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Tuziorismo
Una recente dichiarazione del ministero dell'agricoltura affermava che il mantenimento del regime fiscale, esistente per i vini prima dell'abolizione dell'imposta comunale di consumo era dovuto a motivi tuzioristici.
Avrebbe dovuto dire a scopo di tutela, o qualche cosa di simile: non tutti i vinicoltori, nemmeno quelli democristiani, possono avere familiarità con vocaboli teologici.
Infatti il termine di tuziorismo (derivato dal comparativo latino tutior «più sicuro») è un termine coniato nel Seicento per esprimere quella dottrina morale che raccomanda di comportarsi secondo i criteri «più sicuri», senza ricorrere a quelle scappatoie a cui i moralisti più corrivi volentieri ricorrevano.
I termini difficili, adoperati a sproposito, sono ancora peggiori dei neologismi superflui.
Giardinante
Da un paio d'anni, la rivista Il giardino fiorito si serve del termine giardinante contrapposto a giardiniere: dilettante il primo, che coltiva il proprio giardino per divertimento, professionista il secondo. Mi pare che la distinzione tra i due significati sia utile e meriti di trovare un vocabolo che la esprima; e ritengo che l'espediente di ricorrere al suffisso -ante sia senz'altro accettabile.
Fra le centinaia di parole in -ante diffuse nella lingua e nei dialetti, molte servono a una funzione distintiva: il bagnante di contro al bagnino, il commediante opposto al commediografo, il musicante inferiore al musicista, il pensionante ben diverso dal pensionato. Potrebbe obiettare qualcuno che parecchie parole di questa serie hanno significato spregiativo, come appunto musicante, e poi filosofante, austriacante e simili: al tempo del parecchio di Giolitti si vituperavano insieme con lui i parecchianti. Ma in tanti altri nomi non c'è la minima connotazione spregiativa: si pensi a cantante, fabbricante, negoziante, regnante. Una gran parte dei nomi in -ante indicano un'occupazione non durevole: si pensi in prima linea a dilettante, e poi a comiziante, gitante, seratante, villeggiante.
L'Alfieri, molto incline a coniazioni neologiche, parlava di terzinanti a indicare i poeti che scrivono in terzine.
E poiché appunto con questo nuovo termine si vuole esprimere un'occupazione non durevole, ben venga il giardinante.
Gorgonzola e Soresina
I lettori non si aspetteranno certo da me una nota di argomento caseario: infatti non mi propongo altro che di ricordare l'etimologia dei due nomi. Gorgonzola con ogni probabilità non è altro che un diminutivo del latino Concordia, insomma un Concordiola: del tipo di quei nomi astratti che tanto piacquero per qualche secolo ai romani (Florentia, Placentia, Fidentia, Valentia). Altre città e villaggi del nome di Concordia del resto esistono: solo che nel caso di Gorgonzola l'evoluzione fonetica ci nasconde la identità fra il nome della cittadina e il vocabolo astratto.
Quanto a Soresina, deve risalire a silicina e contenere un ricordo di un tratto «selciato» della via romana tra Crema e Cremona: il nome insomma è equivalente a quello di Solesino presso Padova, che ha la stessa etimologia.
Ho scelto questi due esempi per mostrare quale interesse può avere, anche per il semplice curioso non addentro nei problemi linguistici, il recentissimo Dizionario di toponomastica lombarda di Dante Olivieri. E' la seconda edizione di un'opera già uscita nel 1931, ma il benemerito autore vi ha incluso le ricerche compiute da lui e da altri studiosi (in particolare il compianto Giandomenico Serra) durante questo trentennio.
Benché in molti casi non si sia giunti ancora a soluzioni certe o almeno probabili, salta all'occhio il progresso grande compiuto in confronto con le etimologie fatte a orecchio dai vecchi cronisti: è sicuro per esempio che il nome di Ossago non risale alle ossa trovatevi dopo chissà quale battaglia, ma che era il fondo di un certo Ursus o Ursius, con il solito suffisso di origine celtica.
Persuasore
Nella rubrica linguistica di un quotidiano di Parma, in mezzo a tante altre osservazioni assennate e garbate, ne trovo una che non mi convince affatto: è una critica severa contro un «persuasore non occulto» adoperato alla televisione: «Chi l’ha inventato questo vocabolo? L’annunciatrice o la RAI-TV?».
L’autore del testo non ha avuto affatto bisogno d’inventare la parola, perché l’aveva adoperata già Cicerone. E vige, sempre — fino a che gli iconoclasti non saranno riusciti a spegnere la conoscenza del latino — quella regola a cui il Leopardi si appoggiava per giustificarsi di avere adoperato incombe nella canzone ad Angelo Mai: il diritto di attingere al vocabolario latino, come han fatto «tutti gli scrittori classici italiani, prosatori o poeti, dal padre Dante fino agli stessi compilatori del Vocabolario della Crusca».
Del resto, l’autore del passo di cui stiamo discutendo non aveva bisogno di ricorrere personalmente a questa licenza, giacché ormai l’avevano fatto prosatori insigni come il Bembo, il Segni, il padre Sègneri, e un poeta come il Parini, quando rivolgendosi al giudice svizzero Wirtz, mite nel condannare quelli che avevano rubato spinti dalla necessità, ricordava la forza ineluttabile del bisogno: «Oh, tiranno signore - de’ miseri mortali; - oh male, oh persuasore – orribile di mali – Bisogno, e che non spezza – tua indomita fierezza!».
Noi tutti partiamo da una esperienza linguistica che, per quanto vasta sia, non ci permette di conoscere tutti i vocaboli che sono stati usati prima di noi e che hanno buoni titoli per essere ravvivati: quindi siamo spesso inclini a qualificare neologismi parole che tali non sono, e che non meritano di essere condannate.
Bruno Migliorini
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