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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 21 agosto 1962


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Mandarinismo

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Qualche giorno fa il Corriere raccontava che il biologo prof. Perutz trovava che il maggior difetto della cultura universitaria europea è il mandarinismo; e molti fatti, anche nostri e recenti, vengono a dargli ragione.

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Anni fa l'onorevole Silone diceva analogamente: «Vogliamo un partito socialista senza mandarinismo».

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Se la parola è in pochissimi vocabolari (l'Appendice al Panzini e il Dizionario enciclopedico Treccani; mentre lo Zingarelli riferisce la parola soltanto al paese di presunta origine: «Sistema vessatorio dei mandarini della Cina») non è nuova abitudine quella di adoperare spregiativamente i nomi di capi più o meno esotici per indicare vari aspetti poco simpatici dell'autorità: capi che si danno importanza, che esercitano il loro potere senza controllo, che eseguono pesantemente ordini altrui. Abbiamo conosciuto i «ras» e il «rassismo», e i «satrapi» non si può dire che godano di buona rinomanza. Nei paesi ispanici poi, quando una o più persone prendono troppa importanza nella politica locale, si parla di «cacicchismo» (caciquismo).

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Il Carducci nel «Canto dell'Italia che va in Campidoglio» (Giambi ed epodi), che è del 1871, immaginava l'Italia non solo pronta a scaricarsi «del centro destro sul centro sinistro» ma anche pronta a soffrire «i Taicùn e i Lami». Il titolo sino-giapponese di taicun «gran principe», che secondo le relazioni dei viaggiatori si dava agli shogun giapponesi, oggi è pressoché ignoto in Italia, ma negli Stati Uniti si , sotto la grafia un po' fantasiosa di tycoon, ai magnati dell'industria.

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E' ovvio che riferimenti di questo genere non hanno quasi mai esatto riscontro con la realtà: quello che conta è l'allusione a un «capo» di luoghi remoti. Che i «mandarini» non godessero di molto favore, nel secolo passato, quando ce n'erano ancora, e avevano autorità civile e giudiziaria in Cina, si vede, a tacer d'altro, dall'estroso richiamo del Tommaseo: «L'Europa ha i suoi mandarini: impiegati, letterati, titolati, pesanti e pedanti». E a rincarare la dose, parlava anche di «sussiego mandarinesco».

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La fortuna del titolo che non è affatto, come qualcuno potrebbe credere, una parola cinese, ma indiana, mantrin (consigliere), imparata dai portoghesi alle Molucche e da loro fatta conoscere in Europa persiste più che mai, anche ora che non c'è più il Celeste Impero e non ci sono più i mandarini.

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Resta, anzitutto, nel nome dei piccoli gustosi agrumi, a suo tempo battezzati cosi per un confronto scherzoso con il colore delle vesti o dei volti degli esotici funzionari. E basta che il vocabolo persista, con il significato anche vago d'una funzione piena di sussiego, perché ne possa nascere un nuovo «ismo» spregiativo.

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Esculapio

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Che c'entra l'antico dio della medicina con i collegi ecclesiastici sudamericani? si sarà domandato qualche lettore di una recente biografia di Armand Godoy, il poeta cubano-francese. Racconta questa biografia che, essendosi il padre di lui trasferito dall'Avana a Lima, «Armando, che aveva dieci anni, vi ritrovò gli Esculapios, la congregazione di cui frequentava i corsi all'Avana».

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Ma è ovvio che il patrono dei medici non c'entra per nulla, e che il demonietto che fa nascere gli errori di stampa stava alle spalle della traduttrice, o della sua dattilografa, o del linotipista, pronto a far scambiare una vocale con un'altra per una somiglianza traditrice. Si tratta semplicemente dei padri Scolopi, cioè delle Scuole Pie, in spagnolo Escolapios e non Esculapios.

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Del resto, il nome dei padri calasanziani corre anche altri rischi di non essere riconosciuto. Qualche tempo fa, parlando dell'insegnamento privato in Germania, un giornale ricordava i Piaristi, ordine in cui a prima vista è difficile riconoscere gli Scolopi: eppure non si tratta d'altro che del genitivo plurale Scholarum Piarum, al quale è stato aggiunto in tedesco il suffisso -ist, cioè il nostro -ista.

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Visita di stato

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Salta fuori ogni tanto, o che si tratti di viaggi della regina Elisabetta, o dei recenti capi di Stato di lingua inglese, la locuzione visita di stato, che si presenta a prima vista come ovvia e intelligibile, eppure è un grossolano errore di traduzione.

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Avvertiva già Carlo Rossetti, in quei Tranelli dell'inglese che furono più volte ristampati, e meriterebbero d'essere ancora disponibili in libreria, che oltre ai tanti significati dell'inglese state che corrispondono all'italiano stato, ce n'è uno per cui dobbiamo ricorrere ad altre parole: cioè quando l'inglese state vuol dire «pompa, magnificenza, splendore, fasto, dignità». Una state visit, una state ceremony non è dunque una «visita di stato», una «cerimonia di stato», ma una «visita solenne», una «cerimonia di gala».

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To lie in state si dice di un personaggio defunto esposto con pompa alla vista del pubblico prima delle esequie, e un autorevole scrittore mi dice di aver letto, al tempo della morte di Giorgio VI, che l'espressione era stata invece tradotta da un corrispondente sbarcato fresco fresco in Inghilterra: «il rito di Stato dell'esposizione della salma!».

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Del resto anche lo stateroom che chiunque abbia viaggiato in piroscafo conosce come «cabina» deve questo significato all'inflazione pubblicitaria: originariamente era una sala destinata a cerimonie solenni, poi si è applicata alla cabina del comandante, poi a tutte le cabine.

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Ma insomma, anche nel tradurre, guardiamoci dal troppo «statalismo...».

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Bruno Migliorini


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