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Politica e linguaggio

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 12 ottobre 1973
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2


[1]
SOTTO UN TITOLO di forma non consueta per il «Corriere della Sera» (Lo italiano dei poveri e quello dei padroni), Giovanni Russo in un articolo del 5 ottobre scrive tra lo altro:
[2]
«La lingua come instrumentum regni, come mezzo di dominio e di prevaricazione, e la lingua, invece, come verità che riflette formazione di una società che prende coscienza di . Ecco due fatti che viviamo o abbiamo vissuto ma di cui pochi si rendono conto».
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Giovanni Russo ha ragione a parlare di «pochi».
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Che sia possibile e giusto guardare al linguaggio in una dimensione politica, è una cosa che preferiscono non dire o ignorare anzitutto gli specialisti di studi glottologici e linguistici.
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I testi in cui ciò viene detto con chiarezza sono pochi, anche se sono vette eccelse; alcune luminose pagine del grande linguista italiano dell’Ottocento, Graziadio Isaia Ascoli, il Corso di linguistica generale di Saussure, le Tesi del 29 con cui ebbe origine il movimento strutturalista.
[6]
Ma, in genere, i linguisti non hanno amato raccogliere questo tipo di sollecitazioni nel loro specifico lavoro di ricerca.
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Anzi, in grande maggioranza, si sono mossi dentro quadri teorici che paiono fatti apposta per mettere in ombra lo stretto legame reciproco che unisce politica e linguaggio.
[8]
Aggiungiamo che nella tradizione colta italiana ha avuto spazio e dominio, dal Rinascimento ai giorni nostri, un punto di vista retorico e letterario.
[9]
E cioè la classe colta italiana ha amato guardare al linguaggio come se le questioni decisive fossero quelle del «bello scrivere» come se il linguaggio servisse essenzialmente a comporre sonetti e prose d’arte.
[10]
Come ho già ricordato atre volte, esistono eccezioni.
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E, di nuovo, si tratta di eccezioni luminose: basteranno i nomi di Antonio Gramsci e del priore di Barbiana, don Lorenzo Milani.
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Da Manzoni a don Milani
[13]
(Una parentesi, forse non soltanto personale. Qualcuno mi rimprovera di ricordare troppo spesso, in scritti tecnici e interventi a più largo raggio, don Lorenzo Milani e altri «preti». Piacerebbe anche a me citare soltanto laici patentati e miscredenti. Sta di fatto però che la nostra cultura non cattolica ha avuto troppo spesso un modo di vedere aristocratico. I nostri laicisti hanno troppo spesso ignorato i problemi di massa e, quindi, i problemi del rapporto tra linguaggio e politica. I «preti» invece sono sempre stati molto attenti a questo ordine di problemi. È vero: nove volte su dieci specie nel passato, la loro attenzione è servita di base a soluzioni oscurantiste e reazionari. Come ho mostrato in una sede più tecnica, è servita, ad esempio, per organizzare seminari vescovili in modo da castrare intellettualmente e politicamente i giovani chierici. È servita per appoggiare una scuola pubblica classista e selettiva. Ma i preti sapevano bene quello che facevano. I laici spesso no. Ignoravano i termini del problema. Li confondevano. È successo così che le analisi più illuminanti le proposte più rilevanti in tema di politica del linguaggio le hanno prodotte non tanto uomini di cultura atea e laica, ma uomini di cultura cattolica, beninteso una volta abbandonate le pregiudiziali oscurantiste e reazionarie.
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Nomi?
[15]
Due li sappiamo tutti: Alessandro Manzoni e don Milani.
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Altri nomi sono meno noti, per esempio quello di don Roberto Sardelli.
[17]
Del resto il discorso non vale solo per questo campo.
[18]
Sappiamo bene tutti che, quando i cattolici riescono a liberarsi dalle ideologie reazionarie e dai freni autoritari che li imbrigliano, sono tra i più preziosi compagni di lotta per il movimento democratico di massa.
[19]
Spesso assai più preziosi di molti tra noi laici che a scegliere la parte dei lavoratori e degli sfruttati ci siamo arrivati a volte soprattutto scavando tra i libri.
