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Maarten Janssen, 2014-
Sentence view
La riconquista dei dialetti
Language column
Le parole e i fatti
Author
Tullio De Mauro
Date
7
dicembre
1973
more header data
[1]
«
NON
PUBBLICARE
articoli
,
poesie
o
titoli
in
dialetto
.
L’
incoraggiamento
alla
letteratura
dialettale
è
in
contrasto
con
le
direttive
spirituali
e
politiche
del
Regime
,
rigidamente
unitario
.
Il
regionalismo
e
i
dialetti
che
ne
costituiscono
la
principale
espressione
sono
residui
di
secoli
di
divisioni
e
di
servitù
della
vecchia
Italia
»
.
[2]
All’
inizio
degli
anni
trenta
,
così
scriveva
ai
direttori
dei
giornali
Gaetano
Polverelli
,
dal
suo
ufficio
del
«
Minculpop
»
,
il
ministero
della
cultura
popolare
.
[3]
La
campagna
fascista
contro
le
tradizioni
dialettali
,
nelle
quali
più
facilmente
e
immediatamente
i
contadini
potevano
riconoscere
una
loro
fisionomia
locale
difforme
dal
centralismo
della
dittatura
,
rientrava
nella
generale
politica
fascista
di
compressione
di
ogni
fermento
e
tradizione
di
autonomia
.
[4]
Che
così
fosse
,
ce
lo
dice
bene
il
contesto
in
cui
sta
la
nota
di
Polverelli
scrive
:
«
È
un
errore
politico
pubblicare
sui
giornali
fotografie
di
ricordi
socialisti
,
comunisti
,
ecc
.
»
.
[5]
E
poco
dopo
il
Polverelli
se
la
prendeva
(
e
ordinava
ai
camerati
della
stampa
di
prendersela
)
con
un
vescovo
triestino
troppo
sollecito
delle
sorti
della
minoranza
slovena
rinchiusa
dentro
i
confini
italiani
dalla
fine
della
prima
guerra
mondiale
.
[6]
Nella
testa
e
nelle
parole
del
Polverelli
,
fedele
servo
del
regime
fascista
,
il
cerchio
si
saldava
perfettamente
.
[7]
Polemica
contro
le
tradizioni
dialettali
,
odio
per
le
memorie
e
tradizioni
socialiste
e
comuniste
delle
classi
popolari
,
furia
contro
i
sopravviventi
legami
tra
una
parte
del
clero
cattolico
e
la
gente
del
popolo
o
,
peggio
ancora
,
i
gruppi
«
antinazionali
»
,
come
le
popolazioni
slovene
:
azioni
disparate
d’
appartenenza
sconnessa
e
qualche
volta
apertamente
ridicola
(
come
quando
Piana
dei
Greci
fu
costretta
a
ribattezzarsi
Piana
degli
Albanesi
,
perché
ai
greci
il
fascismo
doveva
spezzare
le
reni
)
avevano
in
realtà
un
saldo
centro
unificatore
:
l’
odio
per
ogni
forma
di
divergenza
e
autonomia
.
[8]
Queste
non
sono
solo
memorie
del
passato
.
[9]
E
non
solo
perché
in
queste
e
altre
questioni
il
sottobosco
burocratico
dell’
Italia
repubblicana
è
restato
troppo
spesso
legato
a
pratiche
e
atteggiamenti
di
stampo
fascista
.
[10]
Ma
anche
perché
nel
nero
specchio
del
fascismo
noi
oggi
vediamo
riflessa
e
capovolta
l’
immagine
di
quella
che
può
e
deve
essere
una
politica
culturale
di
massa
genuinamente
democratica
.
[11]
Una
politica
culturale
di
massa
è
fatta
di
molte
cose
.
[12]
Esige
decisi
interventi
economici
e
amministrativi
che
assestino
e
in
molte
regioni
,
creino
le
strutture
di
base
:
scuole
comunali
per
l’
infanzia
,
scuole
elementari
efficienti
,
centri
di
lettura
e
pubbliche
specializzate
.
