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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 14 agosto 1962


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Caricatura
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Diceva Paul Valéry che «l'apparizione di una parola nuova annuncia talvolta tutto un mondo di relazioni, tutta una sfera di attività».
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Di qui la ricerca, che si è fatta in questi ultimi anni sempre più intensa, della data di prima apparizione delle singole parole, e addirittura, in quei casi in cui è possibile, dell'individuo a cui risale la coniazione di esse.
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E da quando potrebb'essere sorto il termine caricatura se non in atmosfera manieristica o barocca?
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Ma c'è di più: conosciamo anche, se dobbiamo dar fede a una testimonianza autorevole, chi ha coniato il vocabolo.
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Monsignor Giovanni Massani, pubblicando nel 1646 sotto lo pseudonimo di G.
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A.
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Mosini una serie di disegni di Annibale Carracci, ci racconta come alla scuola di lui si usassero fare dei «ritrattini carichi», e che Annibale parlava del diletto che nasce dalla «caricatura, la quale quando era fatta bene, eccitava maggiormente il riguardante a ridere».
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Caricare dunque prese, negli ultimi anni del Cinquecento o tutt'al più nei primi del Seicento, il nuovo significato di «esagerare un tratto caratteristico di un personaggio accrescendone la sproporzione»; e similmente caricatura.
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Riesce solo un po' strano, come accennavo altrove, che questa famiglia di vocaboli sia rimasta, per così dire, latente quasi mezzo secolo, se è vero che Annibale Carracci diede loro questo significato nuovo prima di quella crisi del 1604 da cui non si riebbe più, e solo dal 1646 in poi troviamo la parola frequentemente adoperata.
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Ma è, direi, uno strano destino che i derivati di caricare presentino delle peculiarità discutibili.
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C'è chi si scandalizza dell'espressione coprire una carica, per la contraddittorietà fra un verbo che si adatterebbe piuttosto ad un posto prefissato, a una poltrona (o a un «cadreghino») che a un «carico» imposto sulle spalle di uno.
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Ancora: nel linguaggio pubblicitario sentiamo lodare un distillato che la carica: certamente chi ha avuto la prima idea pensava alla carica degli orologi, dei giocattoli a molla, e simili: cioè dar la carica voleva dire «dare una spinta, un impulso».
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Ma i disegni e la musica che accompagnano la pubblicità alludono invece a una carica di cavalleria, al rapido e veemente attacco a un nemico.
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Si è approfittato cioè di uno dei significati secondari della parola per colorire maggiormente il primo e più ovvio.
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Rodigino
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La recente visita a Rovigo del presidente Segni ha portato alla città, oltre che un alto onore, un etnico sbagliato: la radio e parecchi giornali hanno divulgato un Rodigiano che non è mai esistito prima d'ora.
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E che la città di etnici (o patrionimici, come qualcuno vuol chiamarli) ne aveva già due, uno dotto, Rodigino, e uno popolare, Rovigotto (che tuttavia ai Rodigini avrebbe fatto minor piacere).
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Rodigino si riconnette con il nome umanistico Rhodigium, il quale non è se non un travestimento dovuto a una lusinghiera ma falsa etimologia (il greco rhodon, rosa) del nome medievale Rodigo, Rudicho, Rudigo, probabilmente dovuto a un nome personale germanico.
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L'ignoto cronista a cui risale l'errore poteva ben ignorare che qualche mese fa è uscita in nuova edizione la Toponomastica veneta di Dante Olivieri, che gli avrebbe insegnato questo e altro, ma avrebbe potuto vedere in attesa del completo repertorio che Carlo Tagliavini sta preparando per la Rai un dizionario enciclopedico, o l'ultima edizione dell'Annuario del Touring, che porta un ricco elemento di nomi etnici, regolari o anomali che siano.
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Minimo
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Alle recenti polemiche sui molti quintali di carne asinina che sarebbero penetrati per occulte vie nelle «mortadelle di puro suino», si è aggiunta anche un'interrogazione parlamentare, in cui si legge (se è esatto il testo riportato dai giornali) che le su non lodate mortadelle conterrebbero
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«un quantitativo assai minimo di maiale nostrano».
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Se sia lesa la legge, spetta ad altri vedere; quel che è certo, è che è lesa la grammatica.
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Minimo è un superlativo: quindi non ammette accanto a altre parole che lo intensifichino o che istituiscano un confronto (molto minimo, altrettanto minimo).
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Anticamente non era così: si legge per esempio nelle Novelle del Sercambi «assai picciolissima cosa»: dal che si vede che anche quelle che sembrano norme di logica oltre che di grammatica possono, se l'uso lo vuole, essere contraddette.
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Ma oggi, senza discussione possibile, assai minimo è un errore di grammatica.
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Punto di rèpere
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Bisogna purtroppo dire che il linguaggio medico, che ancora nel secolo scorso aveva in complesso un certo scrupolo di purezza, sta diventando intollerabilmente barbaro.
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Citavamo già, in una precedente puntata di questa rubrica, le ferite beanti.
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Oggi diamo una nota di biasimo al punto di rèpere.
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Non si tratta, come qualcuno potrebbe credere, del latino rèpere «strisciare» e nemmeno di reperire «trovare»: si tratta semplicemente del francese point de repère, cioè, come avrebbe potuto spiegare anche un dizionario tascabile, «punto di riferimento».
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Il francese repérer equivale per l'etimologia al nostro verbo riparare nel significato di «rifugiarsi», che è un antico provenzalismo («Al cor gentil repara sempre Amore», secondo la canzone del Guinizzelli): il valore fondamentale è dunque sempre quello di «ritrovarsi in patria», in latino repatriare.
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Bruno Migliorini

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