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Perciò sentirsi dire che certe ricerche risentono troppo di don Milani e altri «preti» di questo genere, è la lode più ambita alla quale possa aspirare oggi chi si occupa di linguaggio e di scuola in Italia, cercando di servire alla causa di milioni di lavoratori.
[21]
Perciò per conto mio, «resto fermo» molto volentieri a don Milani.
[22]
E a Gramsci).
[23]
Ma per tornare al filo del discorso, Gramsci e don Milani sono stati solo eccezioni.
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In genere, la nostra cultura accademica e la nostra scuola hanno preferito chiudere gli occhi dinanzi ai rapporti di politica e linguaggio.
[25]
E, in questo modo, hanno permesso che nella realtà sociale italiana si stabilissero i peggiori rapporti possibili tra politiche conservatrici e reazionarie e persistenti divisioni e fratture linguistiche.
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Diplomazia e ridicolo
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Perciò bisogna essere grati a Giovanni Russo di avere scritto quello che ha scritto, di avere portato sotto gli occhi di un pubblico più vasto (e non particolarmente progressista) un discorso aperto e comprensibile sulla lingua come strumento di potere e sulla lingua come luogo di tensioni e lotte sociali.
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Chi invece (per restare in tema) non va precisamente ringraziato è il signor Bombassei, ambasciatore italiano presso la Comunità politica europea.
[29]
Le notizie sull’attività dell’ambasciatore Bombassei sono piuttosto scarne.
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Come patrioti, quali noi siamo e ci confessiamo, c’è da augurarsi che esse siano inesatte, fuorvianti, e che il nostro ambasciatore si comporti in realtà assai meglio di quanto appare dai succinti resoconti di agenzia.
[31]
Che cosa ha fatto l’ambasciatore Bombassei?
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Con mossa diplomatica degna dell’immortale Riciliù, ha trasformato il nostro analfabetismo cronico in materia di lingue straniere, in motivo di protesta diplomatica.
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Come è noto, su dieci italiani a mala pena uno sa (e Dio sa come!) una lingua straniera.
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Questo ha conseguenze assai negative sulla nostra produzione culturale e scientifica, gravissime per la nostra industria e il nostro commercio, drammatiche per i milioni di nostri lavoratori costretti a emigrare portandosi dietro, come unico bagaglio linguistico, il proprio dialetto.
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Ma l’analfabetismo in fatto di lingue straniere ha anche risvolti comici.
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I diplomatici italiani che confondono statut «statuto» e statue «statua» sono fonte inesausta di amenità che rallegrano quelli che i giornalisti chiamano «circoli diplomatici internazionali».
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Cultura, commercio, industria, emigranti sono niente per l’ambasciatore Bombassei.
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Niente è il ridicolo che circonda le nostre rappresentanze ufficiali.
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Invece di parlare al nostro governo dei guai dei nostri lavoratori, invece almeno di dire ai diplomatici suoi dipendenti che, se lavorano a Bruxelles, beh, un po’ di francese farebbero bene a studiarselo, il nostro bravo ambasciatore ha gravemente minacciato i governi stranieri.
[40]
Olandesi, belgi, inglesi, tedeschi ecc., nelle riunioni internazionali parlano in francese.
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O verranno tradotti in italiano i loro discorsi, oppure gli italiani non andranno più alle riunioni: tale fu la minaccia del Bombassei.
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Stentiamo a credere che Aldo Moro, che è un uomo di cultura e di autentica intelligenza, possa avere dato istruzioni del genere alla nostra diplomazia.
[43]
Siamo tentati di credere che il nostro giornale e la «Stampa» di Torino (che han riportato la notizia) non abbiano detto la verità.
[44]
Come patrioti, non possiamo credere altro.

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