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Il linguaggio protagonista

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 10 agosto 1973


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LO HA RICORDATO una volta Arrigo Benedetti, in un suo remoto «Quaderno»: è propria di questa parte dell’anno linclinazione a tirare le somme, a fare bilanci. L’anno del calendario finisce in dicembre. Ma l’anno civile, politico, morale, finisce in agosto.

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Cedendo, dunque, a questa inclinazione, e sfogliando i giornali di queste settimane, mi accade di tirare le somme, per la parte che riguarda le materie di cui mi occupo. Una constatazione mi appare evidente: badare al linguaggio che adoperiamo, badarvi con intelligenza e cura, un po’ alla volta è diventato abituale anche da noi, in Italia, come da molto tempo è in altri paesi.

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Da noi, non sempre è stato così. Che il linguaggio fosse una cosa importante nella vita mentale ed emotiva delle persone, così come nella vita della società e dei suoi gruppi e strati, lo sapevano pochi, e pochissimo lo dicevano. Se ripercorriamo gli annali della cultura italiana tra le due guerre mondiali, troviamo, tra quelli che hanno avvertito l’importanza del fattore linguaggio, pochi nomi, anche se di primissima grandezza. Alcuni, tutti ancora se li ricordano: Croce, per esempio, e ancor più marcatamente Gramsci (ma l’impiego di Gramsci in questa direzione si è rivelato solo assai più tardi), e filologi di eccezionale classe come Pasquali, qualche giurista di gran valore, come Betti, qualche raro superstite della tradizione di pensiero logico e scientifico italiano del primissimo Novecento, come Vacca, il matematico e studioso di cinese.

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Pochissimo altri nomi si potrebbero aggiungere. Tanto più che perfino coloro che per professione si occupavano di fatti del linguaggio, i linguisti, a quel tempo, in Italia, quasi tutti cercavano farfalle sotto l’arco di Tito. Eccezioni illustri, come Pagliaro o Devoto, ce n’erano, ma erano appunto tali: eccezioni. Per la grande maggioranza dei componenti della corporazione italiana dei linguisti, fino ad anni assai vicini a noi, era peccaminoso e condannevole studiare il linguaggio in rapporto ai fenomeni e alle strutture logiche, matematiche, psicologiche, sociali.

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La sola cosa con cui il linguaggio pareva avere rapporti, in quel clima culturale, era la poesia. Parlare, scrivere, erano faccende da letterati e poeti. E lo studio del linguaggio, se non serviva a raccogliere aneddoti pittoreschi su questa o quella parola, trovava il suo unico sbocco nello studio delle opere letterarie.

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La cultura comune, non specialistica, rifletteva questo stato di cose. Un settimanale che fu specchio e stimolo della cultura italiana di vent’anni fa, «Il Mondo» di Mario Pannunzio, tra la fondazione e, diciamo, il 1955 pubblicò solo quattro o cinque articoli relativi al linguaggio: i soliti interventi puristici di Monelli, un articolo di un allievo di Pasquali, un paio di articoli di Devoto. Per il resto, «Il Mondo» taceva e negli altri giornali si parlava di cose linguistiche o nelle prospettive dell’aneddoto (tipo l’etimologia dei nomi propri: Marta, Maddalena, Radegonda) o nelle prospettive del «si dice così». Di nuovo bisogna citare due eccezioni, le stesse di prima, cioè gli articoli di terza pagina di Pagliaro e Devoto. E non c’è da stupirsi: è naturale che trovassero la via di un colloquio più aperto, di più ampio interesse, proprio e solo gli stessi che, da specialisti e studiosi, erano attenti alle connessioni del linguaggio con la vita degli individui e delle società.

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L’importanza di farsi capire

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In generale, la cultura comune non badava al linguaggio. Un politico come Togliatti, che rammentava al suo partito l’importanza dei parlar chiaro e di farsi intendere da tutti, in ogni classe sociale, e che, se mal non ricordo, faceva fissare questi propositi in una delibera del Comitato centrale, anche lui era un’eccezione, anche per questa parte era più avanti di tanti altri.

