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Minoranze in Italia

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 6 dicembre 1974
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-2


[1]
NEI DECRETI delegati, cioè nel decreto ministeriale su «Istituzione e riordinamento di organi collegiali della scuola materna, elementare, secondarie artistica», noto già da maggio è apparso in versione definitiva il 13 settembre scorso nella «Gazzetta Ufficiale» due articoli, il 34 il 35, aprono uno spiraglio a un riconoscimento dei diritti delle minoranze linguistiche nella scuola italiana.
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Qui, come in altri articoli di questi decreti positivo e negativo si mescolano in modo non sempre facile da capire e da districare.
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Chi si la pena di leggere il testo del decreto non può non dare ragione a Giuseppe Chiarante che in un convegno del giugno scorso ha sottolineato senza mezzi termini «la grande distanza che rimane tra la soluzione data nei decreti delegati al problema di nuove forme di governo della scuola e gli obiettivi di piena democratizzazione scolastica, nella direzione della gestione sociale».
[4]
Critiche puntuali possono leggersi nell’ultimo volumetto che, insieme al testo integrale del decreto, riporta le relazioni di Chiarante e Napolitano e tutti gli atti del convegno cui si accennava, sotto il titolo La democrazia nella scuola (Editore Riuniti, pp. 138, L. 1000).
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Altre critiche, alcuni assai centrate, si trovano in un lungo articolo di Mario Gattullo apparso nel numero 5 di «Scuola documenti», edito dal centro di documentazione di Pistoia (p. 62, L. 600).
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Per esempio, una critica preliminare, che tocca assai dappresso gli argomenti solitamente discussi in queste note, riguarda ciò che Gattullo chiama la «farraginosità», cioè il disordine e l’inutile complicazione dei 47 articoli.
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Osserva Gattullo:
[8]
«Questo non è certo un giudizio immediatamente politico. Ma il giudizio diviene politico nella misura in cui si riflette che questi provvedimenti dovrebbero essere letti e capiti da milioni di persone la farraginosità, la complicazione, la difficile comprensione diventano allora strumenti oggettivi (ma in quale misura non anche strumenti intenzionali?) per impedire che gli insegnanti, personale della scuola in genere, genitori, studenti, si rendano conto di ciò che è cambiato nei meccanismi di funzionamento di una istituzione che non è cambiata».
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Che fare dinanzi a questi altri pericoli?
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Gattullo non sembra immune dalla tentazione dell’astensione e del boicottaggio.
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Se studenti, cittadini democratici, lavoratori accettassero il punto di vista astensionista, farebbero un bel regalo a fascisti e conservatori che, senza colpo ferire, si troverebbero padroni degli organi collegiali della scuola, rendendo così ancora più difficile la già dura vita degli studenti e degli insegnanti democratici e antifascisti.
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Se non si vuole portare acqua ai mulini dei neri clericali, fascisti, reazionari, non si vede altra possibilità che quella anzitutto di intensificare, come ha suggerito il nostro Rodari, l’opera di informazione intorno al testo e al senso dei decreti, poi di preparare con attenzione e impegno le elezioni degli organi collegiali, di partecipare attivamente alla vita di questi, cercando nei fatti di volgerne in senso democratico il funzionamento e, nel concreto del loro funzionamento, se si vuole, dalle loro disfunzioni, facendo emergere tra grandi masse la coscienza e la volontà di cambiare in meglio i decreti, nei molti punti in cui vanno cambiati.
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Una delle direzioni in cui i decreti delegati aprono un varco per una giusta lotta democratica, che può concludersi positivamente, è quella della tutela delle minoranze linguistiche, e più in genere, dei diritti linguistici delle comunità locali.
[14]
Come più volte si è sostenuto in queste note, è soprattutto nell’ambito della scuola che possono e debbono trovarsi soluzioni le quali garantiscono la vita e lo sviluppo delle molte minoranze linguistiche esistenti nel nostro paese.
[15]
La nostra Costituzione, con il suo articolo sei, si esprime come si sa in tal senso.
[16]
