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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 17 marzo 1961
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8


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Ospite
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Leo Pestelli, raccogliendo un altro manipolo dei suoi briosi articoli sotto il titolo di Dizionario delle parole antiche (Milano, Longanesi, 1961), richiama l’attenzione su alcune parole bifronti, di cui ospite è l’esempio più noto, e quello che crea maggiori inconvenienti, perché significa insieme l’«ospitante» e l’«ospitato».
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Gli altri esempi antichi che il Pestelli opportunamente cita (prigioniero nel duplice senso di «carceriere» e di «prigioniero», parrocchiano nel significato di «parroco» e in quello di «appartenente alla parrocchia») hanno finito durante i secoli col mantenere uno solo dei significati.
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Lo stesso è accaduto anche a bottegaio, che si riferisce ormai esclusivamente al «venditore», mentre il significato di «avventore», ancora registrato dal Petrocchi, è pressoché sparito anche in Toscana.
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I parlanti insomma, mirano alla chiarezza, di solito arrivano a ridurre queste voci equivoche a un solo significato.
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Ma per ospite è molto difficile trovare un rimedio, perché la parola già in latino aveva i due significati, e la tradizione italiana (come del resto quella francese per hôte, quella spagnola per huesped, ecc.) li ha conservati ambedue.
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Ospitante e ospitato possono qualche volta servire, ma sono troppo pesanti per essere adoperati stabilmente.
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T.
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V.
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Mi domanda un giovanissimo lettore di questa rubrica perché gli annunciatori della radio e della televisione pronunciano ti-vù (anzi tivvù) la nota sigla, invece che ti-vì.
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Effettivamente c’è qualche oscillazione nei nomi delle lettere dell’alfabeto, e particolarmente per la v che è stata l’ultima a ricevere il suo nome (quando, nei secoli scorsi, c’era un solo segno che valeva sia per la vocale sia per la consonante, si parlava solo di u, o tutt’al più si diceva «u vocale e u consonante»).
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Per le sei lettere b, c, d, g, p, t in Toscana si diceva bi, ci, di, ecc.
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(come appunto in abbiccì), nel resto d’Italia (come già prima in latino) be, ce, de; e la forma toscana prevalse.
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Quanto al nome della v, si ebbero addirittura tre varianti: accanto alla forma toscana vu, (la cui vocale si spiega perché è nata dallo sdoppiamento di u, appoggiato all’analogia di un’altra lettera che terminava nello stesso modo, cioè q=cu) si sente che vi (come bi) e ve (come be).
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Sebbene in qualche parola pubblicitaria coniata nell’Italia settentrionale (come Giviemme) la lettera sia stata pronunciata vi, ritengo sia da preferire la pronuncia vu, e anzi ritengo che proprio l’uso che se ne fa a proposito della televisione contribuirà a rendere stabile quell’unica forma.
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E riguardo all’ortografia?
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Come si deve scrivere: con o senza i punti: T.
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V. o TV?
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Benché la grafia senza i punti sia piuttosto frequente, ritengo sia più opportuno non tralasciarli.
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Se si vuol eliminare almeno in parte il caos che regna nel campo delle sigle, credo che la norma più ragionevole sia quella di non mettere i punti quando la sigla si pronuncia a lettere unite (per esempio CIT), e di metterli quando le lettere si nominano separatamente (per esempio D.D.T, T.C.I.).
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Dunque, meglio che TV, si scriva T.
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V.
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Galassia
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A proposito del consiglio di segnare gli accenti sulle parole che lasciano qualche dubbio, sono rimasto perplesso, nel vedere qualche giorno fa galassìa con l’accento sull’i nella rubrica d’un settimanale con un’autorevole firma.
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Avendo sempre letto galàssia, in quel verso in cui Dante paragona alla Via Lattea la croce apparsagli nel cielo di Marte, («Galassia che fa dubbiar ben saggi») ho voluto verificare nei dizionari, nei prontuari ortofonici, nei rimari e, se ho ben visto, tutti quelli che registrano la parola l’accentano sull’a, con una sola eccezione, il rimario di quell’abborracciatore che fu il cinquecentista Girolamo Ruscelli.
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E se dovessimo decidere da noi, senza la testimonianza di Dante (la quale di per non è decisiva, tant’è vero che egli diceva comedìa e tragedìa) e senza l’appoggio dell’uso moderno, fondandoci solo sulle regole dell’accettazione dei grecismi in italiano? certo la scelta sarebbe molto difficile, perché i vocabolari di origine greca che terminano in -ia spesso sfuggono alla regola generale per cui le parole greche vanno di solito trattate secondo l’accentazione latina.
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Diciamo infatti analogìa, anarchìa, anatomìa, filosofìa, geografìa, liturgìa, ecc., con l’accento come in greco e non come in latino.
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Ma lasciamo stare le ipotesi astratte: siccome l’uso è poco meno che unanime, conviene senz’altro accettarlo, e dire galàssia.
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La parola, che tendeva a cadere in disuso nel secolo passato (la registrano come antiquata il Tommaseo e il Petrocchi) s’è ravvivata da quando gli astronomi, i quali prima adoperavano il termine come sinonimo di Via Lattea, hanno cominciato a adoperarlo col significato più generale di «gigantesco sistema stellare».
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E non sono mancati gli usi metaforici: Titta Rosa parlava una volta dei critici ermetici «che si muovono in una sorta di galassia critica», mentre altri, accettando un uso figurato inglese, adoperano galassia nel senso di «gruppo di persone notevoli», dunque molte di più che una pleiade, che a rigore dovrebbe applicarsi soltanto a sette persone famose, come sette sono le Pleiadi in cielo.
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Al di del fiume
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Grammatiche e vocabolari, che ancora echeggiano alla lontana le discussioni ottocentesche sull’argomento (Gherardini, Viani, Fanfani) sono discordi nel biasimare o nel consigliare il costrutto al di del fiume e simili.
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Testimonianze di scrittori e uso vivo toscano concordano, mi sembra nel farci considerare accettabili ambedue i tipi: di dal fiume o al di del fiume.
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Bruno Migliorini

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