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Perspicacia e perspicuità
Uno scrittore agile e garbato si è lasciato sfuggire recentemente dalla penna questa frase: in Francia il Manzoni «ammirava, al contrario di Leopardi, la ricchezza e la perspicacia della lingua».
No: la famosa «clarté française», tanto apprezzata specialmente nel Settecento, consiste nell’espressione nitida, attraverso la quale il pensiero traspare come attraverso un cristallo pure: quindi dobbiamo parlare della perspicuità del francese. Perspicuità, diceva il Tommaseo nei Sinonimi, «è chiarezza che lascia veder quasi per entro alla parola, attraverso la frase, limpido e lucente il concetto». Insomma se le due parole hanno comune il prefisso e comune la radice (quel verbo latino arcaico specio che significa «vedere» e da cui derivano decine di parole italiane), il suffisso dà loro un valore nettamente diverso: la nozione di perspicuo è passiva («attraverso cui si vede bene»), mentre quella di perspicace è attiva («che riesce a veder bene, a capire esattamente»).
La somiglianza tra parole di significato diverso può giocare dei brutti tiri: ci sono tra una lingua e l’altra, ma anche nella lingua medesima.
Stiliaghi
Un lettore s’indigna nel vedere che le cronache dedicate alla «gioventù bruciata» russa presentano dei nomi nuovi come stiliaghi e uligani, e domanda se ce n’è proprio bisogno. Il «bisogno» delle parole straniere non può essere esaminato che caso per caso. Tanto per prendere un esempio analogo, a me pare che si faccia male a parlare di teddy boys quando ci si riferisce alle condizioni italiane, ma che non ci sia nessun inconveniente a adoperare l’espressione quando ci si riferisce ai Paesi di lingua inglese.
Nel nostro caso, nulla di male a parlare di stiliaghi e di uligani quando ci si riferisce all’ambiente russo. Se mai si tratta di vedere che cosa le parole esattamente significhino, e in che forma vadano adattate all’italiano. Gli stiliaghi sono una specie di gagà, imitatori di stravaganti mode occidentali (zazzere, giacchettoni ecc.); il singolare stiliaga, formato (a quel che i dicono amici competenti, perché si tratta di un vocabolo recente, non ancora registrato nei vocabolari) dalla parola che corrisponde al nostro stile e da un suffisso spregiativo di persona: come se dicessimo in italiano stilastri o modaioli (non ho intenzione, si badi bene, di proporre queste ipotetiche parole come neologismi, ma solo di dare un’idea della struttura della parola russa). Invece gli uligani (o huligani) sono i teppisti, i teddy boys sovietici: il russo è ricorso (già alcuni decenni fa) a una parola del gergo inglese, hooligan, sorta a Londra dal cognome di una famiglia irlandese, e diffusasi poi in tutti i Paesi di lingua inglese molto prima di teddy boy.
Carrer, Ferrer e Cavour
Purtroppo per una serie di ragioni, in parte futili e in parte fondate, l’ortografia italiana non usa segnare dove cade l’accento tonico delle parole. I forestieri e le persone che non hanno avuto occasione di imparare dalla viva voce la pronuncia corretta sbagliano perciò frequentemente, specie le parole più rare e i nomi propri.
Così un cognome veneto come Carrer, che si deve proferire con l’accento sull’ultima vocale, Carrèr, si sente qualche volta erroneamente con l’accento sull’a. Ho conosciuto una volta un Botter che, forse vergognandosi dell’etimologia del suo nome (che è quella stessa di Botero, Bottari, Bottai) si faceva chiamare Bòtter.
Analogamente si sbaglia spesso nell’accentare i cognomi e i toponimi spagnoli: bisogna dire Ferrèr e non Fèrrer, come bisogna dire Madrìd e non Màdrid. Sono cose talmente ovvie che non metterebbe conto ripeterle, se non tendesse a diffondersi un’assurda pseudoregola per cui si crede che basti portare l’accento sulla penultima o sulla terzultima sillaba per «italianizzare» le parole straniere.
Il cognome Provenzal va pronunciato Provenzàl e non Pròvenzal. E recentemente in una scuola (molto lontana dal Piemonte!) uno scolaro che leggeva correttamente Cavùr il nome del conte di Cavour è stato rimproverato dal suo insegnante, il quale pretendeva che si dicesse Càvur. Incredibile, ma ohimè, vero.
Pressurizzato
Il participio pressurized e lo astratto pressurization, foggiati una dozzina d’anni fa in inglese per derivazione da pressure «pressione», stanno dilagando anche in altre lingue come termini di aeronautica (cabina pressurizzata), di fisica nucleare (reattore ad acqua pressurizzata, che si raffredda con acqua sotto pressione) ecc.
L’inconveniente è questo: benché il latino avesse pressura, e l’italiano da Dante a Galileo avesse accolto la parola, oggi essa è caduta completamente in disuso, sostituita come termine tecnico da pressione.
Anche il francese soffre di questo medesimo inconveniente. E or ora il nono elenco pubblicato dal benemerito «Comité d’étude des termes techniques français» (a quando una analoga iniziativa italiana?) presenta una soluzione che può essere accolta senza difficoltà: esso consiglia di dire semplicemente sous pression; e analogamente diremo anche noi sotto pressione. Quanto al pressurizzatore, non è altro che un compressore.
Bruno Migliorini
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