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La grammatica delle mani

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 01 novembre 1974
NewspaperPaese Sera
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page3
Column1-3


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LA STAMPA ha dato molta risonanza al recente VIII rapporto sulla situazione sociale del paese curato dal Centro Investimento Sociali (CENSIS).
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Poiché l’Istituto Nazionale di Statistica continua a non fare il dover suo, e non pubblica importanti dati dell’ultimo censimento della popolazione, quello del 1971 (ricordate)?, i rapporti annuali del CENSIS sono una fonte indispensabile di informazioni statistiche sulla situazione italiana, specialmente nel settore istruzione.
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Tra le molte cose interessanti che in proposito possono leggersi nel rapporto del CENSIS, colpisce una affermazione:
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«È assurdo che la scuola italiana persegua di fatto un processo educativo teso a estraneare la maggior parte degli adolescenti dalla pratica del lavoro manuale».
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Giuste parole.
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Lo scarso uso delle mani («braccia conserte!») è uno dei mali peggiori della nostra scuola.
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Quanto questo sia dannoso appare chiaro da vari punti di vista.
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Un anno fa, ad esempio, furono resi pubblici i primi risultati di un’inchiesta internazionale sul rendimento delle istituzioni scolastiche, guidata per l’Italia da Maria Corda Costa, Leang, Meschieri, Visalberghi («Paese sera Scuola», 16.10.73).
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Nell’oscuro quadro offerto dalla scuola italiana la parte più nera risultò quella dell’educazione scientifica.
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Mediocre o insufficiente in tutto il resto, la scuola italiana è pessima quanto a capacità di garantire una decente educazione scientifica ai suoi allievi.
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Un lampo di luce
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Eppure, proprio in questa parte del quadro scolastico dove si addensano di più le tinte nere, c’è un lampo di luce, Maria Corda Costa, presentando i risultati dell’inchiesta, non mancò di segnalarlo sia parlando a Roma sia durante il convegno di Ferrara su scuola e scienza («Paese sera», 2.11.73).
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Come ricordò la Corda Costa, negli istituti industriali, nonostante vi agiscano numerosi fattori negativi, gli allievi raggiungono tuttavia nel campo dell’educazione scientifica risultati insperatamente migliori.
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I più bassi livelli socioculturali di provenienza, la minor preparazione in altri campi collaterali dell’educazione, deve evidentemente essere compensata da qualche altro fattore potentemente positivo perché si possano spiegare i buoni risultati che gli allievi dell’industriale raggiungono nel campo scientifico.
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Probabilmente, questo fattore deve individuarsi nella maggiore sperimentalità, fattualit, operatività insite nella pratica didattica degli istituti industriali.
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«», disse testualmente Maria Corda Costa con simpatica colloquialità, «le cose le fanno con le mani, e perciò le imparano veramente».
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Non c’è dubbio che nella nostra scuola il ruolo della manualità è ignorato, anzi calpestato.
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Del resto, non si tratta di un fatto soltanto scolastico e soltanto italiano.
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Anche nella cultura e nelle scuole di altri paesi, se pure in proporzioni minori, domina il verbalismo.
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Domina cioè una spropositata confidenza nel valore della parola (sia lecito a un linguista dirlo).
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Si ritiene che sapere una cosa coincida in larga misura col saperne parlare.
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In tutto l’Occidente, il santo protettore della gioventù studiosa non dovrebbe essere Tommaso, ma piuttosto quell’Isidoro, vescovo di Siviglia, che alle soglie del Medio evo scriveva in una sua opera enciclopedica:
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«Il nome si chiama così in quanto è come un notame, perché col suo suono ci fa note le cose. Se infatti non si conosce il nome, si perde la cognizione delle cose».
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Certamente, nella nostra tradizione di pensiero e di scienze esistono momenti luminosi in cui il verbalismo ha ricevuto fieri colpi.
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Montaigne, Galilei, Vico hanno avuto bene chiaro il valore della fattualità.
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Ma non sono riusciti a intaccare il predominio sfrenato della verbalità nella pratica scolastica.
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Quando parliamo di predominio sfrenato della verbalità, non vogliamo certo negare la portata che il possesso delle forme linguistiche ha nell’organizzazione di tutta la nostra esperienza.
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Un medico e psicologo sovietico, Lurija, ha scritto uno straordinario libretto pubblicato dagli Editori riuniti.
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Si chiama Un mondo perduto e ritrovato ed è costruito riportando e commentando il diario di un ufficiale sovietico ferito in guerra alla testa e colpito da gravi disturbi della parola e del comportamento.
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Curato da Lurija, l’ufficiale riconquista lentamente gran parte del mondo del linguaggio e, con questo, del mondo stesso.
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Attraverso la lettura del diario e dei sobri commenti del grande neuropsicologo e neurolinguista sovietico noi seguiamo non soltanto un’eccezionale avventura individuale, ma un’esplosione affascinante dei legami profondi tra la manualità e, più in generale, capacità di controllo del proprio corpo e la verbalità.
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I legami operano nei due sensi: l’ufficiale ritrova le parole a mano a mano che recupera la capacità di controllo corporeo, e la riconquista della capacità di orientarsi, percepire, muoversi in modo finalizzato (piantando chiodi, piallando, lavorando ecc.).
