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La pratica e la grammatica

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 8 giugno 1973
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-3


[1]
«VAL PIU’ LA PRATICA che la grammatica»: vari fatti mi spingono, in questi giorni, a ripensare a questo vecchio proverbio.
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Primo episodio: il Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, che lavora a Roma da due anni, sta tirando le somme dell’attività di quest’anno.
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Tra gli altri, si è costituito un gruppo di lavoro che si occupa di problemi di educazione linguistica nelle varie fasce scolastiche.
[4]
Il gruppo è partito da una analisi assai critica verso i tipi tradizionali di insegnamento: questi puntano tutto sull’addestrare gli allievi a ripetere certi modelli di stile, essenzialmente scritto, e a ripetere le regole dei nostri scombiccherati e approssimativi libri di grammatica.
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Contro questo insegnamento, il gruppo del CIDI non ha solo mosso critiche.
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Ha cominciato a lavorare per suggerire alternative.
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Cioè, ha cominciato a cercare di costruire esercizi e linee di insegnamento che verifichino e stimolino le capacità di invenzione linguistica latenti nell’allievo.
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A sentir parlare male della grammatica, qualcuno c’è il rischio che non capisca.
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Qualcuno può farsi l’idea che gli insegnanti del CIDI vogliamo sostenere la legittimità di frasi come «Se lei avressino andata, lui fosse mangiata il gelato».
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Quando si è detto e si ripete che, tra l’altro, bisogna abbandonare il vecchio insegnamento linguistico consistente nell’insegnare le formule e regole delle grammatiche non si vuole davvero che la gente si metta a parlare in modo scombinato e sgrammaticato.
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Tutt’altro.
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La parola «grammatica» significa due cose: la realtà descritta e la descrizione della realtà.
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C’è una grammatica reale, alla quale, parlando, tutti ci atteniamo anche se siamo analfabeti, anche se, come due terzi dell’umanità vivente, non abbiamo mai visto un libro di grammatica.
[14]
E c’è il libro di grammatica che descrive (o dovrebbe descrivere) la grammatica reale.
[15]
Quello che si vuole mettere in discussione non è già l’utilità della grammatica reale.
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Senza attenerci alla grammatica, cioè senza costruire ordinatamente le nostre frasi, non parleremmo; e senza far riferimento a quest’ordine, nemmeno saremmo in grado di capire.
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Quello che si vuole mettere in discussione è l’utilità del libro di grammatica, e non in generale, ma nell’uso delle scuole elementari e medie.
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A ripensare a questa discussione, in atto da qualche anno, spinge una seconda opportunità.
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A fine giugno, un gruppo benemerito del processo di rinnovamento e avanzamento in atto nella nostra scuola, il gruppo della bellissima «Biblioteca di lavoro» elaborata da Mario Lodi e altri maestri del Movimento di Cooperazione Educativa e pubblicata dall’editore Manzuoli, si riunirà a Firenze.
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Il gruppo, come tutto il M.
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C.
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E., ha lavorato molto bene in altri settori didattici.
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E i soi fascicoletti sono un modello molto avanzato di come si devono redigere (dal punto di vista dell’accessibilità linguistica) testi per bambini in età prescolare o ai primi anni di scuola.
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Tra l’altro, il gruppo cercherà di mettere a punto dei programmi e dei fascicoletti che aiutino il processo di crescita linguistica dei bambini.
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Terzo episodio.
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Qualche tempo fa, in una intervista sui libri scolastici, mi è accaduto di rilevare la difficoltà di costruire dei buoni libri di grammatica per le scuole, specialmente in un paese linguisticamente difforme e frantumato come l’Italia, e di sottolineare il carattere complessivamente negativo dei nostri libri di grammatica.
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Qualche tempo dopo, proprio su questo giornale, sono stato felice di segnalare due parziali eccezioni (e una terza spero di segnalare presto).
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Ma le rondini sono troppo poche per fare primavera.