Ma, nella pratica, quel che si è fatto lo si è fatto soprattutto per esigenza di politica internazionale, per quelle minoranze le cui sorti stanno a cuore a stati stranieri alleati.
[17]
È stato necessario un forte impegno dei parlamentari comunisti perché provvedimenti positivi cominciassero a risarcire gli sloveni dei molti torti patiti durante il ventennio fascista e poi.
[18]
E appunto degli sloveni mostrano di preoccuparsi i decreti delegati.
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Dice l’articolo 34:
[20]
«Nei consigli scolastici distrettuali e nei consigli scolastici provinciali delle province di Trieste e Gorizia un quarto dei rappresentanti del personale docente delle scuole statali e 1/5 dei rappresentanti dei genitori degli alunni sono riservati rispettivamente ai docenti e ai genitori degli alunni delle scuole statali con lingua di insegnamento slovena».
[21]
L’articolo successivo riconosce uno stato particolare agli organi collegiali delle province di Bolzano e Trento, dove anche si pongono problemi gravi di coesistenza di comunità di vario idioma: italiano, tedesco, ladino badiota, gardenese e fassano.
[22]
Non è molto: ma con questo strumento legislativo si può sperare in una miglior organizzazione dell’insegnamento plurilingue noi distretti di queste regioni.
[23]
Tuttavia non è questa la cosa principale.
[24]
Piuttosto va messo in evidenza, come fatto positivo, per la prima volta un testo legislativo riguardante in generale la scuola italiana si apre al riconoscimento della esistenza di diritti delle minoranze linguistiche.
[25]
Questo è, però, nient’altro che un punto di partenza.
[26]
Sloveni di Trieste, e Gorizia, ladini, tedeschi del Tirolo meridionale, non sono che una parte delle minoranze linguistiche esistenti in Italia.
[27]
Forti nuclei sloveni esistono in provincia di Udine.
[28]
Isole tedesche sono sparse in altre Valli alpine, dal Monte Rosa a Tarvisio.
[29]
Accanto ai francoprovenzali valdostani di lingua francese, occorre non dimenticare gli eccitani del Piemonte.
[30]
Il Molise ospita comunità serbocroate.
[31]
Il Salento e, nonostante frane, alluvioni, spopolamento montano la Calabria si arricchiscono di comunità neogreche.
[32]
Dagli Abruzzi alla Sicilia si contano, ancora decine e decine di migliaia gli albanesi, con robusti nuclei inurbati a Palermo e a Roma.
[33]
E non è finito l’elenco.
[34]
Alghero ospita migliaia di catalani.
[35]
E in tutta Italia, perseguitati oggi dall’ignoranza, ieri dalla ferocia nazista (ce lo ricorda «Lacio Drom. Rivista bimestrale di studi zingari» nel numero 3-4 del maggio-agosto scorso) si aggirano gli zingari.
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è possibile ignorare, o liquidare come folcloristiche, le richieste di riconoscimenti dei diritti linguistici che vengono da consistenti nuclei di popolazioni di idioma friulano, sardo, piemontese.
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Non uno stato anarcoide, il Regno di Utopia, ma uno stato europeo solidamente organizzato come la Svezia, proprio attraverso una saggia civile legislazione scolastica in materia di insegnamento plurilingue, ha mostrato e mostra come è possibile trasformare la pluralità di idiomi esistenti in un territorio da motivo di persecuzione e rissa campanilistica in ricchezza civile.
[38]
Ai distretti, alle centinaia di distretti che vanno a costituirsi attraverso i decreti delegati, tra i molti altri si propone dunque anche questo tema di sviluppo e di crescita: l’ampliamento del riconoscimento dei diritti linguistici da alcune poche a tutte le minoranze che lo richiedono, anzi a tutte le grandi masse di popolazione cui finora l’italiano è stato imposto come una realtà ovvia è già acquisita, favorendo in tale modo la più brutale selezione di classe ai livelli della scuola primaria, escludendo cioè, per la via apparentemente asettica del controllo del possesso dell’italiano, tutti i ragazzi provenienti da famiglie e zone in cui dominano i idiomi diversi all’italiano.
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Nel muro di disattenzione per questi problemi, tipico della tradizione scolastica italiana, i decreti delegati aprono una crepa.
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Sta a noi democratici e militanti delle forze politiche sindacali dei lavoratori, passarci di forza, allargarla.
[41]
Come bene ha detto Giorgio Napolitano nel breve denso volume degli Editori Riuniti, «si ha un fatto reale di sviluppo della democrazia quando si va avanti sul terreno democratico della soluzione dei problemi, quando la democrazia diventa la capacità di soluzione dei problemi».

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