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SOTTO UN TITOLO di forma non consueta per il «Corriere della Sera» (Lo italiano dei poveri e quello dei padroni), Giovanni Russo in un articolo del 5 ottobre scrive tra lo altro:
«La lingua come instrumentum regni, come mezzo di dominio e di prevaricazione, e la lingua, invece, come verità che riflette formazione di una società che prende coscienza di sé. Ecco due fatti che viviamo o abbiamo vissuto ma di cui pochi si rendono conto».
Giovanni Russo ha ragione a parlare di «pochi». Che sia possibile e giusto guardare al linguaggio in una dimensione politica, è una cosa che preferiscono non dire o ignorare anzitutto gli specialisti di studi glottologici e linguistici. I testi in cui ciò viene detto con chiarezza sono pochi, anche se sono vette eccelse; alcune luminose pagine del grande linguista italiano dell’Ottocento, Graziadio Isaia Ascoli, il Corso di linguistica generale di Saussure, le Tesi del 29 con cui ebbe origine il movimento strutturalista. Ma, in genere, i linguisti non hanno amato raccogliere questo tipo di sollecitazioni nel loro specifico lavoro di ricerca. Anzi, in grande maggioranza, si sono mossi dentro quadri teorici che paiono fatti apposta per mettere in ombra lo stretto legame reciproco che unisce politica e linguaggio.
Aggiungiamo che nella tradizione colta italiana ha avuto spazio e dominio, dal Rinascimento ai giorni nostri, un punto di vista retorico e letterario. E cioè la classe colta italiana ha amato guardare al linguaggio come se le questioni decisive fossero quelle del «bello scrivere» come se il linguaggio servisse essenzialmente a comporre sonetti e prose d’arte.
Come ho già ricordato atre volte, esistono eccezioni. E, di nuovo, si tratta di eccezioni luminose: basteranno i nomi di Antonio Gramsci e del priore di Barbiana, don Lorenzo Milani.
Da Manzoni a don Milani
(Una parentesi, forse non soltanto personale. Qualcuno mi rimprovera di ricordare troppo spesso, in scritti tecnici e interventi a più largo raggio, don Lorenzo Milani e altri «preti». Piacerebbe anche a me citare soltanto laici patentati e miscredenti. Sta di fatto però che la nostra cultura non cattolica ha avuto troppo spesso un modo di vedere aristocratico. I nostri laicisti hanno troppo spesso ignorato i problemi di massa e, quindi, i problemi del rapporto tra linguaggio e politica. I «preti» invece sono sempre stati molto attenti a questo ordine di problemi. È vero: nove volte su dieci specie nel passato, la loro attenzione è servita di base a soluzioni oscurantiste e reazionari. Come ho mostrato in una sede più tecnica, è servita, ad esempio, per organizzare seminari vescovili in modo da castrare intellettualmente e politicamente i giovani chierici. È servita per appoggiare una scuola pubblica classista e selettiva. Ma i preti sapevano bene quello che facevano. I laici spesso no. Ignoravano i termini del problema. Li confondevano. È successo così che le analisi più illuminanti le proposte più rilevanti in tema di politica del linguaggio le hanno prodotte non tanto uomini di cultura atea e laica, ma uomini di cultura cattolica, beninteso una volta abbandonate le pregiudiziali oscurantiste e reazionarie.
Nomi? Due li sappiamo tutti: Alessandro Manzoni e don Milani. Altri nomi sono meno noti, per esempio quello di don Roberto Sardelli.
Del resto il discorso non vale solo per questo campo. Sappiamo bene tutti che, quando i cattolici riescono a liberarsi dalle ideologie reazionarie e dai freni autoritari che li imbrigliano, sono tra i più preziosi compagni di lotta per il movimento democratico di massa. Spesso assai più preziosi di molti tra noi laici che a scegliere la parte dei lavoratori e degli sfruttati ci siamo arrivati a volte soprattutto scavando tra i libri.
Perciò sentirsi dire che certe ricerche risentono troppo di don Milani e altri «preti» di questo genere, è la lode più ambita alla quale possa aspirare oggi chi si occupa di linguaggio e di scuola in Italia, cercando di servire alla causa di milioni di lavoratori. Perciò per conto mio, «resto fermo» molto volentieri a don Milani. E a Gramsci).
Ma per tornare al filo del discorso, Gramsci e don Milani sono stati solo eccezioni. In genere, la nostra cultura accademica e la nostra scuola hanno preferito chiudere gli occhi dinanzi ai rapporti di politica e linguaggio. E, in questo modo, hanno permesso che nella realtà sociale italiana si stabilissero i peggiori rapporti possibili tra politiche conservatrici e reazionarie e persistenti divisioni e fratture linguistiche.
Diplomazia e ridicolo
Perciò bisogna essere grati a Giovanni Russo di avere scritto quello che ha scritto, di avere portato sotto gli occhi di un pubblico più vasto (e non particolarmente progressista) un discorso aperto e comprensibile sulla lingua come strumento di potere e sulla lingua come luogo di tensioni e lotte sociali. Chi invece (per restare in tema) non va precisamente ringraziato è il signor Bombassei, ambasciatore italiano presso la Comunità politica europea. Le notizie sull’attività dell’ambasciatore Bombassei sono piuttosto scarne. Come patrioti, quali noi siamo e ci confessiamo, c’è da augurarsi che esse siano inesatte, fuorvianti, e che il nostro ambasciatore si comporti in realtà assai meglio di quanto appare dai succinti resoconti di agenzia.
Che cosa ha fatto l’ambasciatore Bombassei? Con mossa diplomatica degna dell’immortale Riciliù, ha trasformato il nostro analfabetismo cronico in materia di lingue straniere, in motivo di protesta diplomatica. Come è noto, su dieci italiani a mala pena uno sa (e Dio sa come!) una lingua straniera. Questo ha conseguenze assai negative sulla nostra produzione culturale e scientifica, gravissime per la nostra industria e il nostro commercio, drammatiche per i milioni di nostri lavoratori costretti a emigrare portandosi dietro, come unico bagaglio linguistico, il proprio dialetto.
Ma l’analfabetismo in fatto di lingue straniere ha anche risvolti comici. I diplomatici italiani che confondono statut «statuto» e statue «statua» sono fonte inesausta di amenità che rallegrano quelli che i giornalisti chiamano «circoli diplomatici internazionali».
Cultura, commercio, industria, emigranti sono niente per l’ambasciatore Bombassei. Niente è il ridicolo che circonda le nostre rappresentanze ufficiali. Invece di parlare al nostro governo dei guai dei nostri lavoratori, invece – almeno – di dire ai diplomatici suoi dipendenti che, se lavorano a Bruxelles, beh, un po’ di francese farebbero bene a studiarselo, il nostro bravo ambasciatore ha gravemente minacciato i governi stranieri. Olandesi, belgi, inglesi, tedeschi ecc., nelle riunioni internazionali parlano in francese. O verranno tradotti in italiano i loro discorsi, oppure gli italiani non andranno più alle riunioni: tale fu la minaccia del Bombassei.
Stentiamo a credere che Aldo Moro, che è un uomo di cultura e di autentica intelligenza, possa avere dato istruzioni del genere alla nostra diplomazia. Siamo tentati di credere che il nostro giornale e la «Stampa» di Torino (che han riportato la notizia) non abbiano detto la verità. Come patrioti, non possiamo credere altro.
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