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Lurija è tornato su questo argomento anche in altri lavori, dai quali si ricava che la capacità di costruire una frase, di «predicare», è strettamente e profondamente collegata alla capacità di compiere gesti ordinati.
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Attraverso la ordinata scansione di gesti molto semplici (come poggiare prima uno e poi un altro pezzetto di carta su un tavolo) i malati inizialmente capaci di dire solo parole isolate, ma non di connetterle in frasi anche assai semplici, arrivano a riconquistare questa capacità di collegamento, la capacità che grammatici e linguisti chiamano sintassi.
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Del resto, nei casi di ritardo nell’acquisizione del linguaggio e di turbe del comportamento linguistico infantile, le cure appropriate non puntano sulla correzione diretta e specifica degli errori di pronunzia, scrittura, lettura e verbalizzazione.
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Esse sono piuttosto terapie indirette e generali, esercizi e giochi che educano al controllo e al ritmo dei movimenti.
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Per esempio la dislessia, che due bravi psicologi francesi, Arlette Bourcier e Roger Mucchilelli, hanno chiamato «la malattia del secolo», si cura soprattutto addestrando di operazioni utili che esigono una forte coordinazione di movimenti (come l’apparentemente banale allacciarsi le scarpe).
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I casi rammentati vanno tutti nella stessa direzione.
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Il parlare non è qualche cosa di distante dalla manualità e dalle azioni che compiamo nel nostro colpo.
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Esistono connessioni profonde tra capacità di coordinare i movimenti per fare qualcosa e capacità di porre, affrontare e risolvere i problemi del capire e farsi capire producendo delle frasi.
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Non tutto è chiaro nei dettagli, circa le connessioni tra sviluppo delle capacità verbali e manualità: ma ne sappiamo abbastanza per mettere in crisi la convinzione tradizionale secondo cui la manualità e verbalità son mondi separati, sicché da una parte stanno i «vili meccanici» che faticano e agiscono, dall’altra i «discorsivi» e gli «intellettuali» che parlano e meditano.
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In questo senso, dobbiamo certamente rivalutare radicalmente il ruolo della educazione manuale e fisica, nel generale processo educativo, dappertutto e specialmente nella iperverbalistica scuola italiana.
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Perciò, vanno approvate le parole già ricordate del rapporto del CENSIS.
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Ma proprio per l’estrema delicatezza e importanza delle questioni che quelle parole coinvolgono dobbiamo anche stare attenti a evitare possibili equivoci.
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Se leggiamo l’affermazione del CENSIS nel suo contesto c’è di che preoccuparsi.
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Dice il testo del rapporto:
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«È assurdo che la scuola italiana persegua di fatto un processo educativo teso ad estraniare la maggior parte degli adolescenti dalla pratica del lavoro manuale».
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Giusto, fin qui.
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Ma leggiamo il seguito:
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«e che avalli i processi di mobilità consistenti nella fuga dalla condizione operaia, contadina, artigiana, imprenditoriale».
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Sono parole di colore oscuro.
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E l’ambiguità aumenta ancora leggendo poco oltre che «le grandi aziende temono difficoltà nel reclutamento di giovani operai negli anni futuri».
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A questo mondo non si può stare mai tranquilli.
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Dunque, l’elogio della manualità, che viene fuori dalla cultura scientifica più avanzata, rischia di essere doppio.
[55]
Vi è un elogio della manualità che si può e si deve fare per scuotere la «classe dei colti» dalla sue convinzioni intellettualistiche, e cioè, per farle recuperare la coscienza della interdipendenza tra le attività dell’uomo e per avviare nel concreto della pratica educativa il superamento della separazione tra attività «meccaniche» o manuali e attività «liberali» o intellettuali.
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Sconsiderata sicurezza
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E vi è un ambiguo elogio della manualità, un elogio ridotto a foglia di fico delle vergogne dei padroni.
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I padroni vedono in crisi i loro «modelli di sviluppo», la «american way of life», e le altre cose di cui ci parlarono con tanta sconsiderata sicurezza negli anni cinquanta e sessanta.
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E, per riparare alla crisi, commissionano elogi della manualità nella speranza di arrestare il processo di crescita culturale e scolare della nostra società, e di continuare a trovare buoni villici e bravi artieri disponibili («senza tante chiacchiere») al «reclutamento» delle «grandi aziende».
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In una società come la nostra, dove un cittadino su tre non ha nemmeno l’istruzione elementare (dunque, è vincolato alla manualità per forza), dove quattro su dieci hanno una istruzione appena elementare (dunque, sono relegati anche loro tra i «vili meccanici»), dove, ancora nel 1973, il trenta per cento dei ragazzi non finisce la scuola dell’obbligo e, va a finire in questa categoria, l’elogio della manualità fatto nel rapporto CENSIS suona assai ambiguo, quasi ironico.
[61]
La grammatica delle mani è importante svilupparla perché da essa e con essa si sviluppa la grammatica delle parole e cresce l’intelligenza umana.
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Così come ne parla il CENSIS può sembrare invece che sia importante soltanto per tappare la bocca e legare le mani a contadini e operai.
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Ci auguriamo che queste affermazioni siano infondate.
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E che gli estensori del rapporto CENSIS possano dimostrare coi fatti (delle parole c’è poco da fidarsi) che il loro elogio della manualità non sta dalla parte delle vergogne di lor signori.

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