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Gli “amici del popolo”

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 4 maggio 1973
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-3


[1]
NEGLI ULTIMI anni, dalle confuse ideologie di alcuni gruppettari, che proclamano di amare e servire il popolo, ha tratto nuovo alimento un vecchio fantasma reazionario: il populismo.
[2]
Un episodio giornalistico viene ora a ricordarci opportunamente quale è la principale fortuna dei populisti: è che il popolo, che essi dicono di amare, normalmente non sa niente di loro, non ha occasione di incontrarli.
[3]
Questa è la loro salvezza.
[4]
Chi sono questi «amici del popolo», che cosa si intende per «populismo»?
[5]
I libri di storia ricordano che nell’Ottocento questo nome fu assunto da un partito nordamericano e da un movimento politico e intellettuale della Russia zarista.
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Fu soprattutto questo secondo a dare notorietà al temine.
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I populisti russi dicevano di amare il popolo, ma erano contro la industrializzazione; dicevano di amare il popolo, ma erano contro la crescita culturale delle campagne; dicevano di amare il popolo, ma calunniavano Marx e i socialisti democratici della Russia zarista.
[8]
Amavano il popolo, ma purché restasse legato a vecchie tradizioni del mondo contadino, «puro», «autentico»: cioè povero, dequalificato e analfabeta (o, come dicono i populisti d’oggi, «descolarizzato»).
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Il loro atteggiamento era dunque ispirato a un generico socialismo.
[10]
Come ha detto un nostro valente studioso, Sebastiano Timpanaro, essi amavano il popolo non «come classe rivendicante il proprio diritto a governarsi da e ad avanzare sulla via del progresso», ma amavano il popolo «come primitività, attaccamento alle vecchie e buone usanze, ultimo rifugio del Medioevo».
[11]
Perciò il giovane Lenin poté scrivere: «Grattate lo amico del popolo, e troverete il borghese».
[12]
Come «coprirsi» con il populismo
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In questo ambiguo senso, di generico socialismo e rivoluzionario parolaio, il termine ha fatto il giro del mondo.
[14]
E, con la parola, la cosa.
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Perché tutte le volte che non si vuole che cresca il potere delle classi popolari, ma si ha tuttavia bisogno di «coprirsi» a sinistra, le chiacchiere populiste hanno offerto ed offrono una buona copertura.
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È perciò possibile trovare accenti populisti in bocca, ad esempio, a un Mussolini.
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Rileggiamone (è istruttivo!) alcuni discorsi.
[18]
Diceva il Mussolini: «La democrazia ha tolto lo stile alla vita del popolo; il Fascismo riporta lo stile nella vita del popolo, cioè una linea di condotta; cioè il colore, la forza, il pittoresco, l’inaspettato, il mistico» (4 ottobre 22). Oppure: «Il popolo è una realtà viva e concreta. Io soffro dei dolori del popolo. Il nostro amore per il popolo, amore armato e severo, è tutto vibrante di una consapevole e profonda umanità» (24 ottobre 36).
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Non stupisce quindi che il quotidiano filogovernativo «Il Giorno» abbia in questo periodo aperto le sue pagine a collaboratori populisti.
[20]
Ma uno di costoro ha avuto un infortunio.
[21]
Si tratta di un nostro romanziere di media notorietà (se ne tace qui il nome perché interessa il caso clinico o, come si dice, il peccato e non il peccatore).
[22]
Dunque, è accaduto che il nostro romanziere populista ha scritto per «Il Giorno» un pezzo sulla letteratura popolare, su quegli autori che, a suo dire, sono «spostati e irregolari» e stanno «in basso».
[23]
Il pezzo dello scrittore populista presenta tutte le caratteristiche tipiche del populismo: è pieno di buoni propositi, ma è poverissimo di informazioni precise e di analisi.
[24]
Basterà dire che il romanziere populista del «Giorno» crede che la raccolta e la pubblicazione di testimonianze dirette di operai, contadini e sottoproletari o emarginati sia un fenomeno di questi anni.
[25]
Egli ignora ciò che in questo campo si è fatto fin dagli anni Cinquanta.
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Ed ignora anche le ascendenze teoriche e scientifiche di questo lavoro: Marx, Gramsci, De Martino.
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Ignora: ma ama il popolo e gli scrittori che egli definisce «sposati» e «bassi».
[28]
È accaduto però che uno di questi scrittori «bassi» e «spostati» ha letto l’articolo del «Giorno» e, a sentirsi lodare a questa maniera, si è arrabbiato.
[29]
Ha mandato una lettera di protesta al giornale e «Il Giorno» del 19 aprile ha dovuto pubblicargliela almeno in parte.
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Leggiamo che cosa dice questo scrittore «irregolare», che si chiama Domenico Vaiti:
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Un amore poco ricambiato
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«Essere classificato in tal genere di scrittori mi offende Io sono «irregolare e spostato» perché mi mancano i titoli di studio superiori, masto scrivendo un’opera di carattere artistico-scientifico: Lineamenti di estetica assoluta dello spazio e del tempo. Sono pronte, da due anni, le matrici litografiche di altre due opere: Lo amante della Morte, e Sesso, triste catena».
[33]
Il romanziere populista collaboratore del «Giorno» è rimasto sorpreso a vedere che il suo amore per il popolo è così poco ricambiato.
[34]
La risposta alla lettera del Vaiti è piena di stupefazione: «Io parlavo», dice il populista, «con una certa passione delle opere composta da irregolari delle classi subalterne: dicevo che si trova un’autenticità altrove perduta vedevo come positiva, da parte della letteratura, la discesa verso il basso».
[35]
Ma come!, dice in sostanza il romanziere populista, io affermo che la letteratura fa bene a «scendere» verso voi «bassi», «irregolari», «spostati» e «subalterni» che siete tanto «autentici», e voi, «bassi», «irregolari», «spostati» e «subalterni» non apprezzate le mie lodi e vi arrabbiate?
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Il populista si stupisce.
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Il populista proprio non capisce.
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Con molto candore egli afferma una vecchia tesi.
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La caratteristica principale del populismo non è la malafede (come Lenin credeva), ma piuttosto quella difficoltà a capire, a far lavorare il cervello, che Benedetto Croce chiamava «inintelligenza».

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