Paragraph view

Dove e come nasce Babele

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 3 maggio 1974


[1]

UNA limpida lettera di Alberto Cirese («Paese Sera» dell’11 aprile) sulla questione della pluralità delle lingue e delle nazionalità ha messo a punto il suo pensiero sull’argomento. Cirese pensa che siano certamente legate a dislivelli, in particolare alle divisioni di classe, quelle diversità tra una cultura dominante e culture dominate che si trovano all’interno di una medesima società. Ma le diversità linguistico-nazionali tra società diverse sono altra cosa, egli giustamente dice, e ammette che, dal punto di vista teorico, tali diversità restano materia d’indagine, un punto interrogativo.

[2]

Un punto interrogativo cui, come abbiamo visto, c’è chi reagisce cercando di rispondere per via negativa: cioè vedendo nella diversità di lingue un effetto di incresciose barriere che si sono interposte, nel corso degli eventi, tra i vari gruppi umani. Gli esseri umani lasciati liberi di muoversi e commerciare tutti con tutti, parlerebbero tutti una stessa e sola lingua, come ai felici tempi anteriori alla sciagurata impresa di Babele.

[3]

In effetti, come abbiamo già ricordato una volta, le grandi teorie linguistiche scientifiche non forniscono molto, a questo proposito. Le scienze del linguaggio sanno dire abbastanza bene come le lingue sono diverse, ma non perché.

[4]

Ora, sia chiaro: il progresso delle conoscenze scientifiche che consiste non già nello spiegare tutti i perché, ma nel proporre e costruire conoscenze d’ogni genere tali da essere criticabili. Se l’obiettivo delle scienze fosse quello di «spiegare tutto», mitologie, religioni e superstizioni d’ogni genere sarebbero assai più scientifiche della fisica o della biologia. Non lo sono proprio perché consistono in discorsi che è difficile smontare.

[5]

Se dico che un essere onnipotente che non si vede e non si tocca provoca le piogge e i temporali quando è irritato, dico una cosa che spiega assai bene certi fenomeni atmosferici. Tuttavia una affermazione del genere non è scientifica perché non si sa come fare per dimostrarla falsa, dato che l’essere in questione è appunto definito invisibile, intangibile ecc., e quindi non c’è molto da capire o vedere o sapere dove sta, che fa, se e quando è di buon umore o arrabbiato ecc.

[6]

Per maggiore chiarezza aggiungerò un’osservazione che a qualcuno potrà apparire scandalosa. La frase «un essere intangibile e invisibile, un essere che ha un’esistenza totalmente diversa dalla nostra, provoca la pioggia quando è di cattivo umore» potrebbe perfino essere vera: proprio perché non si sa come smentirla e, anzi, non si sa bene che cosa significhi, non si può nemmeno escludere che chi ci dice quella frase dica qualcosa di vero. Ma proprio per queste sue qualità (impossibilità di smentirla, incertezza di significato) quella frase non è scientifica.

[7]

Esaminiamo ora un’altra frase: «Un raggio luminoso si propaga senza mai subire l’attrazione dei corpi celesti». Questa frase (come oggi sappiamo) non è vera; inoltre non pretendeva di spiegare niente. Eppure è stata una correttissima affermazione scientifica, ottica ed astronomica: e lo è stata non perché fosse vera o spiegasse qualcosa, ma perché era costruita in modo da potere essere smentita.

[8]

Farò ancora un esempio: per i loro tempi, gli antichi Greci facevano della mitologia quando affermavano che in mezzo all’Oceano c’era una terra chiamata Atlantide; e facevano della scienza quando asserivano che nelle parole il suono erre indica cose che scorrono. Nel primo caso dicevano qualcosa che (come oggi sappiamo e possiamo sapere) si approssima al vero, ma che non era smentibile, perché nessuno aveva mezzi per traversare l’Oceano e smentirla; nel secondo caso dicevano una cosa falsa, ma formulata in modo tale da poter risultare falsificabile, come essi appunto fecero.

[9]

Falsificabile è la parola chiave di tutto questo discorso: una affermazione è scientifica quando è costruita in modo tale da poter essere falsificata. E il lavoro delle scienze consiste appunto nel produrre affermazioni falsificabili di qualche interesse sociale.

