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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 17 febbraio 1961


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Coccinella
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In un’autorevole e affettuosa prefazione a un libro recentissimo, il presentatore parla dell’autrice del libro come di una «personcina piccola, che si muove rapidamente con dei passettini di cocciniglia».
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Veramente credo che, valendosene per questa comparazione, lo scrittore pensasse non alle vere cocciniglie, cioè a quei minuscoli insetti che vivono su certi cactus messicani e da cui si trae disseccandoli una tintura rossa, e nemmeno a quelle altre cocciniglie che infestano gli alberi nostrani e che sono anch’esse emitteri (o, alla buona, cimici), bensì a quel piccolo coleottero che porta il nome scientifico di coccinella, a cui però il popolo ha dato tanti nomi confidenziali, lucia, caterinella, gallinetta della Madonna o del Signore, vaccherella e altri ancora, legati spesso a filastrocche bambinesche.
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Il rosso della cocciniglia costituì per il Messico un grande profitto fin dal Cinquecento (e il nome, di origine spagnola, ci venne allora: già il Sassetti in una lettera del 1581 parla delle cuccinigie).
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Ma esso era stato preceduto da altri prodotti ottenuti analogamente: il Guinizelli parla in un sonetto di «viso da neve colorato in grana», Dante nel settimo del Purgatorio di «oro ed argento vivo e cocco e biacca», e questa grana e questo cocco erano il colore che si traeva dai corpiccioli disseccati del chermes, un emittero dello stesso genere delle cocciniglie che vive sui lecci, il Coccus ilicis.
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Tutto un gruppo di parole come crèmisi, cremisino, carminio, e anche alchermès, appartengono a questa stessa famiglia, la quale risale a una parola sànscrita che vuol dire «verme» e che fu diffusa in Occidente dagli Arabi.
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Accanto ai nomi di grana, di cocco, di chermes ce n’era ancora un altro, quello del vermiglio, la cui origine è chiara, anche se la parola ci è giunta per tramite francese: e sempre il solito nome dell’insetto che vive sui lecci, il verme che il color rosso, e il cui diminutivo è passato a indicare un rosso vivace.
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Ma nessuna di tutte queste cocciniglie ha a che fare con la coccinella e con i suoi graziosi passetti.
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Le grida e le gride
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Le grida è, come tutti sanno, il plurale di il grido, secondo il paradigma il braccio le braccia, che è dovuto al plurale neutro latino; l’alternanza di questi plurali con le forme regolare i gridi, i bracci è regolata caso per caso, ma in genere essi hanno significato complessivo.
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Quello che non va bene, benché non di rado si veda scritto, sono le grida manzoniane.
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Il Manzoni per indicare «bado, intimazione» (che si gridava sulle piazze e poi si stampava in un foglio da affiggere o da conservare) dice sempre le grida, le gride.
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Il dottor Azzeccagarbugli, a Renzo che gli domanda «se a minacciare un curato perché non faccia un matrimonio c’è penale», risponde che «è un caso chiaro, contemplato in cento gride» e poi la cerca e la trova sùbito, perché è una «grida d’importanza».
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E del resto quest’uso, specialmente nella locuzione far la grida, era vivo già molto tempo prima del Seicento: la troviamo nel Boccaccio, nel Sacchetti, ecc.
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Segniamo anche questa avvertenza nel nostro gridario, con la speranza che venga rispettata più delle vecchie gride.
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Reticente
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Si vedono sempre più spesso nei nostri giornali, anche con riferimento a cose italiane, le parole reticente e reticenza, con un significato un po’ diverso da quello che loro spetta: cioè per indicare «riluttante», «che ripugna ad accedere alle proposte altrui».
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Il cattivo esempio di questo slittamento è venuto, di certo, dalla Francia, dove tale estensione di significato, malgrado l’opposizione dei puristi, sta diventando stabile: persino De Gaulle, nei suoi ricordi, parla di un personaggio che si addolorava molto «per la reticenza dell’Inghilterra».
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E in Italia il primo esempio che ho letto è quello di un francesista che parlava delle «reticenze del Fogazzaro» a mutilare il suo romanzo per poterne pubblicare la traduzione in una rivista francese.
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Reticente e reticenza si ricollegano direttamente al verbo latino reticère, che vuol dire «passare sotto silenzio», ed è un composto di tacere.
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(Ma, se questo cambiamento di vocale è regolarissimo in latino, di fatto è venuto a staccare nel nostro sentimento linguistico la parola composta da quella semplice; nello stesso modo che non si sente più la relazione che corre fra cadente e occidente: l’occidente non è altro che la direzione in cui si trova il sole cadente).
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Le due parole sono penetrate nell’uso italiano rispettivamente come termine di diritto e come termine di retorica.
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Abbiamo spesso assistito, anche negli ultimi tempi, a processi in cui appaiono dei testimoni reticenti, i quali dovrebbero parlare di ciò che sanno, ma preferiscono tacere.
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Quanto a reticenza, oltre che come termine giuridico, viene adoperato per indicare quella interruzione nel discorso per cui uno si ferma quando gli pare che le parole già dette bastino a farsi intendere (i Greci chiamavano questa figura aposiopèsi «il mettersi a tacere»).
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Come esempio tipico di reticenza si sogliono citare le parole che Virgilio fa dire a Nettuno nel primo libro dell’Eneide per minacciare i venti che tardano a obbedire: Quos ego
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(«che io»
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- e si sottintende «potrei punire severamente»).
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Si sa bene che le parole tendono a mutare di significato, se si abbandonano all’uso incontrollato e agli esempi che vengono senza vaglio da altre lingue.
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Ma forse, mettendo sull’avviso quelli che intendono rispettare la lingua, è possibile evitare che qualcuna di queste estensioni abusive si propaghi: reticente e reticenza vanno riferiti al «non dire», ed è erroneo servirsene per il «non fare».
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Bruno Migliorini

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