[13]
E
sono
necessari
interventi
,
non
meno
decisi
,
per
garantire
e
promuovere
la
libertà
e
la
capacità
di
rinnovamento
dei
contenuti
e
delle
forme
degli
spettacoli
e
dei
mezzi
di
comunicazione
di
massa
,
dei
giornali
,
dell’
editoria
destinata
al
pubblico
più
largo
e
alla
scuola
.
[14]
Sono
interventi
,
questi
,
che
richiedono
una
riorganizzazione
dei
bilanci
degli
enti
locali
,
di
molte
regioni
(
alcune
sono
già
su
questa
strada
)
del
nostro
stato
;
e
che
quindi
avvengono
per
quel
tanto
che
siano
assunti
come
obiettivi
di
lotta
dal
movimento
democratico
popolare
e
dalle
sue
organizzazioni
.
[15]
Tutto
ciò
è
preliminare
,
ma
non
basta
.
[16]
Vale
anche
qui
quel
che
deve
dirsi
a
proposito
delle
tecnologie
didattiche
.
[17]
Le
«
nuove
»
tecnologie
possono
andare
più
o
meno
bene
;
ma
quel
che
più
importa
sono
i
valori
che
in
esse
e
con
esse
si
costruiscono
.
[18]
Gli
interventi
economici
e
amministrativi
nel
campo
della
cultura
di
massa
sono
primari
;
ma
rischiano
la
degenerazione
burocratica
e
corporativa
,
se
non
si
appropriano
di
contenuti
e
fini
sicuramente
progressivi
.
[19]
Perciò
,
se
è
importante
che
le
forze
popolari
si
occupino
sempre
più
attentamente
di
scuola
e
cultura
,
non
è
meno
essenziale
quello
che
gli
insegnanti
stessi
vanno
elaborando
nel
lavoro
didattico
.
[20]
Pare
ormai
chiaro
agli
insegnanti
il
ruolo
centrale
che
ha
il
linguaggio
in
tutti
i
processi
di
educazione
e
di
crescita
delle
personalità
degli
allievi
.
[21]
Per
di
più
molti
insegnanti
hanno
compreso
che
,
in
Italia
,
sviluppare
negli
allievi
le
capacità
verbali
è
possibile
soltanto
dando
ad
essi
una
giusta
prospettiva
del
valore
e
della
utilizzabilità
dei
nostri
dialetti
e
delle
parlate
regionali
e
locali
.
[22]
La
vecchia
scuola
che
ancora
incombe
sui
nostri
figli
con
i
suoi
programmi
,
libri
e
vizi
inveterati
,
in
generale
ha
visto
i
dialetti
in
modi
opposti
,
egualmente
sbagliati
e
dannosi
,
li
ha
visti
come
«
malerba
»
:
e
i
guasti
di
questa
opinione
sono
dinanzi
a
noi
tutti
,
sono
troppo
evidenti
per
dire
che
cosa
in
essa
non
funzioni
.
[23]
Un
patrimonio
ingente
di
cultura
e
stato
follemente
e
ingiustamente
disprezzato
.
[24]
E
il
disprezzo
è
stato
grave
di
conseguenze
negative
;
i
quattro
ragazzi
su
dieci
che
la
scuola
dell’
obbligo
espelle
,
senza
fare
il
dover
suo
,
sono
cacciati
via
in
larga
misura
proprio
perché
troppo
legati
all’
espressività
dialettale
;
i
sei
su
dieci
che
sopravvivono
proprio
attraverso
il
disprezzo
della
colloquialità
negativa
e
familiare
sono
portati
a
un
modo
di
esprimersi
falso
,
irreale
:
futuri
sudditi
di
un
reame
in
cui
non
farsi
capire
è
un
dovere
e
un
diritto
.
[25]
L’
altro
mito
dei
dialetti
non
è
meno
dannoso
e
sciocco
.
[26]
Se
il
dialetto
di
Atripalda
o
di
Piove
di
Sacco
fosse
una
reale
alternativa
«
controculturale
»
,
all’
italiano
,
se
(
come
qualche
sempliciotto
continua
a
dire
)
bastasse
parlare
dialetto
per
fare
la
rivoluzione
,
allora
il
Veneto
sarebbe
una
regione
rossa
,
il
circolo
dei
civili
di
Enna
sarebbe
un
soviet
,
e
Benedetto
Croce
sarebbe
Lenin
.
