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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 15 giugno 1962
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8


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Dott. o Dr.?
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Poiché in Italia «siamo tutti dottori», capita di vedere, magari a due righe di distanza, che qualcuno scrive Dott. e qualcun altro Dr.
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Quale modo è migliore?
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Il primo è una abbreviazione per troncamento, con cui si giunge fino a una certa lettera della parola e si sostituisce il resto con un punto, mentre il secondo è un'abbreviatura per sincope, con cui si saltano alcune lettere nell'interno di una parola (e anzi, siccome in questo caso si abbrevia il latino Doctor e non l'italiano Dottore, e quindi l'ultima lettera è la finale, sarebbe più corretto scrivere Dr o Dr senza punto, perché di regola il punto finale fa pensare a un troncamento).
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Ora, nell'immensa maggioranza dei casi, le abbreviature italiane sono fatte per troncamento e, tutt'al più, dopo il troncamento ammettono una lettera o una sillaba finale (ill.mo per illustrissimo, preg.mo per pregiatissimo).
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Poche sono le eccezioni: c'è un gruppetto di abbreviature militari recenti (btg. = battaglione,
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cpl.
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= complemento, ecc.
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); c'è cfr. che alcuni leggono erroneamente cifra, i più confronta, ma che veramente è l'abbreviazione della parola latina confer «confronta».
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Dott. e Dr. hanno due provenienze diverse: Dott. è la naturale abbreviazione italiana, mentre Dr. corrisponde piuttosto al modo in cui il tedesco e l'inglese (Dr.) abbreviano il latino Doctor, o il francese abbrevia docteur (Dr).
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Si dirà che in tempi di europeismo non dovremmo essere tanto schizzinosi; ma siccome intendiamo abbreviare l'italiano Dottore e non il latino Doctor, è meglio, a nostro parere, scrivere Dott.
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Venezolano
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Qualche lettore si è meravigliato, vedendo che, nelle ultime settimane, il Corriere ha spesso adoperato, come derivato di Venezuela, l'aggettivo venezolano: e me ne chiede il perché.
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Non ho bisogno di ricordare quale sia l'origine del nome dello Stato sudamericano: originariamente era il nome dell'isola di Aruba, i cui abitanti avevano le case fondate con palafitte sul mare, in modo da sembrare ai primi esploratori (lo sappiamo dal Vespucci) una «piccola Venezia».
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Esso è dunque uno di quei numerosissimi nomi europei trasportati in America fin dal tempo della scoperta, per qualche più o meno precisa somiglianza (come in questo caso), o semplicemente per il ricordo dei luoghi di provenienza.
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Ora, accanto al nome dello Stato, Venezuela, si ha in spagnolo il derivato venezolano, perché in quella lingua si osserva molto più scrupolosamente che in italiano la cosiddetta «regola del dittongo mobile».
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La coppia Venezuela/venezolano corrisponde a innumerevoli altre alternanze identiche, come muero «io muoio» di contro a morir «morire»: se la vocale porta l'accento tonico si ha ue, se invece è atona si ha o.
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(In italiano, come or ora ho accennato, in molte serie la regola è essenzialmente la stessa: uo quando la vocale è accentata, o nella vocale atona, ma mentre tutti coniugano io muoio / noi moriamo, si stenta a far osservare la regola in verbi come io suono / noi soniamo, che spesso si sente e si vede noi suoniamo, ecc.).
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Quanto al nostro caso specifico, il problema per lo spagnolo non esiste: si ha Venezuela/venezolano, e basta.
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Invece per l'italiano si possono sostenere due tesi opposte: si deve seguire fedelmente anche per i nomi etnici l'esempio straniero, oppure si deve coniare il vocabolo secondo le regole dell'italiano?
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(Esiste anche, ma si applica più di rado, una terza possibilità, quella di ricorrere al latino).
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Esempi non mancano di tutte e tre le soluzioni.
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Ma in particolare per i nomi etnici dei Paesi ibero-romanzi, data la somiglianza delle lingue, v'è una certa tendenza ad abbandonare le forme direttamente foggiate sull'italiano, per accogliere quelle locali.
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Non diciamo più matritense, come si usava nel '700, madridese come scriveva il Botta, ma da ormai più di un secolo madrileno: anzi, siccome questo è un adattamento mal riuscito perché si è trascurato il segno di tilde sulla n, qualcuno ora comincia a scrivere madrilegno. Qualche cinquecentista aveva scritto guatimalense, il Parini guatimalese: ora si preferisce l'etnico con il suffisso di origine indigena americana, guatemalteco è cosi via.
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Senza voler rendere obbligatorio venezolano, lo troviamo dunque abbastanza giustificato.
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(Ancora una postilla a proposito della pronuncia: la z nel nome Venezuela dev'esser proferita sorda, come in Venezia, e non sonora come in zanzara).
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Rotabile
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Si sa bene che gli aggettivi in -abile e in -ibile hanno nella grande maggioranza significato passivo, come derivati di verbi transitivi: giudicabile da giudicare, credibile da credere.
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Dei non molti che fanno eccezione a questa regola, qualcuno ha buone giustificazioni: passibile, per esempio, che è già nel latino cristiano.
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Un altro gruppettino, anziché da verbi, deriva da nomi: il passo carrabile e la strada carrozzabile risalgono direttamente a carro e carrozza.
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Qualche guaio può succedere quando due diversi modi di formazione si scontrano, come è il caso di rotabile.
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Le rotabili sono le strade ordinarie, cioè quelle che sono percorse da veicoli a ruote: significato già antico, perché si trova in un'iscrizione latina (sia pure di discussa autenticità) ed è registrato dal Tommaseo.
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Ma la voce è adoperata qualche volta con un significato del tutto diverso: quando si parla di materiale rotabile, riferendosi alle macchine, alle vetture, ai carri delle ferrovie.
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Qui si vuole invece intendere «munito di ruote», e benché si possa anche per questo significato tentare di trovare qualche appiglio nella latinità (c'è Ammiano Marcellino che adopera rotabilem flexum «il girar delle ruote», descrivendo la balestra), per evitare confusioni è meglio non adoperare questa espressione, e dire materiale mobile e non materiale rotabile.
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Bruno Migliorini

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