[10]

Che le frasi di una scienza siano constatazioni o spiegazioni è del tutto secondario rispetto al loro carattere fondamentale, che è la falsificabilità. Prendiamo ad esempio scienze di tutto rispetto e sicuro credito, anche se non molto praticate da noi, dove, nei libri di lettura per scuole, la Madonna continua sempre a salire al cielo «col capo cinto da un serto di stelle». Prendiamo ad esempio, dicevo, astronomia e meccanica celeste. Esse ci forniscono spiegazioni dei rapporti tra massa, distanza dal Sole e velocità di rivoluzione dei pianeti. Ma perché i pianeti sono 9? Perché la Terra ha una luna, Venere non ne ha, Giove ne ha dodici? Qui l’astronomia non può fare che delle constatazioni. E fa delle constatazioni scientifiche anche quando circoscrive l’ignoto, e ci dice che è sconosciuto il tempo di rotazione su se stesso del pianeta Venere.

[11]

Il «non si sa», il «non è chiaro» (non liquet, dicevano i giuristi), quando non è generico e indeterminato, quando è circoscritto e smontabile e smentibile, è un eccellente asserto scientifico, molto più utile, serio e valido di fantasie che vogliono spiegare tutto.

[12]

I lettori perdoneranno questo lungo giro. Ma il grado di familiarità con la cultura scientifica è, nel nostro paese, molto modesto. Le nostre classi dirigenti hanno fatto di tutto per tenerci lontani dalle scuole e, se qualcuno di noi ci arrivava e riusciva o riesce a restarci qualche anno, per tenerci lontano dalle scienze. Molti di noi, varie decine di migliaia, sono più che convinti che l’epilessia guariscano San Paolo e, o San Donato: convinzione inconfutabile. Alcune centinaia di migliaia di noi leggono con attenzione improbabili oroscopi quotidiani, per apprendere che «qualcuno vi pensa da lontano» o che «le forze psichiche sono in ribasso» (ma, su di giri: «miglioramento in serata»).

[13]

A complicare le cose, tra alcuni mediocri filosofi e umanisti si sono divulgate conoscenze di teoria della scienza di sesta mano, e costoro vanno dicendo in giro che le scienze hanno da essere esplicative, oppure non sono degne del nome. Così, forse, questo intermezzo su compiti, doveri e limiti delle scienze non è inutile in genere, e serve specialmente per capire meglio la questione della pluralità di lingue e di nazioni.

[14]

Su questo argomento, il lavoro scientifico è consistito e consiste anzitutto nel descrivere e capire nella loro profonda diversità gli innumeri idiomi, lingue, dialetti della specie umane. Soltanto al secondo posto possiamo collocare il compito di cercare di spiegare questa pluralità.

[15]

La spiegazione in negativo è di tutto rispetto, ma non è convincente. Essa, come abbiamo detto, lega la diversità linguistica a difficoltà e barriere nella circolazione, nel commercio, nelle comunicazioni. Ma le cose non sono così semplici, vi sono troppi fatti (e le lotte delle minoranze linguistiche in primo luogo) che contraddicono questa spiegazione.

[16]

Citiamo qualche caso tra i molti. L’unità delle repubbliche socialiste sovietiche ha rinsaldato e moltiplicato enormemente nell’URSS i rapporti tra popoli e lingue dell’antico impero zarista: non solo non ha attenuato le differenze di lingua, ma anzi ha portato al loro rinsaldarsi, grazie al fatto che molte lingue di nomadi e non alfabetizzati si sono fissate in una tradizione di scrittura e sono oggi insegnante nelle scuole. D’altra parte, la profonda divisione tra le due Germanie non pare avere prodotto sensibili differenze di lingua. Nell’immenso mondo arabo le comunicazioni sono state e sono assai difficili: e tuttavia gli arabi sono restati tenacemente attaccati a un’unica lingua scritta (diverso, come ricordava di recente un nostro illustre studioso, è il caso del linguaggio parlato). Nella vicina Svizzera, ad altissimo livello di circolazione e scambio, coesistono quattro lingue nazionali: viceversa i francesi del Canada hanno tenacemente conservato la lingua di remota madrepatria.

[17]

Non vogliamo certo negare l’esistenza di nessi forti e precisi tra condizioni sociopolitiche e sviluppi delle lingue. Quando affermare questo nesso era considerato peccaminoso, perché la lingua era ritenuta una cosa da e di poeti, chi scrive si è macchiato di una voluminosa colpa, mostrando i legami tra le vicende linguistiche del nostro paese e le vicende storico-politiche e sociali. Ma i rapporti tra divisioni di stati e distinzioni di lingue non sono semplici, non si riducono a corrispondenze uno a uno. E quella piccola parte che conosciamo della immensa distesa di storia della nostra specie non ci consente davvero di stabilire l’equazione «barriera tra stati diversità di lingue».

[18]

La sorgente della pluralità di lingue è, secondo noi, altrove. E non ha natura negativa, ma positiva.


Text view