[27]
La
via
,
in
verità
,
è
più
lunga
.
[28]
Ma
questa
via
di
reali
conquiste
democratiche
,
passa
anche
attraverso
la
scoperta
dei
valori
delle
tradizioni
locali
,
della
vita
e
delle
lotte
del
passato
che
hanno
preparato
il
meglio
del
presente
e
del
futuro
.
[29]
Passa
attraverso
la
scoperta
dei
valori
delle
tradizioni
locali
,
della
vita
e
delle
lotte
del
passato
che
hanno
preparato
il
meglio
del
presente
e
del
futuro
.
[30]
Passa
attraverso
la
restaurazione
della
coscienza
di
tutto
ciò
che
di
positivo
c’
è
nell’
esprimersi
diretto
,
colloquiale
,
familiare
.
[31]
E
questo
esprimersi
in
Italia
,
nell’
Italia
dei
paesi
,
è
ancora
oggi
largamente
legato
ai
dialetti
.
[32]
Abbiamo
già
parlato
della
luminosa
esperienza
di
Sant’
Arcangelo
di
Romagna
dove
un
gruppo
di
giovani
lavoratori
ha
preso
la
licenza
media
preparandosi
attraverso
studi
e
ricerche
al
cui
centro
sono
state
le
poesie
dialettali
di
Tonino
Guerra
.
[33]
Ora
,
dall’
Umbria
,
Orlando
Spigarelli
propone
i
frutti
di
una
sua
esperienza
didattica
:
allievi
portati
a
una
capacità
di
nitida
scrittura
proprio
attraverso
la
riflessione
sistematica
sui
dialetti
.
[34]
A
Bologna
un
gruppo
di
insegnanti
della
scuola
del
Quartiere
Irnerio
,
coordinati
dal
maestro
Zucchini
,
ha
pubblicato
un
ciclostilato
in
cui
,
lasciati
liberi
di
costruire
i
loro
testi
,
i
bambini
dimostrano
di
essere
riusciti
a
produrre
un
vero
e
proprio
«
testo
alternativo
»
,
realistico
e
fantasioso
a
un
tempo
.
[35]
Nella
Biblioteca
di
Lavoro
edita
da
Luciano
Manzuoli
(
e
distribuita
dalla
Nuova
Italia
)
Mario
Lodi
e
i
suoi
collaboratori
ci
hanno
già
dato
diversi
opuscoli
che
vanno
in
questa
direzione
:
per
tutti
basta
rammentare
il
fascicolo
dedicato
al
«
Canti
del
popolo
»
,
ai
problemi
della
loro
raccolta
e
interpretazione
.
[36]
E
indicazioni
,
nell’
uso
del
dialetto
dentro
la
scuola
,
nelle
esperienze
teatrali
,
come
forma
adatta
a
«
socializzare
quel
che
la
gente
sa
»
ci
vengono
da
un
bel
diario-lioro
a
Giuliano
Scabbia
:
Forse
un
drago
nascerà
.
[37]
Potremmo
e
vorremmo
continuare
.
[38]
Bisogna
almeno
accennare
al
lavoro
,
esemplare
per
tutti
,
che
sta
svolgendo
il
Centro
Etnografico
Ferrarese
,
costituito
presso
il
comune
di
Ferrara
.
[39]
Il
Centro
ha
un
duplice
fine
:
la
ricerca
delle
tradizioni
popolari
e
la
promozione
culturale
di
base
.
[40]
Il
gruppo
di
ricercatori
(
Barra
,
Liberovici
,
Natali
,
Marighelli
e
molti
altri
)
non
ha
un
lavoro
fine
a
se
stesso
;
il
materiale
reperito
(
testimonianze
in
dialetto
,
ma
anche
vecchie
fotografie
,
stampati
e
documenti
della
vita
di
un
tempo
)
è
immediatamente
riutilizzato
dentro
la
società
,
attraverso
mostre
e
discussioni
collettive
nei
paesi
e
nelle
scuole
del
Ferrarese
.
Text view
•
Paragraph view