.
[4]
A
capire
che
esistono
ormai
non
uno
,
ma
molti
e
diversi
Sud
,
si
oppone
la
immagine
,
dura
a
scomparire
,
di
un
Sud
unitario
.
[5]
Scendendo
dal
Nord
verso
il
Sud
,
ancora
a
Perugia
può
capitare
di
sentire
dire
una
frase
come
:
«
Ha
sposato
una
meridionale
»
.
[6]
E
qui
«
meridionale
»
,
come
può
testimoniare
un
filologo
del
valore
di
Ignazio
Baldelli
,
vuole
dire
:
«
una
donna
nata
non
si
sa
bene
dove
,
in
qualche
posto
a
sud
di
Rieti
,
dall’
Abruzzo
in
giù
»
.
[7]
Una
donna
,
dunque
,
nata
nel
grigio
paese
uniforme
dove
abitano
i
«
Terroni
»
.
[8]
Ma
chi
sono
i
Terroni
?
[9]
E
dove
cominciano
?
[10]
Vari
anni
fa
,
queste
due
domande
andò
facendole
in
giro
per
l’
Italia
un
pignolo
studioso
svizzero
.
[11]
Grazie
alla
sua
benemerita
pignoleria
la
nostra
curiosità
può
oggi
essere
soddisfatta
.
[12]
Per
la
maggior
parte
degli
interrogati
dallo
svizzero
,
come
è
ovvio
aspettarsi
,
la
Terronia
«
comincia
a
Napoli
»
.
[13]
Ma
per
un
buon
quarto
il
confine
non
era
Napoli
,
bensì
a
Roma
:
e
per
non
pochi
,
prevalentemente
padani
e
veneti
,
Roma
era
già
in
Terronia
.
[14]
Questa
oscillante
collocazione
di
Roma
,
fuori
,
ai
margini
o
dentro
il
paese
dei
Terroni
,
non
è
casuale
.
[15]
Le
risposte
raccolte
dallo
studioso
svizzero
,
con
le
loro
oscillazioni
,
riflettono
uno
stato
di
cose
realmente
oscillante
.
[16]
Trent’
anni
fa
(
sarò
lieto
di
conferme
e
smentite
degli
eventuali
lettori
più
anziani
)
era
ancora
possibile
sentire
usare
a
Roma
,
da
romani
nativi
della
città
,
l’
espressione
«
terroni
»
per
designare
,
con
irrisione
e
disprezzo
,
i
meridionali
,
da
Napoli
verso
sud
.
[17]
Oggi
,
l’
espressione
sopravvive
a
Roma
(
non
altrove
)
come
pura
e
semplice
espressione
scherzosa
,
che
ha
perduto
ogni
carica
polemica
e
volontà
di
identificazione
spregiativa
.
[18]
È
probabile
che
l’
espressione
sia
andata
perdendo
di
intenzione
polemica
di
pari
passo
col
verificarsi
di
due
grossi
fenomeni
caratteristici
della
vita
romana
degli
ultimi
trent’
anni
:
il
sempre
più
accentuato
afflusso
di
meridionali
d’
ogni
regione
nella
città
,
che
contende
ormai
a
Napoli
il
posto
di
maggior
città
del
mezzogiorno
d’
Italia
(
nel
senso
in
cui
New
York
è
,
come
qualcuno
ha
detto
,
la
più
grande
città
italiana
)
;
e
il
dileguo
,
oramai
quasi
totale
,
di
espressioni
dialettali
tipiche
romane
,
estranee
alla
vasta
comunità
delle
parlate
meridionali
e
italiane
.
[19]
Certe
espressioni
,
tipiche
ed
usuali
trent’
anni
fa
,
come
«
micco
»
e
«
ciumaca
»
e
«
cispadano
»
,
quanti
oggi
le
usano
e
addirittura
quanti
ormai
le
capiscono
?
[20]
Nel
dialetto
come
nella
popolazione
,
Roma
si
è
insomma
sia
italianizzata
sia
meridionalizzata
;
e
si
capisce
così
la
difficoltà
che
piemontesi
o
veneti
incontrano
a
collocarla
dentro
o
fuori
i
confini
del
paese
dei
Terroni
.
[21]
Ma
torniamo
a
questo
,
al
paese
dei
Terroni
.
[22]
Delle
decine
e
decine
di
persone
interrogate
dal
paziente
studioso
svizzero
,
nessuna
si
rifiutò
di
rispondere
alla
domanda
.
[23]
Nessuno
ne
mise
in
dubbio
la
correttezza
e
il
presupposto
.
[24]
Nessuno
,
cioè
,
al
Sud
come
al
Nord
,
mostrò
di
avere
dei
dubbi
sul
fatto
che
esista
,
come
realtà
compatta
e
unitaria
,
la
terra
dei
Terroni
.
[25]
Ma
non
è
così
.
[26]
O
,
se
si
vuole
,
non
è
più
così
.
[27]
I
grandi
eventi
demografici
e
sociali
di
questi
ultimi
venti
anni
,
non
soltanto
hanno
reso
di
anno
in
anno
più
grande
la
distanza
tra
il
Nord
sviluppato
e
il
complesso
delle
regioni
meridionali
,
ma
,
entro
questo
complesso
,
hanno
sfrangiato
,
sfilacciato
e
differenziato
zone
diverse
,
prima
assai
meno
differenziate
.
[28]
All’
esistenza
di
questi
diversi
Sud
nemmeno
il
recente
Rapporto
sulla
programmazione
di
Giorgio
Ruffolo
rende
giustizia
.
[29]
In
più
luoghi
il
Mezzogiorno
continua
ad
apparire
come
un’
area
sostanzialmente
unitaria
,
soggetto
e
oggetto
omogeneo
dell’
azione
politica
ed
economica
(
così
alle
pagine
151
,
158
e
soprattutto
nelle
pagine
cruciali
161-70
)
.
