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Maarten Janssen, 2014-
Sentence view
Politica e linguaggio
Language column
Le parole e i fatti
Author
Tullio De Mauro
Date
12
ottobre
1973
more header data
[1]
SOTTO
UN
TITOLO
di
forma
non
consueta
per
il
«
Corriere
della
Sera
»
(
Lo
italiano
dei
poveri
e
quello
dei
padroni
)
,
Giovanni
Russo
in
un
articolo
del
5
ottobre
scrive
tra
lo
altro
:
[2]
«
La
lingua
come
instrumentum
regni
,
come
mezzo
di
dominio
e
di
prevaricazione
,
e
la
lingua
,
invece
,
come
verità
che
riflette
formazione
di
una
società
che
prende
coscienza
di
sé
.
Ecco
due
fatti
che
viviamo
o
abbiamo
vissuto
ma
di
cui
pochi
si
rendono
conto
»
.
[3]
Giovanni
Russo
ha
ragione
a
parlare
di
«
pochi
»
.
[4]
Che
sia
possibile
e
giusto
guardare
al
linguaggio
in
una
dimensione
politica
,
è
una
cosa
che
preferiscono
non
dire
o
ignorare
anzitutto
gli
specialisti
di
studi
glottologici
e
linguistici
.
[5]
I
testi
in
cui
ciò
viene
detto
con
chiarezza
sono
pochi
,
anche
se
sono
vette
eccelse
;
alcune
luminose
pagine
del
grande
linguista
italiano
dell’
Ottocento
,
Graziadio
Isaia
Ascoli
,
il
Corso
di
linguistica
generale
di
Saussure
,
le
Tesi
del
29
con
cui
ebbe
origine
il
movimento
strutturalista
.
[6]
Ma
,
in
genere
,
i
linguisti
non
hanno
amato
raccogliere
questo
tipo
di
sollecitazioni
nel
loro
specifico
lavoro
di
ricerca
.
[7]
Anzi
,
in
grande
maggioranza
,
si
sono
mossi
dentro
quadri
teorici
che
paiono
fatti
apposta
per
mettere
in
ombra
lo
stretto
legame
reciproco
che
unisce
politica
e
linguaggio
.
[8]
Aggiungiamo
che
nella
tradizione
colta
italiana
ha
avuto
spazio
e
dominio
,
dal
Rinascimento
ai
giorni
nostri
,
un
punto
di
vista
retorico
e
letterario
.
[9]
E
cioè
la
classe
colta
italiana
ha
amato
guardare
al
linguaggio
come
se
le
questioni
decisive
fossero
quelle
del
«
bello
scrivere
»
come
se
il
linguaggio
servisse
essenzialmente
a
comporre
sonetti
e
prose
d’
arte
.
[10]
Come
ho
già
ricordato
atre
volte
,
esistono
eccezioni
.
[11]
E
,
di
nuovo
,
si
tratta
di
eccezioni
luminose
:
basteranno
i
nomi
di
Antonio
Gramsci
e
del
priore
di
Barbiana
,
don
Lorenzo
Milani
.
[12]
Da
Manzoni
a
don
Milani
[13]
(
Una
parentesi
,
forse
non
soltanto
personale
.
Qualcuno
mi
rimprovera
di
ricordare
troppo
spesso
,
in
scritti
tecnici
e
interventi
a
più
largo
raggio
,
don
Lorenzo
Milani
e
altri
«
preti
»
.
Piacerebbe
anche
a
me
citare
soltanto
laici
patentati
e
miscredenti
.
Sta
di
fatto
però
che
la
nostra
cultura
non
cattolica
ha
avuto
troppo
spesso
un
modo
di
vedere
aristocratico
.
I
nostri
laicisti
hanno
troppo
spesso
ignorato
i
problemi
di
massa
e
,
quindi
,
i
problemi
del
rapporto
tra
linguaggio
e
politica
.
I
«
preti
»
invece
sono
sempre
stati
molto
attenti
a
questo
ordine
di
problemi
.
È
vero
:
nove
volte
su
dieci
specie
nel
passato
,
la
loro
attenzione
è
servita
di
base
a
soluzioni
oscurantiste
e
reazionari
.
Come
ho
mostrato
in
una
sede
più
tecnica
,
è
servita
,
ad
esempio
,
per
organizzare
seminari
vescovili
in
modo
da
castrare
intellettualmente
e
politicamente
i
giovani
chierici
.
È
servita
per
appoggiare
una
scuola
pubblica
classista
e
selettiva
.
Ma
i
preti
sapevano
bene
quello
che
facevano
.
I
laici
spesso
no
.
Ignoravano
i
termini
del
problema
.
Li
confondevano
.
È
successo
così
che
le
analisi
più
illuminanti
le
proposte
più
rilevanti
in
tema
di
politica
del
linguaggio
le
hanno
prodotte
non
tanto
uomini
di
cultura
atea
e
laica
,
ma
uomini
di
cultura
cattolica
,
beninteso
una
volta
abbandonate
le
pregiudiziali
oscurantiste
e
reazionarie
.
[14]
Nomi
?
[15]
Due
li
sappiamo
tutti
:
Alessandro
Manzoni
e
don
Milani
.
[16]
Altri
nomi
sono
meno
noti
,
per
esempio
quello
di
don
Roberto
Sardelli
.
[17]
Del
resto
il
discorso
non
vale
solo
per
questo
campo
.
[18]
Sappiamo
bene
tutti
che
,
quando
i
cattolici
riescono
a
liberarsi
dalle
ideologie
reazionarie
e
dai
freni
autoritari
che
li
imbrigliano
,
sono
tra
i
più
preziosi
compagni
di
lotta
per
il
movimento
democratico
di
massa
.
