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Altoforno
Come si giustifica – mi domanda un lettore competente in siderurgia – il plurale altiforni? Non sarebbe più conforme alle regole generali dire altoforno?
Purtroppo i grammatici devono confessare che per i nomi composti non esistono regole che si possano applicare con assolutezza automatica ovvero ragionatamente: bisogna perciò ricorrere ai vocabolari, che indicano, individualmente, parola per parola, quale sia la forma da adottare.
E i vocabolari per altoforno sono pressocché unanimi: il Cappuccini, il Palazzi, il Dizionario enciclopedico Treccani, il Grande Dizionario U.T.E.T. registrano solo altiforni (e implicitamente lo Zingarelli scrivendo alto forno, sottintende un plurale alti forni). L’uso dei pratici della siderurgia e l’uso degli scrittori è pure unanime per altiforni. Solo il Gabrielli (nel suo assennato Dizionario Linguistico moderno) registra come forma preferibile altoforni; e lo fa cercando di sottomettere la parola a una regola che vari grammatici hanno data (e che anc’io ho ripetuta), ma che purtroppo non può essere considerata tassativa perché copre solo un’esigua maggioranza di casi (cioè la regola seguente: «quando la parola è composta di un aggettivo e di un sostantivo, di solito si mette al plurale solo il sostantivo»). Esempi come bassifondi, beglispiriti, buonelane, mezzetinte, mezzelune, mezzitermini, nuoviricchi, santebarbare sono troppi e troppo saldamente ancorati nell’uso perché si possano sostituire con bassofondi, bellospiriti, e così via. Peccato, perché è più comodo ricorrere a una regola che mettersi a consultare un vocabolario: ma se la regola violenta l’uso in un numero troppo grande di casi, è meglio rinunziarvi.
Uno dei casi più controversi è altipiani, perché è oscillante anche la voce stessa al singolare (vi è chi scrive altipiano, ma un autorevole geografo, Aldo Sestini, dopo aver soppesato questa forma, la sconsiglia risolutamente).
Tutto compreso consiglieremmo anche in questo caso (come per altoforno e altiforni) altopiano e altipiani, bassopiano e bassipiani, falsopiano e falsipiani. (Malgrado l’apparenza, non hanno nulla a che fare col discorso che qui c’interessa altisonante e altitonante, altolocato e altoparlante, in cui il primo componente ha il valore di un avverbio).
Autogrù, rossoblù
A proposito della mia noterella su ventitré, e simili, qualche lettore spezza una lancia in favore della grafia senza accento, dicendo che si può fare un’eccezione perché si tratta di numeri. Devo confessare che non vedo perché i numeri composti debbano fare eccezione. Se si scrive carità e virtù, si deve scrivere anche ventitrè e vicerè (o, chi voglia, ventitré e viceré).
E così consiglieremmo di fare anche per autogrù e rossoblù. Gru e blu si devono scrivere senza accento, perché, come è noto, l’accento è obbligatorio solo in quei casi in cui serve a distinguere a prima vista monosillabi che hanno diversi significati (di e dì, da e dà ecc.), se no è da evitare. Ma, in composizione, gru diventa autogrù e accanto a blu si ha rossoblù.
Salvo che non si voglia scrivere vice-re, auto-gru, rosso-blu, che sono perfettamente ammissibili.
Meridione
Un lettore di Trieste mi schive notando con meraviglia che né il Tommaseo né il Fanfani registrano il vocabolo meridione, che pure oggi è usato così frequentemente.
Ma sono centinaia e centinaia le parole che non figurano nei vocabolari dell’Ottocento, e che invece i vocabolari più moderni registrano. In particolare, se il lettore avesse sfogliato le edizioni originali del Cappuccini e dello Zingarelli in confronto con quelle più recenti, avrebbe visto che la parola non figurava nelle prime, e appare nelle ultime. Tuttavia alcuni tra i vocabolari moderni che registrano la parola dichiarano «abusiva» e preferiscono «il Mezzogiorno» (o «il Sud»).
Si tratta non di un continuatore del latino meridies, che ha dato meriggio, ma di un sostantivo estratto dall’aggettivo meridionale. Tuttavia, più che questo modo di formazione, dové spiacere la sua origine burocratico-giornalistica. Da queste fonti la parola si è divulgata negli ultimi decenni; ma osservavo altrove che essa è parecchio più antica, perché figura già nell’opera che si può considerare il primo vocabolario complessivo della nostra lingua, l’estroso Vocabulario del napoletano Fabricio Luna (1536).
Ossequente
È questa la sola forma corretta dell’aggettivo, nato dal participio presente del verbo latino òbsequi «obbedire, prestare ossequio»: mostrarsi ossequente e simili. Ma due volte su tre nei giornali e negli scrittori meno accurati si legge ossequiente: certo per influenza di ossequio, e forse anche perché la desinenza dei participi dei verbi in ire termina in iente. Tuttavia, poiché né l’una né l’altra intrusione si può giustificare da un punto di vista morfologico, la sola forma raccomandabile è quella originaria, ossequente.
Come participio, poi, del verbo ossequiare, c’è anche ossequiante, ma solo scherzoso od ironico.
Bruno Migliorini
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