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Famigliare, figliale
Ma insomma, — domanda un lettore — gli aggettivi famigliare e figliale scritti con gl sono errori o no? Qualche vocabolario li condanna, alcuni professori vogliono che si scriva solo familiare e filiale; e noi che dobbiamo fare?
Poiché un sì o un no non motivato non varrebbe nulla di più che un altro no o un altro sì, il lettore mi consenta di fare un passo indietro per spiegare come stanno le cose. Moltissime parole italiane nei primi secoli della nostra lingua non avevano un aggettivo corrispondente, e perciò quando l'aggettivo è stato sentito come necessario, si è ricorsi al latino e di lì si è preso tale e quale. Per esempio non c'era l'aggettivo per oro o per piombo, e si è ricorsi a aureo e a plumbeo; non c'erano aggettivi per nomi di parentela, e perciò padre ha assunto accanto a sé paterno, fratello ha preso fraterno, e similmente anche per figlio si è ricorsi a filiale e per famiglia a familiare.
Sennonché, quando il nome e l'aggettivo si somigliano tanto, la duplice influenza della forma e del significato tendono a renderli ancora più simili: così, per esempio, scriviamo usualmente femmineo e non femineo, e adoperiamo muscoli facciali altrettanto e forse più spesso che muscoli faciali.
Non ritengo perciò che si possano biasimare le forme figliale e famigliare; anzi le considero altrettanto corrette delle altre due, filiale e familiare.
Uxorio
Perché non si adopera uxorio nel senso di «riferito alla moglie»? si lagna uno scrittore del Borghese, prendendo lo spunto da una mia noterella sulla (relativa) libertà che abbiamo di accogliere i latinismi quando occorra. Ma c'è infatti chi l'ha adoperato: Luigi Russo, a proposito d'una novella del Decameron, parlava della «virtù uxoria della marchesana»; e Mario Marti parla dei «motivi anti-uxorii nell'ultima letteratura latina». Era facilissimo, del resto, ricavarlo dall'uso che ne fanno i giuristi nella locuzione «convivere more uxorio», cioè «come se la donna fosse moglie (legittima)». Quanto al mogliaio foggiato dal Salvini, dubito molto che qualcuno voglia esumarlo: semmai il mogliesco che il Pastonchi coniò per tradurre la seconda ode del primo libro di Orazio, riferendosi al Tevere personificato, troppo ligio ai voleri di sua moglie Ilia, e perciò chiamato uxorius amnis = mogliesco fiume.
Tuttavia per un più largo uso di uxorio rimane una difficoltà formale, quella stessa che si ha per uxorcida: il modo di rendere la x latina. Quasi sempre, nelle parole ereditarie non meno che in quelle dotte, la x è resa con ss: Alexander — Alessandro, ecc.
Ora, poiché sia il segno x sia il suono ks non appartengono alla struttura essenziale dell'italiano, ci si attenderebbe piuttosto di avere ussorio e ussoricida (come infatti si era cominciato a scrivere alla fine del Cinquecento). Alla stessa maniera, come aggettivo riferito a Oxford, preferirei, per conto mio, ossoniense a oxoniense.
Tòpica
In parecchi repertori di forestierismi si suggerisce come opportuna traduzione del francese gaffe la voce tòpica, attinta ai dialetti lombardi «fare una topica, prendere una topica». Sono, senz'altro, d'accordo.
Ma non credo alla spiegazione che di solito si dà (e a cui tempo fa prestavo fede anch'io) che si tratti di una di quelle voci che, proprie una volta del vocabolario filosofico, sono cadute poi in disuso e hanno preso significato spregiativo. Ciò è vero per quei significati scherzoso·eufemistici che sono stati dati a luogo topico («El va al logo topico, e puossi intendere», spiegava con pudica reticenza il Boerio; invece nel toscano del Settecento per luogo topico s'intendeva la prigione).
Invece topica nel significato che c'interessa è tutt'altra cosa: risale al verbo topiccà, che il Cherubini spiega come «inciampare, incespicare» (tö sù ona topiccadinna «dare una inciampatina» ecc.; il Cherubini registra fà ona tòpica solo in appendice).
Se l'immagine che sta a fondamento della gaffe francese è con ogni probabilità quella di «restar preso a un gancio», la immagine della nostra tòpica sarebbe quella di «inciampare, mettere un piede in fallo»: usi figurati abbastanza simili, da cui resta giustificata l'equivalenza.
Rosaista
Merita di avere un nome speciale per indicare chi coltiva i rosai per professione o per diletto? A Pistoia, dove pure ci sono coltivatori specializzati, mi dicono che non c'è un termine specifico. Eppure mi sembra che la risposta debba essere positiva: anche il francese ha un termine apposito, che è rosiériste.
Ma non è il caso di accettare rosierista, come qualcuno ha fatto secondo l'esempio francese, perché mentre in quella lingua il suffisso ier serve regolarmente a formare il nome della pianta (rosier = rosaio), in italiano lo stesso suffisso non avrebbe alcuna giustificazione.
Vediamo come si può provvedere. Rosicoltore si appoggia bene ad una lunga serie largamente aperta come agricoltore, frutticoltore, risicoltore ecc., e inoltre ha il vantaggio di ammettere accanto a sé l'uso di un'altra parola facilmente adoperabile: quella di rosicoltura. Rosista e rosaista sembrerebbero a prima vista differenziarsi, perché il primo deriva da rosa (come, del resto, rosicoltore), il secondo da rosaio: ma, di fatto, la distinzione non ha alcuna ragion d'essere, perché coltivare rose è lo stesso che coltivare rosai. Il vantaggio di rosaista su rosicoltore è l'aspetto più popolare, meno pedantesco; e rosaista ha sul teorico rosista il vantaggio di appoggiarsi per somiglianza di struttura a vivaista, che si adopera assai largamente. In conclusione, dovendo scegliere una forma a preferenza delle altre, inclinerei per rosaista.
Bruno Migliorini
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