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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 10 aprile 1962
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8


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La cinciglia
[2]
Da quattro anni ormai si stanno moltiplicando in Italia gli allevamenti dei piccoli preziosi roditori: ma il nome è ancora lungi dall'essere stabilizzato.
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La forma che si vede e si sente più spesso è cincilà; pochi altri scrivono, più correttamente, la chinchilla o la cinciglia.
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Ora, è vero che il nome circolava già storpiato nel regno della moda («la moda fa pronunziare talvolta cincilà» lamentava il Panzini; e peggio ancora qualcuno scrive cin-ci-là, quasi che il nome della pelliccia e dell'animale provenga dal titolo d'una nota operetta): ma ora che si conosce e si alleva anche l'animale, sarebbe meglio che si evitasse di storpiare il nome e di cambiarne il genere secondo l'esempio francese.
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Il nome spagnolo di chinchilla (che va letto cinciglia) è una parola nata nell'America meridionale per indicare un genere di roditori di quel continente; ma il nome è assai poco poetico, perché non è che un diminutivo del nome spagnolo della cimice, chinche, passato al nostro animaletto.
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Se si fosse tradotto il nome anziché adattarlo (come in altri casi s'è fatto) si sarebbe insomma dovuto chiamare il roditore «cimicetta»...
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Del resto altrettanto poco poetico è il nome della cocciniglia (di cui altra volta abbiamo parlato, raccomandando di non confonderlo con la coccinella).
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Il nome viene dallo spagnolo cochinilla, ed è il diminutivo di un altro nome di animale, cochino, ossia «porco»; e la parola ha avuto due fasi diverse: prima si è trasferito il nome del porco a quell'animaletto che vive nei luoghi umidi e che si chiama in italiano porcellino terrestre o porcelletta (scientificamente asello o onisco, cioè, con altra metafora, «somarello»), successivamente alla cocciniglia.
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Orbene, come non c'è nessuno che non dica correttamente la cocciniglia, così si dovrebbe anche dire la cinciglia (sembra una inutile pedanteria scrivere la parola con la sua grafia spagnola la chinchilla, che i meno colti leggerebbero erroneamente).
[10]
Come mai qualcuno adopera, invece, la parola al maschile?
[11]
L'importazione, accennavamo più su, è avvenuta per il tramite della moda, cioè sotto la influenza francese: e si sa che in quella lingua i nomi in a sono quasi tutti maschili (la dalia è in francese le dahlia, e così via).
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E parimenti dobbiamo al tramite francese lo spostamento d'accento sulla vocale finale.
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Forse non è troppo tardi raccomandare che si preferisca lo adattamento diretto a quello indiretto, e che si scriva e si dica, sia per la pelliccia che per l'animaletto; la cinciglia.
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Gala
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Pressappoco lo stesso di quel che si è visto or ora per chinchilla è avvenuto per gala, in espressioni come un gala di beneficenza, e simili.
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Si tratta di una parola italiana (a sua volta di remota origine francese e spagnola), largamente adoperata nei vari significati di «lusso, solennità, apparato» e anche di «trina», di «cravatta a farfalla» di «pavese di bandiere».
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Passando nei primi del Settecento in Francia col significato di «solennità, apparato» la parola italiana divenne maschile, per quella tendenza che abbiamo ricordata a dare questo genere alle parole in a.
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E quindi un gala di beneficenza e simili è indubbiamente un ulteriore passo di questo andirivieni attraverso le Alpi fatto dalla nostra parola.
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Poiché in italiano gala mantiene così saldamente il genere femminile, l'uso del maschile in queste locuzioni non sarà da considerare abusivo?
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A rigore ; tuttavia una giustificazione si potrebbe trovare nel considerare gala in questo significato come una forma ellittica di spettacolo di gala: nello stesso modo, insomma, che diciamo il varietà sottintendendo il teatro o lo spettacolo al maschile.
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Poiché non sarebbe possibile dire una gala di beneficenza, che sarebbe equivoco, consideriamo dunque tollerabile, in questo senso, un gala.
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Incrocio
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Il Codice della strada è servito in molti casi a precisare definizioni e a chiarire differenze di sinonimi che nell'uso comune si confondevano.
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Per esempio l'uso di corsia e carreggiata è oggi precisamente fissato e stabilizzato, e nessuno confonderebbe più le due parole.
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Un lettore fa notare che purtroppo lo stesso non è avvenuto per incontro e incrocio e per i verbi rispettivi, che pur esprimono due nozioni le quali meriterebbero di essere nettamente distinte.
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Un veicolo che percorre una strada incontra (o s'incontra) con il veicolo che viene in senso inverso, e invece incrocia il veicolo che viene da una strada che taglia la sua (a un incrocio, il quale può anche non essere nettamente perpendicolare, come l'immagine di una croce farebbe pensare).
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Giacché una revisione del Codice della strada non sembra lontana, e l'esattezza lessicale può avere conseguenze importantissime (ogni incertezza terminologica costituisce un imbarazzo per i giudici), raccomandiamo agli uffici competenti di tener nota di questa osservazione.
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Versipelle
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In latino versipellis voleva dire due cose: lupo mannaro, cioè uno che in certe circostanze crede di trasformarsi da uomo in lupo, e chi cambia di aspetto (di pelle) secondo le occasioni: opportunista, specialmente politico, voltagabbana.
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Solo in questo secondo senso la parola si adopera anche in italiano.
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Ma se fosse un composto nostrano (come, poniamo, un ipotetico mutapelle o voltapelle) lo considereremmo invariabile: invece versipelle non può fare il plurale che in i: «questi testimoni versipelli».
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Bruno Migliorini

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