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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 27 marzo 1962


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Tuziorismo
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Una recente dichiarazione del ministero dell'agricoltura affermava che il mantenimento del regime fiscale, esistente per i vini prima dell'abolizione dell'imposta comunale di consumo era dovuto a motivi tuzioristici.
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Avrebbe dovuto dire a scopo di tutela, o qualche cosa di simile: non tutti i vinicoltori, nemmeno quelli democristiani, possono avere familiarità con vocaboli teologici.
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Infatti il termine di tuziorismo (derivato dal comparativo latino tutior «più sicuro») è un termine coniato nel Seicento per esprimere quella dottrina morale che raccomanda di comportarsi secondo i criteri «più sicuri», senza ricorrere a quelle scappatoie a cui i moralisti più corrivi volentieri ricorrevano.
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I termini difficili, adoperati a sproposito, sono ancora peggiori dei neologismi superflui.
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Giardinante
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Da un paio d'anni, la rivista Il giardino fiorito si serve del termine giardinante contrapposto a giardiniere: dilettante il primo, che coltiva il proprio giardino per divertimento, professionista il secondo.
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Mi pare che la distinzione tra i due significati sia utile e meriti di trovare un vocabolo che la esprima; e ritengo che l'espediente di ricorrere al suffisso -ante sia senz'altro accettabile.
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Fra le centinaia di parole in -ante diffuse nella lingua e nei dialetti, molte servono a una funzione distintiva: il bagnante di contro al bagnino, il commediante opposto al commediografo, il musicante inferiore al musicista, il pensionante ben diverso dal pensionato.
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Potrebbe obiettare qualcuno che parecchie parole di questa serie hanno significato spregiativo, come appunto musicante, e poi filosofante, austriacante e simili: al tempo del parecchio di Giolitti si vituperavano insieme con lui i parecchianti.
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Ma in tanti altri nomi non c'è la minima connotazione spregiativa: si pensi a cantante, fabbricante, negoziante, regnante.
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Una gran parte dei nomi in -ante indicano un'occupazione non durevole: si pensi in prima linea a dilettante, e poi a comiziante, gitante, seratante, villeggiante.
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L'Alfieri, molto incline a coniazioni neologiche, parlava di terzinanti a indicare i poeti che scrivono in terzine.
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E poiché appunto con questo nuovo termine si vuole esprimere un'occupazione non durevole, ben venga il giardinante.
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Gorgonzola e Soresina
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I lettori non si aspetteranno certo da me una nota di argomento caseario: infatti non mi propongo altro che di ricordare l'etimologia dei due nomi.
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Gorgonzola con ogni probabilità non è altro che un diminutivo del latino Concordia, insomma un Concordiola: del tipo di quei nomi astratti che tanto piacquero per qualche secolo ai romani (Florentia, Placentia, Fidentia, Valentia).
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Altre città e villaggi del nome di Concordia del resto esistono: solo che nel caso di Gorgonzola l'evoluzione fonetica ci nasconde la identità fra il nome della cittadina e il vocabolo astratto.
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Quanto a Soresina, deve risalire a silicina e contenere un ricordo di un tratto «selciato» della via romana tra Crema e Cremona: il nome insomma è equivalente a quello di Solesino presso Padova, che ha la stessa etimologia.
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Ho scelto questi due esempi per mostrare quale interesse può avere, anche per il semplice curioso non addentro nei problemi linguistici, il recentissimo Dizionario di toponomastica lombarda di Dante Olivieri.
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E' la seconda edizione di un'opera già uscita nel 1931, ma il benemerito autore vi ha incluso le ricerche compiute da lui e da altri studiosi (in particolare il compianto Giandomenico Serra) durante questo trentennio.
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Benché in molti casi non si sia giunti ancora a soluzioni certe o almeno probabili, salta all'occhio il progresso grande compiuto in confronto con le etimologie fatte a orecchio dai vecchi cronisti: è sicuro per esempio che il nome di Ossago non risale alle ossa trovatevi dopo chissà quale battaglia, ma che era il fondo di un certo Ursus o Ursius, con il solito suffisso di origine celtica.
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Persuasore
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Nella rubrica linguistica di un quotidiano di Parma, in mezzo a tante altre osservazioni assennate e garbate, ne trovo una che non mi convince affatto: è una critica severa contro un «persuasore non occulto» adoperato alla televisione: «Chi l’ha inventato questo vocabolo? L’annunciatrice o la RAI-TV?».
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L’autore del testo non ha avuto affatto bisogno d’inventare la parola, perché l’aveva adoperata già Cicerone.
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E vige, sempre fino a che gli iconoclasti non saranno riusciti a spegnere la conoscenza del latino quella regola a cui il Leopardi si appoggiava per giustificarsi di avere adoperato incombe nella canzone ad Angelo Mai: il diritto di attingere al vocabolario latino, come han fatto «tutti gli scrittori classici italiani, prosatori o poeti, dal padre Dante fino agli stessi compilatori del Vocabolario della Crusca».
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Del resto, l’autore del passo di cui stiamo discutendo non aveva bisogno di ricorrere personalmente a questa licenza, giacché ormai l’avevano fatto prosatori insigni come il Bembo, il Segni, il padre Sègneri, e un poeta come il Parini, quando rivolgendosi al giudice svizzero Wirtz, mite nel condannare quelli che avevano rubato spinti dalla necessità, ricordava la forza ineluttabile del bisogno: «Oh, tiranno signore - de’ miseri mortali; - oh male, oh persuasore orribile di mali Bisogno, e che non spezza tua indomita fierezza!».
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Noi tutti partiamo da una esperienza linguistica che, per quanto vasta sia, non ci permette di conoscere tutti i vocaboli che sono stati usati prima di noi e che hanno buoni titoli per essere ravvivati: quindi siamo spesso inclini a qualificare neologismi parole che tali non sono, e che non meritano di essere condannate.
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Bruno Migliorini

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