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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 18 aprile 1961


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Symposium-Simposio

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Càpita quasi ogni giorno, in questa stagione più che mai propizia ai convegni, di leggere magari in due colonne l’una accanto all’altra dello stesso giornale, che sono stati tenuti un simposio di non so che scienza e un symposium di non so quale altra.

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La parola ha cominciato a entrare nell’uso nell’ultimo decennio, prima negli Stati Uniti e in Inghilterra, poi anche in Italia, in luogo di congresso, soprattutto per segnare un cambiamento rispetto alla procedura tradizionale delle riunioni scientifiche: anziché una sequela di comunicazioni singole, riferite a tutta una disciplina, si tende sempre più a fare oggetto di discussione un tema più o meno generale, a proposito del quale i partecipanti comunicano le loro esperienze.

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Questo era già stato fatto del resto, fra le due guerre, nei «Convegni Volta», e il nome di convegno era bastato a esprimere la diversa tecnica congressuale. E così si è adoperato colloquio, raduno, incontro, settimana di studio, e altri termini ancora.

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Non vedo alcuna ragione di sconsigliare simposio, non solo perché la parola ormai ha preso internazionalmente questo significato, a anche perché riprender con piena legittimità quell’antica immagine per cui le dotte conversazioni s’intrecciano volentieri intorno alla mensa (propriamente, secondo l’etimologia greca, il simposio, cioè «il bere insieme», cominciava dopo le «seconde mense», cioè dopo quello che ora chiamano dessert). Si pensi appunto al Simposio platonico o al Convivio di Dante.

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Non costituisce, mi sembra, alcun inconveniente che la parola sia stata adoperata nelle cronache ottocentesche come sinonimo scherzoso di «banchetto».

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Piuttosto, rimane il quesito: symposium o simposio (escludiamo senz’altro l’ibrida forma simposium)? Ho già avuto occasione di esprimere altre volte il parere che, quando si accolgono voci greche o latine giunteci attraverso il tramite di altre lingue europee, il procedimento più conforme alla struttura dell’italiano è quella di ridurre alla grafia e alle terminazioni della nostra lingua. Non c’è alcuna ragione valida perché si dica solarium o auditorium, quando basta dire solario o auditorio.

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Inoltre, come tutte le parole di questo tipo, symposium lascia in dubbio per il plurale (che spina quel referendum!). nessuna delle tre soluzioni (i symposium, i simposiums, i symposia) soddisfa. E poi, giacché si tratta di una parola greca, perché fermarsi a latinizzarla, e non scrivere alla greca symposion?

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Tutto compreso, ci sembra che la soluzione più corretta sia quella di italianizzare la parola simposio, anche in questo significato ormai diventato internazionale.

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Chirurgi o chirurghi?

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Un autorevole collega, direttore di una rivista di chirurgia, mi dice: «Dei miei collaboratori qualcuno scrive chirurgi, qualche altro chirurghi, e non è bello vedere in due articoli consecutivi due forme diverse. Quale è più conforme alla regola? E lei crede che io possa introdurla in tutti gli articoli della rivista?».

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I quesiti sono tutt’edue un po’ scottanti, e più che mai intendo attenermi al principio di considerarmi modesto consigliere e non arcigno legislatore.

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Una «regola» per l plurale dei nomi terminanti in go (e di quelli in co) è stata più volte cercata, anche recentemente, ma sempre invano. Sta di fatto che in alcuni casi è prevalsa decisamente la forma popolare in cui è mantenuta la g gutturale (o «velare») del singolare (ago-aghi), in altri casi è prevalsa la forma dotta, con la pronuncia palatale (antropofago-antropofagi). Per chirurgo l’uso è oscillante: chirurghi corrisponde meglio alla serie delle altre parole piane, in cui ghi prevale; ma chirurgi ha a suo favore da un lato il parallelismo con medici (che ha sempre la palatale), dall’altro la connessione con i derivati chirurgia, chirurgo.

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C’è poi un altro argomento non trascurabile a favore di chirurgi. La parola è dotta: è greca di origine, come è noto («chi opera con le mani»), e a cominciare dal Cinquecento sostituisce la forma popolare cerusico. Dunque vi è un ragionevole motivo per consigliare che la parola greco-latina formi il suo plurale secondo il tipo più dotto, cioè chirurgi: nello stesso modo che per altre voci meno frequenti, come demiurgo, onomaturgo, taumaturgo, si preferirebbe senz’altro fare il plurale in gi. Senza arrogarmi di proscrivere rigorosamente chirurghi, consiglierei pertanto di preferire chirurgi.

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Resta l’altra questione, che non è più di linguistica, ma di prassi giornalistica, anzi, in genere, editoriale. Fino a che punto il direttore di un giornale, di una rivista, di una collezione può intervenire per ritoccare linguisticamente i testi dei suoi collaboratori? Il quesito è estremamente delicato, e certo è affidato più al tatto del direttore che a un suo diritto. Tuttavia se il giornale, la rivista, l’opera collettiva seguono dichiaratamente criteri uniformi, il collaboratore può esprimersi, a parer mio, dall’accettarli solo rifiutando di pubblicare in quella sede il proprio contributo.

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Gentili saluti

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Appare qualche volta, scritta sulle cartoline illustrate, la formula «Gentili saluti», o nei biglietti d’invito, «La S.V. è gentilmente invitata a intervenire», e simili.

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La dicitura mi sembra sbagliata se è adoperata dal mittente: possiamo mandare saluti, auguri, inviti dicendo che sono «sinceri», «affettuosi», «cordiali», perché di queste qualità ci sentiamo giudici di noi stessi; ma non possiamo dire che sono «gentili», perché chi può giudicare delle nostre maniere più o meno gentili è il destinatario.

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Bruno Migliorini


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