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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 11 luglio 1961


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Beante

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«Delicata opera scrive un medico è quella di pinzettare e legare i vasi. Se uno di essi restasse beante, il paziente potrebbe morire sotto i ferri per anemia».

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No, per carità: in buon italiano beante non può voler dire «aperto, spalancato», ma può essere solo il participio del verbo beare: il Parini celebrava il suo giovin signore, che, abbellito dalla toilette, avrebbe beneficato il mondo col suo beante aspetto.

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Non si tratta di uno svarione individuale, ma, purtroppo, di un errore assai largamente diffuso, che è stato già osservato presso i medici, presso gli artiglieri, presso i geografi fisici.

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Si è creduto di poter innocentemente adattare, per la sua apparenza quasi italiana, il francese béant, il quale invece è della famiglia nelle nostre voci badare («guardare a bocca aperta», e poi «osservare») e sbadigliare.

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Ex

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Il Monitore cisalpino del maggio 1798, in un interessante elenco in cui raccoglieva i neologismi piovuti in Italia per effetto della Rivoluzione francese e dei mutamenti di regime, enumerava insieme con allarmista e civismo, liberticida e sanculotto, e tante altre parole, anche ex «particella preposta». Qualche rarissimo esempio se ne era avuto già nei secoli precedenti, secondo il modello della tarda latinità: nel cosiddetto Ottimo commento della Commedia si legge di Boezio che era exconsolo. Ma solo alla fine del Settecento l’uso dilagava secondo il modello francese, che correntemente parlava di ex-constituant, ex- costitutionnel, ex-conventionnel, ecc. Mutavano rapidamente le istituzioni, i cidevant e gli ex si moltiplicavano. Ancora il Tommaseo, dopo sessant’anni, alludendo ai mutamenti di regime italiani commentava: «Adesso se ne fa uso e abuso, e in verità ce n’è di bisogno perché gli EX sono e saranno di molti. Ma, se non sia per celia (e non è cosa degna di buon augurio celiare sopra i caduti) sarà meglio il Già o il Che fu o sim.». E anche più amaramente sotto il lemma ex frate, soggiungeva: «Abbiamo un’Ex monaca partoriente figliuoli e un libro: ma della maternità intellettuale si dubita».

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Ormai non c’è più chi si scandalizzi in nome del purismo. Ma la questioncella linguistica in molti casi ricopre, a chi ben guardi, una questione morale.

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Diciamo senza alcuno scrupolo ex-sindaco, ex-deputato, in quanto si tratta notoriamente di cariche pro tempore, e da cui uno cessa automaticamente. Ma se diciamo ex-prete, ex-frate, ex-monaca il ricordo dell’incancellabilità dell’ordine sacro colora di un certo dispregio la parola, almeno nell’opinione comune.

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Dunque gli uffici temporanei ammettono senz’altro l’ex, le vocazioni perpetue no. E tante professioni che costituiscono insieme una vocazione? Uno che abbia ottenuto un bel giorno una laurea, non è dottore per sempre? E dire ex-dottore non fa pensare che la laurea gli sia stata tolta perché abusivamente conferita? Per questo, espressioni come ex-professore, ex-medico disturbano un poco, perché fanno pensare a un meritato riposo (nel qual caso correttamente si diche che uno è a riposo, in quiescenza), ma a un colpo di testa per cui uno abbia mutato professione, o a un infortunio per cui sia stato costretto a mutarla.

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Non meno delicato è il caso degli ufficiali. L’espressione ex ufficiale non è rara, ma ciò non toglie che essa sia poco opportuna. Se per un ufficiale di carriera essa può suonare poco meno che infamante (ex-ufficiale era Dreyfus dopo la degradazione), anche per un ufficiale di complemento, che ha occupato quell’ufficio per un tempo più o meno lungo, rimane la possibilità di ulteriori chiamate, se la Nazione ne abbia bisogno. Meglio quindi, senz’altro, ufficiale in congedo (o, se è il caso, a riposo).

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Naturalmente il modo di concepire la temporaneità di un titolo può essere diverso secondo i tempi e i luoghi. Per noi è del tutto naturale dirci ex-alunni di una determinata scuola mentre il latinismo alumni in inglese ha carattere perpetuo, e le associazioni che noi diremmo di ex-alunni o di antichi studenti si chiamano associazioni di Alumni.

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Meteo

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Non ho bisogno di ricordare quale fosse il significato antico di questa parola: nell’antica Grecia, e specialmente ad Atene, si chiamavano così i forestieri liberi che risiedevano in città, pagando determinate tasse ed esercitandovi il commercio. I meteci si distinguevano dai perieci, che, in altre città greche, abitavano in certi territori periferici ed erano in posizione di dipendenza rispetto ai cittadini.

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Ma il temine meteco sarebbe noto solo agli storici dell’antichità se non fosse stato ravvivato verso il 1894 da Charles Maurras (che aveva letto il libro di Michel Clerc su Les Métèques Athéniens, 1893): il Maurras l’applicava, da un punto di vista nazionalistico, agli stranieri stanziati in Francia. Con questo nuovo significato, di straniero stabilitosi nel territorio di una Nazione e mal disposto a impararne la lingua e a seguirne le consuetudini, la parola ha acquistato larga diffusione.

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Qualcuno (Bellonci, Contini), ha scritto al plurale metechi, ricordando più davvicino il vocabolo francese, qualche altro (p. es. Diego Valeri) ha preferito meteci. Per me, raccomanderei senz’altro questa seconda forma, visto che non è il caso di introdurre due plurali diversi per il significato antico e quello moderno; e che d’altra parte per l’antichità l’uso di meteci e perieci è saldo e ben giustificato. (Il solo pericolo è che da meteci qualche semi analfabeta tragga un singolare metecio).

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Bruno Migliorini


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