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Oggi le cose sono cambiate. E non si deve tanto pensare alla fortuna dei libri di linguistica, di semiologia e simili: è una fortuna che potrebbe anche in gran parte essere legata a mode passeggere. Bisogna invece pensare all’interesse generale e diffuso per i fenomeni del linguaggio e della comunicazione. La linguistica (così come è praticata ancora da molti specialisti) può darsi che non meriti alcun interesse e alcuna fortuna. Il linguaggio no. La linguistica passa, il linguaggio resta.

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Ed è al linguaggio appunto che si indirizza la comune attenzione. Come si sa, nei nostri giornali si è andato creando un osservatorio linguistico collettivo, che registra puntualmente le variazioni del nostro parlare dentro l’organismo sempre più complicato della nostra società. Questo osservatorio collettivo in tanto è possibile, in tanto è richiesto e può realizzarsi, in quanto si è diffusa ed è diventata più fine la coscienza dell’importanza, del rilievo dei fatti di linguaggio e di comunicazione.

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E di questa coscienza più diffusa, più scaltrita, capitano ormai numerose prove sott’occhio a scorrere i nostri giornali.

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Ecco, in una sola pagina della «Stampa», un articolo di Adelfi e un «taccuino» di Leonardo Sciascia. Adelfi avvia una inchiesta sulla televisione italiana: il primo, grande capo di accusa è il linguaggio «cauto, allusivo, pieno di perifrasi» con cui i telegiornali informano delle cose italiane anche importanti. È una accusa pesante, perché passa attraverso l’oscurità di linguaggio un effetto politico degradante: molta gente non capisce i discorsi politici della tivvù e, dice Adelfi, si convince che le cose politiche sono roba per gente istruita, o chiacchiere inutili.

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Nelle colonne accanto, Sciascia rievoca il luglio del 1943, lo sbarco in Sicilia degli americani, le sue prime letture di scrittori americani: Tobacco Road di Calwell, la decifrazione di Sanctuary di Faulkner. È una traccia preziosa per entrare nell’officina dove Sciascia ha costruito il suo stile senza autocompiacimenti. Ed è una nuova testimonianza di quella larga e buona influenza che il modo di scrivere degli «americani» ha avuto su tutta la generazione di nostri scrittori oggi sui cinquant’anni.

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Ancora nello stesso giornale torinese, qualche giorno dopo si è potuto leggere un articolo di Stefano Reggiani sulle «parole del 43» (è davvero curioso che il 1943 ci sia tanto più vicino ora che non dieci anni fa). Reggiani ricorda e mostra che «il regime era tenuto in piedi anche da un forte apparato di aggettivi».

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Negli stessi giorni, questo nostro giornale ha pubblicato una intervista con una attrice intelligente come Adriana Asti. L’intervistatrice si soffermava a osservare certi tratti milanesi della pronunzia della Asti, e la brava attrice, di rimando:

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«Io parlo così anche a teatro. Non si può parlare per benino, con tutti gli accenti a posto, è falso, fasullo. Me lo diceva anche Visconti anni fa. Bisogna conservare le proprie origini, le radici della propria terra».

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E nel «Giorno» Carlo Castellaneta spiega le sue idee sul rapporto tra le novità nel linguaggio dei giovani e il gruppo sociale. E un giornale di partito dedica una serie di servizi alla questione della minoranza linguistica ladina, una questione che impegna molto politici e popolazione del Tirolo italiano.

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I tempi degli aneddoti e del «si dice così» sono ormai lontani. E non più solo alcuni specialisti («stizzosi, settarii e impenetrabili»: così ci definisce Reggiani), ma amabili elzeviristi, grandi scrittori, giornalisti attenti, attrici, politici vanno disegnando dinanzi agli occhi di tutti noi l’immagine del linguaggio come protagonista della vita sociale.


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