[19]
Spesso
assai
più
preziosi
di
molti
tra
noi
laici
che
a
scegliere
la
parte
dei
lavoratori
e
degli
sfruttati
ci
siamo
arrivati
a
volte
soprattutto
scavando
tra
i
libri
.
[20]
Perciò
sentirsi
dire
che
certe
ricerche
risentono
troppo
di
don
Milani
e
altri
«
preti
»
di
questo
genere
,
è
la
lode
più
ambita
alla
quale
possa
aspirare
oggi
chi
si
occupa
di
linguaggio
e
di
scuola
in
Italia
,
cercando
di
servire
alla
causa
di
milioni
di
lavoratori
.
[21]
Perciò
per
conto
mio
,
«
resto
fermo
»
molto
volentieri
a
don
Milani
.
[22]
E
a
Gramsci
)
.
[23]
Ma
per
tornare
al
filo
del
discorso
,
Gramsci
e
don
Milani
sono
stati
solo
eccezioni
.
[24]
In
genere
,
la
nostra
cultura
accademica
e
la
nostra
scuola
hanno
preferito
chiudere
gli
occhi
dinanzi
ai
rapporti
di
politica
e
linguaggio
.
[25]
E
,
in
questo
modo
,
hanno
permesso
che
nella
realtà
sociale
italiana
si
stabilissero
i
peggiori
rapporti
possibili
tra
politiche
conservatrici
e
reazionarie
e
persistenti
divisioni
e
fratture
linguistiche
.
[26]
Diplomazia
e
ridicolo
[27]
Perciò
bisogna
essere
grati
a
Giovanni
Russo
di
avere
scritto
quello
che
ha
scritto
,
di
avere
portato
sotto
gli
occhi
di
un
pubblico
più
vasto
(
e
non
particolarmente
progressista
)
un
discorso
aperto
e
comprensibile
sulla
lingua
come
strumento
di
potere
e
sulla
lingua
come
luogo
di
tensioni
e
lotte
sociali
.
[28]
Chi
invece
(
per
restare
in
tema
)
non
va
precisamente
ringraziato
è
il
signor
Bombassei
,
ambasciatore
italiano
presso
la
Comunità
politica
europea
.
[29]
Le
notizie
sull’
attività
dell’
ambasciatore
Bombassei
sono
piuttosto
scarne
.
[30]
Come
patrioti
,
quali
noi
siamo
e
ci
confessiamo
,
c’
è
da
augurarsi
che
esse
siano
inesatte
,
fuorvianti
,
e
che
il
nostro
ambasciatore
si
comporti
in
realtà
assai
meglio
di
quanto
appare
dai
succinti
resoconti
di
agenzia
.
[31]
Che
cosa
ha
fatto
l’
ambasciatore
Bombassei
?
[32]
Con
mossa
diplomatica
degna
dell’
immortale
Riciliù
,
ha
trasformato
il
nostro
analfabetismo
cronico
in
materia
di
lingue
straniere
,
in
motivo
di
protesta
diplomatica
.
[33]
Come
è
noto
,
su
dieci
italiani
a
mala
pena
uno
sa
(
e
Dio
sa
come
!
)
una
lingua
straniera
.
[34]
Questo
ha
conseguenze
assai
negative
sulla
nostra
produzione
culturale
e
scientifica
,
gravissime
per
la
nostra
industria
e
il
nostro
commercio
,
drammatiche
per
i
milioni
di
nostri
lavoratori
costretti
a
emigrare
portandosi
dietro
,
come
unico
bagaglio
linguistico
,
il
proprio
dialetto
.
[35]
Ma
l’
analfabetismo
in
fatto
di
lingue
straniere
ha
anche
risvolti
comici
.
[36]
I
diplomatici
italiani
che
confondono
statut
«
statuto
»
e
statue
«
statua
»
sono
fonte
inesausta
di
amenità
che
rallegrano
quelli
che
i
giornalisti
chiamano
«
circoli
diplomatici
internazionali
»
.
[37]
Cultura
,
commercio
,
industria
,
emigranti
sono
niente
per
l’
ambasciatore
Bombassei
.
[38]
Niente
è
il
ridicolo
che
circonda
le
nostre
rappresentanze
ufficiali
.
[39]
Invece
di
parlare
al
nostro
governo
dei
guai
dei
nostri
lavoratori
,
invece
–
almeno
–
di
dire
ai
diplomatici
suoi
dipendenti
che
,
se
lavorano
a
Bruxelles
,
beh
,
un
po’
di
francese
farebbero
bene
a
studiarselo
,
il
nostro
bravo
ambasciatore
ha
gravemente
minacciato
i
governi
stranieri
.
[40]
Olandesi
,
belgi
,
inglesi
,
tedeschi
ecc
.
,
nelle
riunioni
internazionali
parlano
in
francese
.
[41]
O
verranno
tradotti
in
italiano
i
loro
discorsi
,
oppure
gli
italiani
non
andranno
più
alle
riunioni
:
tale
fu
la
minaccia
del
Bombassei
.
[42]
Stentiamo
a
credere
che
Aldo
Moro
,
che
è
un
uomo
di
cultura
e
di
autentica
intelligenza
,
possa
avere
dato
istruzioni
del
genere
alla
nostra
diplomazia
.
[43]
Siamo
tentati
di
credere
che
il
nostro
giornale
e
la
«
Stampa
»
di
Torino
(
che
han
riportato
la
notizia
)
non
abbiano
detto
la
verità
.
[44]
Come
patrioti
,
non
possiamo
credere
altro
.
Text view
•
Paragraph view