[30]
E
invece
,
ripeto
,
non
è
così
.
[31]
Esistono
,
bene
individuabili
,
perlomeno
quattro
diversi
Mezzogiorni
.
[32]
Questo
appare
assai
chiaro
dal
punto
di
vista
del
modo
e
della
capacità
di
parlare
;
ma
demologi
,
geografi
seri
,
economisti
non
troppo
puri
e
teorici
e
,
se
ce
ne
sono
,
sociologi
non
verbosi
potranno
portare
altre
e
più
rilevanti
prove
dell’
esistenza
di
questa
partizione
.
[33]
C’
è
un
Mezzogiorno
che
,
per
dir
così
,
sta
dentro
il
dialetto
,
il
dialetto
lo
subisce
come
una
prigione
e
un’
esclusione
.
[34]
C’
è
un
Mezzogiorno
che
del
dialetto
si
serve
:
è
uno
strumento
,
non
più
esclusivo
,
per
esprimersi
e
capire
,
uno
strumento
e
non
una
condanna
.
[35]
C’
è
un
terzo
Sud
che
allo
strumento
dialetto
durante
gli
anni
sessanta
ha
sostituito
lo
strumento
lingua
:
un
Sud
che
ama
parlare
italiano
,
con
ostentazione
e
sforzo
sempre
minori
,
ma
che
potrebbe
anche
parlare
,
all’
occorrenza
,
un
dialetto
.
[36]
E
c’
è
un
Sud
,
infine
,
che
non
sa
più
parlare
dialetto
,
ma
non
sa
ancora
parlare
italiano
.
[37]
Ed
è
,
quest’
ultimo
,
il
Sud
in
condizione
più
drammatica
.
[38]
Ognuno
di
questi
diversi
paesaggi
meridionali
merita
uno
studio
a
parte
,
tutto
da
fare
.
e
quelle
che
qui
verrò
raccogliendo
e
ordinando
sono
impressioni
sparse
,
documenti
e
fatti
osservati
in
questi
anni
:
un
materiale
,
insomma
,
di
prima
approssimazione
,
che
richiede
la
collaborazione
di
critiche
e
migliore
verifica
.
[39]
Il
primo
Sud
,
quello
che
sta
dentro
il
dialetto
e
lo
subisce
senza
sceglierlo
,
non
molto
tempo
fa
,
diciamo
ancora
vent’
anni
fa
,
era
la
totalità
organica
del
Mezzogiorno
.
[40]
Era
il
Sud
contadino
dalla
Ciociaria
al
Tavoliere
,
da
Tricarico
alla
Valle
del
Belice
,
immune
da
scuole
,
senza
strade
,
il
Sud
del
latifondo
;
ed
era
il
Sud
sottoproletario
o
proletario
della
cintura
urbana
intorno
a
Napoli
,
dei
quartieri
più
miserabili
di
Bari
,
Palermo
,
Napoli
;
era
,
ancora
,
il
Sud
piccolo
borghese
di
questi
centri
maggiori
,
e
di
Enna
,
Foggia
,
Catania
,
Chieti
.
[41]
Solo
la
borghesia
più
agiata
e
colta
dei
centri
urbani
maggiori
poteva
,
se
e
quando
voleva
,
sfuggire
a
questa
condizione
d’
uso
obbligato
del
dialetto
.
[42]
«
Chistu
parla
buono
(
cioè
:
italiano
)
e
tene
‘
e
scarpe
:
è
figlie
‘
siggnure
»
:
quest’
espressione
d’
uno
scugnizzo
napoletano
di
tanti
anni
fa
,
da
sola
ci
dice
molte
cose
,
forse
più
di
certe
ricerche
di
sociologia
linguistica
.
Lo
scugnizzo
,
diversamente
dai
populisti
che
si
sbrodolano
nel
contemplarlo
e
ammirarlo
,
non
aveva
dubbi
sul
fatto
che
il
suo
non
sapere
usare
italiano
era
un
«
parlare
malamente
»
,
e
che
parlare
italiano
significava
«
parlare
buono
»
.
Per
lui
,
era
anche
evidente
il
collegamento
,
l’
associazione
a
doppio
senso
,
di
condizioni
economiche
(
calzare
scarpe
)
e
culturali
di
base
(
parlare
italiano
,
e
non
dialetto
)
e
di
stato
sociale
:
essere
signori
.
[43]
Anche
nella
gran
Babilonia
d’
un
grandissimo
centro
come
Napoli
,
il
rimescolio
e
movimento
della
società
non
era
cioè
sufficiente
a
intaccare
la
sostanziale
staticità
della
base
sociale
e
culturale
,
poggiante
sulla
netta
contrapposizione
tra
«
signori
»
,
in
grado
di
comprarsi
scarpe
e
parlare
italiano
,
e
la
immensa
folla
degli
altri
.
[44]
Oggi
,
molti
colpi
d’
ariete
,
migrazioni
,
lotte
e
riforma
agraria
,
industria
,
televisione
,
scuola
,
lotte
operaie
,
hanno
sconvolto
questo
assetto
antico
,
ma
ancora
di
recente
ben
saldo
.
[45]
Oggi
,
il
Sud
che
sa
parlare
solo
il
proprio
dialetto
,
che
ignora
l’
italiano
non
è
completamente
scomparso
.
[46]
Esiste
ancora
(
vedremo
)
,
ma
non
è
più
tutto
il
Sud
.
[47]
E
la
realtà
linguistica
(
e
non
solo
linguistica
)
è
assai
più
frantumata
e
complessa
d’
un
tempo
.
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