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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 13 settembre 1960


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Semianalfabeta

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In una recente cronaca sulla nota Rosemarie, un giornalista tedesco scriveva che essa era teilalphabetisch «parzialmente alfabeta», mentre noi in italiano avremmo detto che essa era semianalfdbeta. Perché questa limitazione di un termine negativo? «Non e più logico’ domanda un lettore il vocabolo tedesco che quello italiano?».

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Se l’unica norma delle lingue fosse la logica, non c'è dubbio che egli avrebbe ragione. Ma rifacciamoci un momento al modo in cui analfabeta è entrato in italiano. Al principio dell'Ottocento, i vocabolari italiani registravano analfabeta (con o finale, meglio corrispondente al greco analphabetos) come soprannome «dato all’imperador Giustino per significare la sua profonda ignoranza», estensivamente «applicabile a chiunque non sa di lettere». Ma poi vennero le campagne di tanti valentuomini per diffondere l’istruzione elementare e sanare l'antica" piaga dell’analfabetismo. E, in conseguenza, la parola prese largamente piede: non solo vediamo che proprio dall'italiano (non direttamente dal greco) il francese assunse, cinquanta o sessantanni fa, le due parole analphabète e analphabétisme (anche perché illettré non era in grado di dar luogo a derivati); ma anche vediamo che in italiano il voca: bolo è entrato profondamente nell'uso popolare, come ingiuria («Brutto analfabeta!»).

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Invece alfabeta è nato più tardi, e solo come contrapposto ad analfabeta: ed è rimasto una parola aridamente obiettiva, adattissima. per usi statistici, ma non colorita e non popolare. Insomma dicendo semianalfabeta esprimiamo un implicito disprezzo che semialfabeta o parzialmente alfabeta non avrebbero.

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Comminare

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Riferendo le conclusioni, del processo Powers, molti giornali hanno detto che al giovane americano sono stati comminati dieci anni di privazione della libertà. È uno sbaglio, non raro presso quelli che amano ripetere le parole tecniche senza conoscerne il significato preciso. Per i giuristi, invece, comminare una pena vuol di re stabilirne la misura per quelli che trasgrediscano un determinato divieto; cioè, in sostanza, «minacciarla». Questo è infatti il significato del verbo latino comminali, composto di minari che già di per vuol dire «minacciare». Da questa stessa famiglia di parole nasce del resto l'italiano minaccia.

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Veramente, è già accaduto un'altra volta, nella storia di questa medesima famiglia di parole, che si sia valicato il passo dalle minacce alle vie di fatto. Quando diciamo, in italiano che un pastore mena un gregge, o più drasticamente in romanesco un «regazzino» promette ad un altro di menarlo, cioè di «picchiarlo», si adopera ancora il medesimo verbo minari, che neolatino rustico e plebeo è passato alla coniugazione attiva (minare) ed è stato trasferito dal significato di «minacciare percosse» a quello di «darle».

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Ma questo parallelismo con ciò che è avvenuto molti secoli fa, nell’età crepuscolare del passaggio dal latino al volgare, non giustifica che ora si alteri per ignoranza il significato giuridico di comminare.

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Cipolla

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Per indicare un orologio di vecchio tipo, grosso, che funziona alla meglio, diciamo cipolla o cipollone (e i francesi dicono analogamente oignon). I vocabolari, per spiegare la metafora, puntano sulla «grossezza» dell’orologio: tuttavia neanche al tempo dei più antichi orologi a molla se ne ebbero di sferici o quasi. Ma nel Settecento si usavano orologi che chiariscono, benissimo in qual modo il vocabolo abbia assunto questo significato secondario. Il vero e proprio orologio era contenuto in una triplice cassa: cioè prima di poterlo guardare bisognava togliere l’uno dopo l’altro due involucri. E veniva fatto di pensare immediatamente alle «foglie» concentriche di una cipolla.

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Tedoforo

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Sarei curioso di sapere chi ha «lanciato» il nome di tedoforo per indicare il «portatore della fiaccola olimpica»: perché, devo confessarlo, non sono molto persuaso che sia formato correttamente. È vero che, specialmente nella lingua scientifica, le parole ibride, formate di un elemento latino e uno greco (o viceversa) sono numerose; è vero che qualcuna, come genocidio, si sta imponendo nell’uso generale, ma per un termine dotto come questo era meglio, mi sembra, o dire alla greca dedoforo (Bacchilide parlava della notte dedofora), ovvero alla latina tedifero (Ovidio chiamava tedifera Cerere).

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Ma ormai quel che è fatto è fatto. Piuttosto qualcuno domanderà: era proprio necessario che il termine fosse dotto? La cronaca narra che a Roma all’arrivo della fiaccola in Campidoglio, gridavano: «Bravo er fiaccolaro!». Evidentemente non poteva essere questo il nome ufficiale: la parola sarebbe sonata troppo dialettale e volgare. E purtroppo a dilemmi simili ci troviamo spesso di fronte nella nostra lingua: siamo costretti a scegliere tra una parola solenne, nobile, retorica, e una parola non popolare, ma addirittura plebea.

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Maratona

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Non intendo parlare dei significati moderni della parola (quello tecnico di km. 42,192 o quello estensivo di «corsa lunga e faticosa»), ma solo ricordare l’etimologia del nome della cittadina sulla costa nordorientale dell'Attica, dove si combatté la famosa battaglia. Il nome si ricollega con marathon o marathron «finocchio»: dove quindi voler dire in origine «campo di finocchi selvatici». Non diverso è l'ètimo della nostra cittadina di Maratea e di altri luoghi (Marasà, ecc.) dell’Italia meridionale, nella quale abbondano, com’è noto, i toponimi greci

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Bruno Migliorini


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