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Kartismo
Si stanno diffondendo le gare fatte con quel nuovo veicolo senza carrozzeria fornito di motore a due tempi, che è stato battezzato kart o go-kart (con una variante grafica dell’inglese cart «carro»). Gli inglesi hanno parlato di karting, e poiché per noi, secondo il modello di automobilismo, ciclismo ecc. anche questi sport sono ismi, si è subito formato il termine kartismo.
Ci sono già, veramente, degli altri cartismi e cartisti, ma sono così diversi nel significato che il pericolo di confusione è minimo. Si chiamò cartismo (in inglese chartism) quel movimento politico presocialista che si richiamava alla People's Charter (1838). Un insigne maestro di critica e di filologia, il De Lollis, adattò in italiano il francese chartiste, cioè il termine con cui si chiamano i paleografi e diplomatisti, allievi dell’Ecole des Chartes di Parigi: «il medio evo capitò tra le mani degli eruditi, anzi dei cartisti, per dirla alla francese».
Del resto, nella storia degli ismi, ci sono anche altri movimenti il cui nome è casualmente simile, e che non offrono gran pericolo di confusione per l’ambiente diversissimo a cui appartengono.
Arciduca
Il prefisso arci è ancora vivo, e sempre col suo valore accrescitivo: sia che si oppongano ai guai degli arciguai, o che si dia a uno dell’arcistupido...
Tuttavia, quando gli spoletini, che per riconoscenza verso il maestro Menotti l’anno scorso l’avevano scherzosamente proclamato duca di Spoleto, quest’anno, subito dopo il festival, lo dichiararono arciduca di Spoleto, confesso d'esser rimasto un po’ meravigliato, perché malgrado il suo arci il nuovo titolo mi fece l’effetto di una retrocessione.
Arci sì, sta bene; ma dicendo duchi di Spoleto torniamo col pensiero all’alto potere esercitato per secoli su di un immenso territorio dell'Italia centrale, al tempo del regno dei Longobardi e anche dopo la sua caduta; dicendo arciduchi colleghiamo il titolo a quella svalutazione che esso subì quando fu dato a tutti gli appartenenti alla casa d’Asburgo, maschi e femmine.
Si tratta anche qui d’inflazione: ci fa maggiore impressione leggere mille lire in un libro di mezzo secolo fa che trovare diecimila lire in un conto di oggi ...
Don, donna
Già da qualche tempo, l’uso del prenome maschile Don e di quello femminile Donna da parte di artisti statunitensi del cinema aveva prodotto qualche stupore, per l’omonimia col nostro titolo ecclesiastico e nobiliare don, e più ancora con il femminile donna, in quanto questo non è solo titolo ma anche nome comune. Ora poi è venuto a confondere anche più le idee l’«uragano Donna»: l’ufficio meteorologico che ha adottato alcuni anni fa lo schema (assai poco cavalleresco!) di designare i successivi uragani di ogni anno con prenomi femminili scelti man mano secondo l’iniziale alfabetica, ha adoperato a questo scopo anche Donna.
Si tratta di accorciamenti del prenome Donald, che è uno dei più comuni nomi scozzesi (mentre in Irlanda la forma equivalente Donnell sopravvive soltanto nei cognomi come O'Donnell) ed è tutt’altro che raro negli Stati Uniti, in forma piena od in forma accorciata.
Tribale
È un aggettivo che si legge frequentemente in questi giorni, in cui le costumanze di alcune tribù primitive sono salite alla ribalta, dell’attualità politica. Esso deve la propria origine agli etnologi, e più propriamente a quelli inglesi: i nostri etnologi, come il Biasutti e qualche altro, nei primi decenni del secolo, preferivano scrivere tribuale (formato secondo il modello di virtuale da virtù). Sarebbe stato piuttosto difficile, in questo caso, ricorrere al latino, che pure aveva tribuarius, tributus (si ricordino i comizi tributi, cioè quelli in cui la votazione avveniva per tribù), tribùlis (e contribùlis): indipendentemente dalla funzionalità dei singoli suffissi, le tribù di cui si occupano gli etnologi implicano nozioni diverse dalle notizie che abbiamo sulle antiche tribù di Roma. L’aggettivo tribale non ci farebbe alcuna difficoltà se fosse ancora viva la forma tribo che la voce aveva anticamente in italiano: («sé dimostrando di più alto tribo», dice Dante nel XXXI del Purgatorio); e ciò può rendere minore il rammarico che il neologismo correttamente coniato dai nostri etnologi sia ormai sopraffatto nell’uso dalla voce equivalente foggiata dagli etnologi inglesi.
Uragano
Dicevamo or ora che il tipo «l’uragano Augusta», «l’uragano Bettina» ecc. è poco cavalleresco: ma per noi è anche linguisticamente piuttosto incongruo, perché unisce a un sostantivo maschile un nome femminile come apposizione.
E ancor più vivo era all’origine il carattere maschile di uragano. La parola, com’è noto, è stata portata in Europa dagli Spagnoli poco dopo la scoperta dell’America, ed essi l’avevano appresa appunto nel nido dei grandi uragani, dalle popolazioni indigene. Nel Popol Vuh, il libro sacro degli indigeni dell’America Centrale, Hurakan, «quello con una sola gamba», era il dio della tempesta, dei lampi, dei tuoni. Forse per un ricordo di questa interpretazione indigena gli Spagnoli stessi ritennero gli uragani opera diabolica, tant’è vero, diceva lo storico Gonzalo Hernandez de Oviedo, che da quando nell’isola Española (cioè Haiti) era stato introdotto il cristianesimo gli uragani erano cessati... Del resto nei nostri dialetti meridionali cìfere e forme vicine indicano una bufera, una tromba marina: e il nome proviene certo da quello di Lucifero, in cui lu iniziale è stato scambiato per l’articolo.
Bruno Migliorini
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