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E il giudizio di insieme sulle grammatiche resta negativo.
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Nell’intervista, ho fatto riferimento a un parere negativo della Società di Linguistica.
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Un autorevole socio della SLI (l’ex Segretario, il professor Domenico Parisi) mi ha fatto di ciò carico.
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Non esiste un deliberato formale di questa giovane ed attiva società che dica «abbasso le grammatiche» o qualcosa del genere.
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Ammetto di buon grado di avere prevaricato e semplificato.
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Ma è però inevitabile.
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La Società di Linguistica Italiana non è un partito, è una società di studio.
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Come tale, è interessata non a formulare e fare rispettare questo o quel deliberato o credo scientifico, ma, al contrario, è interessata alla critica, alla discussione permanente.
[37]
Se dico che la SLI è chomskiana, oppure saussuriana, oppure storicista (oppure, anche, che non è nessuna di queste tre cose), ciò non vorrà dire che a un certo punto c’è stata una mozione con dentro scritto viva o abbasso.
[38]
Chomsky o Saussure o simili.
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La frase sarà quindi da intendere nel senso che, dentro la SLI, si profila come scientificamente accreditata un’opinione favorevole (o non favorevole) a Chomsky, o a Saussure, o alla linguistica storica.
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Ora, a proposito delle grammatiche e dell’uso delle medesime nelle nostre scuole, molti studiosi della Società di Linguistica in numerosi convegni si sono pronunziati contro l’uso delle grammatiche come pilastro dello insegnamento linguistico.
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Studiosi di psicologia, di linguistica teorica, di linguistica storica, di psicolinguistica, da Renzo Titone a Giorgio Cadorna, da Battacchi a Raffaele Simone, allo stesso Parisi.
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E se i libri di grammatica fossero fatti meglio di come sono ora?
[43]
È una domanda che un po’ tutti, per scrupolo scientifico, ci siamo posti.
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Proprio Domenico Parisi, in un suo intervento, dopo avere recisamente detto che «l’abolizione della grammatica (nelle scuole) non porterebbe svantaggi, anzi porterebbe molti vantaggi», così ha affermato:
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«E se facessimo una grammatica diversa, che forse oggi neppure sappiamo quale è, ma una grammatica che sia un vero strumento di comprensione del linguaggio, così come un libro di fisica è uno strumento di comprensione dei fenomeni fisici? Allora, magari non presto, a livello di scuola media superiore forse sarà possibile di nuovo utilizzare di nuovo una grammatica: ma una grammatica che in comune con la vecchia grammatica avrà soltanto il nome».
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Il paragone implicito nelle parole di Parisi è illuminante.
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Una buona grammatica, cioè una buona descrizione del reale funzionamento di una lingua, ha un livello di complessità almeno pari a un libro di fisica.
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Da un secolo a questa parte, di decennio in decennio il linguaggio ci si è venuto svelando, infatti, come un congegno di complessità eccezionale.
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Nelle scuole, il lavoro numero uno è stimolare il buon funzionamento di questo congegno.
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Soltanto dopo, molto dopo, viene e può venire il momento di studiare in modo riflesso e scientifico questo congegno che occorre anzitutto attivare.
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Allo stesso modo, ci preoccuperemo anzitutto di addestrare il ragazzo allo uso delle quattro operazioni e di una folla di algoritmi.
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Ma la nozione teorica di algoritmo verrà solo molto dopo (e, per molti, mai).
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E, per continuare coi paragoni, una mamma non fa lezioni di fisiologia o di anatomia al suo bambino per insegnargli a camminare, o di acustica ed elettronica per insegnargli ad accendere la televisione.
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Quando la capacità di capire e usare la propria e altre lingue sarà ben formata e sviluppata, ben venga, al termine del ciclo superiore di studi medi, anche lo studio della storia delle lingue e dei loro congegni funzionali.
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Studio ben diverso dalla inutile e dannosa ripetizione di regolette senza nesso e senso che nelle nostre scuole vanno sotto il nome di grammatiche.

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