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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 13 ottobre 1961


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Adamantino

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È tornato sulla questione dell’accento di adamantino, nell’Arena di qualche giorno fa, G.L. Verzellesi, difendendo la pronuncia usuale, che possiamo considerare la norma, ossia adamantìno: l’altra adamàntino, benché più conforme all’accento che la parola aveva in greco e in latino, potrà essere secondo i casi poetica o pedantesca.

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Così anche quando Paolo Buzzi diceva in una sua lirica («Toti dal Monte») «ed ogni stella squilla come cristàllina campanella», egli evidentemente sapeva benissimo che accanto alla comune pronuncia piana cristallìno esiste una pronuncia più dotta, che (come prima dicevamo di adamàntino) si rifà all’accento delle due lingue classiche. Insomma accanto alla norma che vale per tutti c’è in un certo numero di casi un ricorso a un’altra norma che vorrebbe essere più alta, più nobile, più «peregrina» (e che anche un poeta futurista ricorra a questo espediente stilistico mostra, in un certo modo, la sua indistruttibilità nella nostra tradizione).

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Diverso giudizio dobbiamo dare della pronuncia di altri aggettivi in ino. Se per adamantino e cristallino (e anche ametistino e citrino) è prevalsa l’analogia del suffisso piano ino, la quale viene così a mostrare apertamente il rapporto derivativo e il significato di aggettivo di materia, la stessa analogia non si può accettare per pristino e serotino che devono mantenere l’accento originario, e si devono quindi pronunciare sdruccioli (E nel prìstino suo vigor ridotto, Caro; Contra i raggi seròtini e lucenti, Dante), si può far valere per una pronuncia piana di serotino il parallelismo con mattutino.

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In questi casi opporti alla norma, che vuole la sdrucciola è scarso rispetto per la lingua.

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Piazzale

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Un lettore richiama l’attenzione sull’uso assai incongruo che nella toponomastica urbana di alcune città si fa della parola piazzale: in molti casi che egli cita non si capisce quale criterio distintivo sia stato adottato fra piazza e piazzale. Avrebbe potuto aggiungere anche largo, a cui una volta il compianto Trompeo dedicò uno dei suoi deliziosi, documentatissimi articoli, mostrando l’espansione della parola da Napoli verso Roma e il Settentrione.

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Certo, l’ottenere che in tutta Italia le Amministrazioni comunali e, per esse, le Commissioni toponomastiche applichino definizioni uniformi è cosa difficile, e ancor più difficile è chiedere che sconvolgano la nomenclatura locale già esistente. Forse l’unica via per giungervi è che l’Istituto centrale di statistica trasmetta ai comuni una circolare (o una serie di circolari).

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Una distinzione che si dovrebbe, mi sembra, tener presente è questa: che la piazza è regolare (quadrata, rettangolare, esagonale, ecc.) e di solito fiancheggiata su tutti i lati da edifici; la piazzetta è più piccola; il piazzale è per lo più sterrato e alberato; il largo invece è, come diceva Trompeo una «piazza non grande e di forma irregolare, una via che tende a slegarsi in piazza». Evidentemente la casistica è molto complicata, e in più d’un caso si può rimanere perplessi: tuttavia sarebbe giusto mirare a una certa uniformità.

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Delibera

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«A parte l’errore lessicale di chiamare deliberazioni le decisioni, Le sembra ammissibile che si accorci così la parola? mi chiedeva un collega, a proposito della discussioncella su metro. Se la desinenza zione può essere omessa, arriveremo presto a sentire na per nazione e ne al plurale».

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Vediamo un po’ di dipanare la matassa. In primo luogo è vero che è abusivo confondere il deliberare col decidere: quello che propriamente è il momento della scelta è stato confuso con le determinazioni che a questa scelta conseguono. Ma è uno slittamento semantico già antico, e sarebbe difficilissimo tornare indietro.

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Invece quello che ad alcuni sembra un abusivo accorciamento è una formazione parallela, popolare nelle sue origini, e grazie alla quale sono sorte legittimamente molte centinaia di parole. Si pensi a voci come accusa, calca, congiura, consegna, domanda, fatica, lega, mischia, mostra, scomunica, scusa, stampa: sono parole già antiche e pienamente legittime, ricavate senza suffisso dai verbi della prima coniugazione per indicare l’azione corrispondente. Abbiamo un’accurata raccolta di queste parole fatta dal p. Tollemache (I deverbali italiani, Firenze 1954), in cui l’autore le difende validamente dall’appunto che è stato loro fatto fin dai tempi del Fanfani, di essere «mozziconi», «spezzoni» «cani senza coda».

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Quello che dava fastidio ai puristi era il fatto che fossero stati coniati molti derivati di questo tipo dalla lingua dell’amministrazione, anche in casi in cui un derivato «lungo» già esisteva: bonifica, qualifica, rettifica ecc.: e questa coniazione di voci brevi accanto alle lunghe equivalenti dava appunto l’impressione d’un abusivo accorciamento.

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Ma siamo nel campo del lessico, dove una spinta analogica può agire o non agire: comunque non certo fino al punto che accanto a nazione si crei abusivamente un na (se non altro perché non si tratta di un verbo della prima coniugazione).

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In parecchi casi, poi, esiste un uso che distingue nettamente il valore dei due derivati paralleli: altro è la moltiplica dei ciclisti, altro la moltiplicazione (a cui è bene, sono d’accordo, mantenere il suo nome); altro è la dedica di un libro a un amico, altro la dedicazione di una chiesa.

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Rispettiamo, dunque, la lingua; ma vediamo che per conservarla non ne siano mortificate le doti naturali.

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Bruno Migliorini


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