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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 20 giugno 1961


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Ventitré
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Si deve scrivere, mi domandano spesso ventitre o ventitréi, trentatre o trentatré, ecc.? quantunque la prima delle due grafie sia piuttosto frequente, mi pare che si debba senz’altro accettare la seconda, quella con l’accento scritto.
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Qualcuno può obiettare che anche senza indicare il luogo dell’accento, esso è ovvio, ma non è vero: in primo luogo possono rimanere delle incertezze in qualche straniero, ma soprattutto l’ortografia deve mantenere una sua coerente simmetria: se scriviamo ventitre senza accento dovremmo scrivere anche vicere e poi anche perche e percio (come del resto qualcuno scriveva ancora nel Cinquecento).
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Resta la questione della forma dell’accento: dobbiamo adoperare l’accento grave o quello acuto?
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Già accennavo una volta, in una noterella di questa rubrica, come molti riluttino ad accettare la distinzione tra i due accenti, perché essa obbliga a conoscere la reta pronuncia e ad applicarla praticamente.
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Per me, io ritengo che la distinzione vada applicata, e si debba pronunciare ventitré e viceré con la e chiusa finale, e scrivere l’accento acuto.
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E i maggiori editori, pur discordi su altri punti della grafia, si attengono in generale a questa regola; ma le minori tipografie e in generale i quotidiani adoperano per evitare fastidi solo l’accento grave.
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Circarama
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Nella grande mostra torinese per il Centenario chi ha già visto, chi vedrà il circarama.
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Si tratta, come si sa, di un cinematografo in cui lo schermo copre circolarmente tutte le pareti: sui nove pannelli di cui esso consa si proiettano nove pellicole, dovute a nove riprese simultanee.
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Circarama è un «marchio», cioè un nome su cui ha diritto di proprietà la casa Disney (o i suoi licenziatari, in questo caso la Fiat).
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Ma quello che è curioso notare, è che anche la parola panorama aveva in origine l’identico significato, salvo che, invece di proiezioni, si aveva un paesaggio dipinto sopra le pareti di un edificio circolare: e anche allora lo spettatore stava al centro girando il corpo e il collo come poteva.
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La parola è, come si sa, composta di elementi greci (pan = tutto, orama = veduta), ma non l’hanno messa insieme i greci antichi, bensì un pittore scozzese, Robert Barker, che negli ultimissimi anni del Settecento inventò questa specie di pittura, applicandola anzitutto a una visione circolare di Londra.
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L’invenzione ebbe una fortuna enorme, specialmente in Francia: Roberto Fulton, l’inventore del battello a vapore, nel 1799 presentò uno spettacoloso Panorama de Paris.
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Seguirono ben presto il cosmorama, il diorama, il georama, il pleorama, il poliorama, il diaforama, il ciclorama e chi più ne ha più ne metta.
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E ancor oggi a Waterloo, nella «morne plaine» in cui si decisero le sorti dell’Europa, c’è una rotonda circolare in cui si è dipinto il panorama della battaglia.
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La moda verso il 1820-1830 fu tale che la terminazione orama o semplicemente rama fu applicata scherzosamente a qualsiasi parola, senza ormai alcuna relazione con il significato di «veduta».
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Ma intanto la parola stessa panorama penetrava nell’uso comune (in tutte le lingue europee) per indicare la vista di un largo orizzonte, specialmente da un’altura, ma non più di tutto l’orizzonte: tant’è vero che non è raro leggere espressioni pleonastiche, come panorama totale, o contraddittorie, come panorama parziale.
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I perfezionamenti tecnici del cinematografo hanno dato la spinta a una nuova ondata di vocaboli in cui abusivamente (come già in qualcuno degli esempi di Balzac) si è considerato come secondo elemento non più, conforme all’etimo greco, orama, ma semplicemente rama: non solo Pathéorama, dunque, ma technirama, cinerama, colorama, e ora appunto il circarama.
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All’Esposizione di Bruxelles del 1959, che è stata un attivo focolare dell’espansione di parole in rama, c’era un campingrama, nella sezione italiana di potevano ammirare panorami quali sarebbero visti da un aereo, nell’aviorama.
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La lingua pubblicitaria, non ha tardato ad afferrare l’espediente offerto dal nuovo suffisso, dandogli un significato estremamente vago: l’idea di «vedere» è spesso ma non sempre inclusa; si vuol piuttosto suggerire l’idea d’un ritrovato tecnico nuovo e spettacoloso.
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Di qui termini come fotorama, discorama o discarama, figorama, musicorama, cityramai, ecc.
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Il vecchio nome di diorama, regolarmente composto con la preposizione greca dià, è stato ripreso dalla casa Dior per mezzo d’una specie di freddura, collocando quasi in una scala Miss Dior, Diorama e Diorismo.
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Ancora legato all’idea di «vedere» è il domenicarama offertoci dalla Domenica del Corriere.
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Un linguista belga, il professor Doppagne, che dal panorama in poi ha contato nelle vaie lingue europee oltre un centinaio di rama, pensa che forse la nostra età sarà chiamata in futuro l’età dei rama
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Francamente, speriamo di no.
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Sherry e Cherry
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La somiglianza di grafia tra due parole inglesi che non hanno tra loro alcun rapporto produce talvolta in chi non conosce quella lingua un po’ di confusione.
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Sherry (pronunciato scèri) è l’adattamento del nome della città spagnola che una volta si scriveva Xeres e oggi Jerez (leggi kherèth): il nome indica un vino liquoroso dolce analogo agli altri vini liquorosi meridionali come il porto, il malaga, il marsala, lo zibibbo, il moscato di Pantelleria la malvasia, ecc.
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Invece cherry (pronunciato cèri) vuol dire «ciliegia», ma (con quell’accorciamento abusivo a cui fuori del Paese d’origine sono soggetti i nomi composti: p. es. night per night club) in Italia si adopera cherry per cherry brandy, quel liquore estratto dalle ciliegie che D’Annunzio propose di chiamare carasella.
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Bruno Migliorini

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