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Mandarinismo
Qualche giorno fa il Corriere raccontava che il biologo prof. Perutz trovava che il maggior difetto della cultura universitaria europea è il mandarinismo; e molti fatti, anche nostri e recenti, vengono a dargli ragione.
Anni fa l'onorevole Silone diceva analogamente: «Vogliamo un partito socialista senza mandarinismo».
Se la parola è in pochissimi vocabolari (l'Appendice al Panzini e il Dizionario enciclopedico Treccani; mentre lo Zingarelli riferisce la parola soltanto al paese di presunta origine: «Sistema vessatorio dei mandarini della Cina») non è nuova abitudine quella di adoperare spregiativamente i nomi di capi più o meno esotici per indicare vari aspetti poco simpatici dell'autorità: capi che si danno importanza, che esercitano il loro potere senza controllo, che eseguono pesantemente ordini altrui. Abbiamo conosciuto i «ras» e il «rassismo», e i «satrapi» non si può dire che godano di buona rinomanza. Nei paesi ispanici poi, quando una o più persone prendono troppa importanza nella politica locale, si parla di «cacicchismo» (caciquismo).
Il Carducci nel «Canto dell'Italia che va in Campidoglio» (Giambi ed epodi), che è del 1871, immaginava l'Italia non solo pronta a scaricarsi «del centro destro sul centro sinistro» ma anche pronta a soffrire «i Taicùn e i Lami». Il titolo sino-giapponese di taicun «gran principe», che secondo le relazioni dei viaggiatori si dava agli shogun giapponesi, oggi è pressoché ignoto in Italia, ma negli Stati Uniti si dà, sotto la grafia un po' fantasiosa di tycoon, ai magnati dell'industria.
E' ovvio che riferimenti di questo genere non hanno quasi mai esatto riscontro con la realtà: quello che conta è l'allusione a un «capo» di luoghi remoti. Che i «mandarini» non godessero di molto favore, nel secolo passato, quando ce n'erano ancora, e avevano autorità civile e giudiziaria in Cina, si vede, a tacer d'altro, dall'estroso richiamo del Tommaseo: «L'Europa ha i suoi mandarini: impiegati, letterati, titolati, pesanti e pedanti». E a rincarare la dose, parlava anche di «sussiego mandarinesco».
La fortuna del titolo – che non è affatto, come qualcuno potrebbe credere, una parola cinese, ma indiana, mantrin (consigliere), imparata dai portoghesi alle Molucche e da loro fatta conoscere in Europa – persiste più che mai, anche ora che non c'è più il Celeste Impero e non ci sono più i mandarini.
Resta, anzitutto, nel nome dei piccoli gustosi agrumi, a suo tempo battezzati cosi per un confronto scherzoso con il colore delle vesti o dei volti degli esotici funzionari. E basta che il vocabolo persista, con il significato anche vago d'una funzione piena di sussiego, perché ne possa nascere un nuovo «ismo» spregiativo.
Esculapio
Che c'entra l'antico dio della medicina con i collegi ecclesiastici sudamericani? — si sarà domandato qualche lettore di una recente biografia di Armand Godoy, il poeta cubano-francese. Racconta questa biografia che, essendosi il padre di lui trasferito dall'Avana a Lima, «Armando, che aveva dieci anni, vi ritrovò gli Esculapios, la congregazione di cui frequentava i corsi all'Avana».
Ma è ovvio che il patrono dei medici non c'entra per nulla, e che il demonietto che fa nascere gli errori di stampa stava alle spalle della traduttrice, o della sua dattilografa, o del linotipista, pronto a far scambiare una vocale con un'altra per una somiglianza traditrice. Si tratta semplicemente dei padri Scolopi, cioè delle Scuole Pie, in spagnolo Escolapios e non Esculapios.
Del resto, il nome dei padri calasanziani corre anche altri rischi di non essere riconosciuto. Qualche tempo fa, parlando dell'insegnamento privato in Germania, un giornale ricordava i Piaristi, ordine in cui a prima vista è difficile riconoscere gli Scolopi: eppure non si tratta d'altro che del genitivo plurale Scholarum Piarum, al quale è stato aggiunto in tedesco il suffisso -ist, cioè il nostro -ista.
Visita di stato
Salta fuori ogni tanto, o che si tratti di viaggi della regina Elisabetta, o dei recenti capi di Stato di lingua inglese, la locuzione visita di stato, che si presenta a prima vista come ovvia e intelligibile, eppure è un grossolano errore di traduzione.
Avvertiva già Carlo Rossetti, in quei Tranelli dell'inglese che furono più volte ristampati, e meriterebbero d'essere ancora disponibili in libreria, che oltre ai tanti significati dell'inglese state che corrispondono all'italiano stato, ce n'è uno per cui dobbiamo ricorrere ad altre parole: cioè quando l'inglese state vuol dire «pompa, magnificenza, splendore, fasto, dignità». Una state visit, una state ceremony non è dunque una «visita di stato», una «cerimonia di stato», ma una «visita solenne», una «cerimonia di gala».
To lie in state si dice di un personaggio defunto esposto con pompa alla vista del pubblico prima delle esequie, e un autorevole scrittore mi dice di aver letto, al tempo della morte di Giorgio VI, che l'espressione era stata invece tradotta da un corrispondente sbarcato fresco fresco in Inghilterra: «il rito di Stato dell'esposizione della salma!».
Del resto anche lo stateroom che chiunque abbia viaggiato in piroscafo conosce come «cabina» deve questo significato all'inflazione pubblicitaria: originariamente era una sala destinata a cerimonie solenni, poi si è applicata alla cabina del comandante, poi a tutte le cabine.
Ma insomma, anche nel tradurre, guardiamoci dal troppo «statalismo...».
Bruno Migliorini
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