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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 18 gennaio 1961


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Verrazzano

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Quanto inchiostro si sta versando a Nuova York per la zeta del nome di Giovanni da Verrazzano!

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Non si erano avuti dubbi sulla grafia Verrazzano nel settembre 1908, quando la colonia italiana eresse il monumento, opera di Ettore Ximenes, al primo esploratore della baia dove poi sorse Nuova York. dubbi si erano avuti quando si dedicò al suo nome una grande nave-traghetto.

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Ma ora che, per iniziativa di un nostro console generale, lo stato di Nuova York ha deciso di chiamare con il nome dello scopritore un grande nuovo ponte gettato sulla baia, sono cominciati i guai. Un autografo di lui, l’unico che ci resta (anzi che ci restava, perché fu visto nel secolo scorso e poi andò smarrito), su una procura rilanciata nel 1526, portava la forma Janus Verrazanus con una sola zeta; nelle postille all’autorevole codice, appartenuto al Giovio, che descrive il viaggio compiuto nel 1524 si parla di (istmo) Verazanio; il Magnaghi nella biografia dedicata al navigatore nell’Enciclopedia Italiana scrisse Verrazano e la giudicò forma da preferirsi. Che più? disse qualcuno: e raccomandò questa forma alle autorità dello Stato di Nuova York, le quali nel marzo di quest’anno approvarono la legge sul Verrazano Narrows Bridge (con una sola zeta).

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Invece c’è molto da ridire. L’uso della zeta scempia o doppia era nel Cinquecento estremamente oscillante; chi l’adoperava a caso, chi invece tentava di distinguere le due qualità di zeta scrivendo pozzo e mezo; il Davanzati sosteneva che non si deve « l’una l’altra zeta mai raddoppiare», perché siccome ciascuna ha suono doppio, scrivendole doppie il suono si quadruplicherebbe

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Ma poi il caos grafico finì, e oggi ogni parola ha la sua precisa ortografia: all’infuori di poche parole dotte (come azoto) e dei gruppi in cui la zeta è seguita da i più vocale scriviamo sempre zz. Per questo sono da ritenere preferibili le grafie Guinizzelli, Sannazzato Verrazzano, anche se gli autori stessi hanno scritto con una sola zeta; è la stessa ragione per cui oggi scriviamo Filelfo e non Philelfo, Poliziano e non Politiano, Rucellai e non Ruciellai o Ruscellay, Michelangelo o Michelangiolo e non Michelangniolo, Machiavelli e non Machiavegli, Vincenzo e non Vincenzio Borghini.

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Del resto il castello in Chianti dove probabilmente nacque Giovanni, si scrive Verrazzano e la sua famiglia finché non si estinse ebbe la grafia da Verrazzano. E così riteniamo senz’altro che sia consigliabile scrivere.

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Specimen

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È una parola che da qualche decennio ha una certa fortuna sia nell’uso letterario, sia in quello commerciale (specie nel campo dell’editoria). Ma essa stenta a prendere una grafia e una pronuncia stabili: soprattutto perché proveniente dal latino non direttamente ma per tramite francese, e c’è quindi chi tende a pronunciarla (più o meno correttamente) secondo quest’ultima lingua, e a farne il plurale con s (spécimens o, alla buona, senza accento, specimens).

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Ma il lessico italiano per secoli e secoli si è regolarmente arricchito di parole latine, e non c’è nessuna ragione che una parola di buon latino come specimen non sia assunta direttamente alla lingua d’origine. Tale e quale? dirà qualcuno e con tanto di plurale specimina? No, no; per conto nostro riteniamo che sia sempre meglio applicare ai latinismi (e ai grecismi) quegli adattamenti che si è usato apportar loro nei secoli passati. L’unica difficoltà è che mentre per le numerose parole che terminavano in amen e umen lo schema di adattamento è ovvio (forame, legame, legname; bitume, legume, nume) per i pochi nomi in imen i modelli non danno un suggerimento univoco: c’è da un lato crimine, limine, vimine, dall’altro regime (prevalso per influenza francese: anticamente si oscillava fra regime e regimine).

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Seguendo il modello della prima serie e qualche scrittore (per esempio Contini) che negli ultimi tempi ha adoperato questa forma, consiglieremmo di dire specìmine (e al plurale specìmini).

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Carrellino per la spesa

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Un brioso articolo di Raffaele D’Angelo, nell’ultimo numero dell’«Alimentazione italiana», illustra le recenti ma già grandi benemerenze di quel trabiccolo a due ruote, munito di una capace borsa, che si è diffuso fra le massaie che lo usavano per andare a fare le provviste e portarle a casa traendoselo dietro, e propone di chiamarlo passeggino alimentare: passeggino perché somiglia alle carrozzine così chiamate per i bambini più grandicelli alimentare perché serve per i cibi. Devo confessare di non essere molto persuaso: passeggino ricorda troppo precisamente lo scopo che ha la carrozzina per i bambini, cioè di portare a spasso il rampollo; e invece qui le provviste si devono portare a casa: alimentare escluderebbe senza motivo una parte degli acquisiti, quelli non commestibili, come i detersivi, ecc.

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Se si volesse coniare una parola sola, forse andrebbe bene portaspesa. Ma si può obiettare che porta a prima vista lasica incerti se si tratti di una persona (come portalettere) o di una cosa (come portamonete); e solo l’uso potrebbe chiarire bene il significato della parola. Diciamo piuttosto come già qualcuno fa, carrello o carrellino per la spesa.

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Bruno Migliorini


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