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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 23 ottobre 1962
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8


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Un sapore vispo
[2]
La lingua pubblicitaria in questi ultimi tempi sta diffondendo un significato nuovo delle parole vispo ed allegro: ha cominciato cioè ad applicarle al gusto, e ci parla di «formaggi dal gusto vispo», di polveri per acqua da tavola «allegra».
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Un garbato moralista, appellandosi al settimo tomo del Vocabolario del Tramater, «con macchioline gialle grato segno del tempo e il relitto di una tarma schiacciato nella prima pagina» trova che nel 1840 l'italiano non conosceva questo significato; e non ne dubitiamo: sapevamo già che fino a due o tre anni fa questa metafora non si adoperava.
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Ma volerne concludere che non essendo registrata non dev'essere usata, è veramente troppo.
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Anche il silenzio verde del Carducci o l'azzurro squillante di Soffici o le montagne che si dilatano in sorsi d'ombra di Ungaretti o gli altri innumerevoli scambi tra l'uno e l'altro dei sensi (le «sinestesie») non troverebbero riscontro nei vocabolari.
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È ben registrata, invece, la storia di austero, che ha fatto già anticamente il cammino opposto di quello che fa oggi vispo.
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Prima austero si riferiva soltanto a un gusto aspro, acerbo (il Tasso in un dialogo parla del vino vecchio che «perdendo la dolcezza, acquista quella forza piena d'austerità che egli chiama amaritudine»): oggi invece austero e austerità hanno, si può dire, perduto questo significato proprio, e serbano solo il significato morale.
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Può, , dispiacere che questa metafora per sinestesia non sia originale, ma sia un ricalco dall'inglese brisk, e può dispiacere che essa giunga alla lingua comune non per la via regia dell'alta letteratura, ma per mezzo del linguaggio pubblicitario, che ha divulgato e divulga tante parole orrendamente foggiate.
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Ma in questo caso la metafora mi sembra perspicua e suggestiva: dunque pienamente legittima.
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Gorilla
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Nel Periplo di Annone il Navigatore si legge di certi esseri selvatici, per lo più femmine, da lui incontrati in un'isola presso la costa africana, che si chiamavano gorille: se fossero pigmei o babbuini o scimpanzé, non sappiamo dire.
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Quando un missionario inglese, il Savage, sulle coste del Gabon, incontrò nel 1847 delle scimmie antropomorfe, pensò bene di dar loro il nome scientifico di Troglodytes gorilla, che successivamente i naturalisti promossero da nome di specie a nome di genere.
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Ma, per qualche decennio, il nome in Italia oscillò fra la gorilla, il gorillo e il gorilla, finché quest'ultimo prevalse.
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E il nome, oltre a designare propriamente la grossa scimmia, fu presto metaforicamente applicato a uomini brutti e antipatici, o sregolati nella sensualità.
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Ma ora la politica si è impadronita del nome, e da una parte e dall'altra dell'Atlantico sono spuntati due altri significati: in Francia sono chiamati gorilles (da pronunciare gorìy) gli alti e robusti agenti preposti alla sicurezza del presidente De Gaulle; mentre in Argentina i gorilas sono, come si sa, i membri di uno dei partiti che si contendono il potere.
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Venusiano
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La frequenza con cui i giornali ci danno notizia della sonda, spaziale in viaggio verso Venere sta introducendo nell'uso comune l'aggettivo venusiano: e c'è timore che esso arrivi a imporsi, benché pessimamente formato.
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È ovvio che esso nasce da una necessità che nessuno disconosce: quella di distinguere con un aggettivo speciale ciò che si riferisce al pianeta Venere, evitando le confusioni e le sgradevoli associazioni che ormai suscita l'aggettivo riferito alla dea Venere, cioè venereo.
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(E lasciamo stare le antiche riconnessioni, come quella di venusto e quella con il verbo venerare, nelle quali è ancora ben riconoscibile la parentela con Venere, o, piuttosto, con il nome latino non ancora diventato nome della dea, il quale si riferiva in genere all'amore).
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Ancora nel Duecento e al principio del Trecento, il nome riferito alla dea e al pianeta era incerto: Dante preferisce Venere («Non credo che splendesse tanto lume sotto le ciglia a Venere trafitta», Purgatorio XXVIII), ma nel Fiore si legge Veno o Venusso, mentre ancora il Boccaccio e il Sacchetti dicono Venus.
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E il francese e lo spagnolo si attengono anch'essi a questa forma (che riproduce il caso nominativo latino).
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Ora, è assolutamente eccezionale che in italiano si traggano derivati dalle forme di nominativi in us, di qualunque declinazione essi siano: non saprei citare altri esempi che sinusite e sinusoide, voci recenti e arbitrarie ambedue.
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E probabilmente pervenuteci dal francese come venusiano.
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Bisogna partire, invece, dal tema vener-: e poiché venereo è escluso, venericolo si può riferire solo agli ipotetici esseri che abitano il pianeta Venere e non a una sonda che gli passi accanto, resta la possibilità di dire veneriano (come da Marte si è tratto marziano).
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Gli astronomi, veramente, si sono incamminati per un'altra strada, e parlano di atmosfera citerea: questa coniazione conferma anch'essa il rifiuto di venusiano, ma inaugura un metodo che se può essere comodo per la lingua comune o pubblicitaria (il nome di cipria contiene anch'esso un'allusione a Venere, dea di Cipro), è pericoloso per la lingua scientifica (c'è rischio che, in avvenire, invece di servirsi per il pianeta Mercurio di un aggettivo come mercuriale o di coniare mercuriano, si ricorra a cillenio, e così via).
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Si sarà ancora in tempo per rettificare l'uso incipiente, e dire veneriano in luogo di venusiano?
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Speriamo di .
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Bruno Migliorini

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