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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 10 gennaio 1962


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Nomi stranieri
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I giornali danno notizia che una commissione della Camera sta per esaminare una proposta di legge secondo la quale i bambini aventi cittadinanza italiana possono essere chiamati anche con nomi stranieri.
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Non oso raccomandare che la proposta sia respinta, soprattutto perché mi piacerebbe che in questioni di lingua ciascuno decidesse secondo il buon gusto e il rispetto della buona tradizione e non perché c'è una legge (in questo caso, quella tuttora vigente) che vieta di far male.
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Ma, anche senza tener conto dell'ipotetico pericolo di uno che voglia chiamare il proprio rampollo Mao o magari U, non vedo quanto sia utile ammettere che uno si chiami Anthony o Jean, o, poiché le principali vittime saranno le bambine, che alcune di esse vengano ufficialmente chiamate Daisy o Rhonda o chissà come.
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Non si tratta di «esasperato nazionalismo», ma di tener conto che il nome di battesimo, oltre che obbedire a uno scopo affettivo, cioè di rispondere ai gusti della famiglia, ha uno scopo più importante, che è quello funzionale, «civile» (si tratta appunto di «stato civile»).
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E sta di fatto che i nomi stranieri (e anche quelli italiani strani e bizzarri) corrono a ogni momento il rischio di essere male scritti e male pronunciati negli uffici, con innumerevoli fastidi per gli interessati e con danno per il buon andamento delle cose.
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E, anche se la legge sarà approvata, non cesserò di raccomandare di evitare i nomi stranieri.
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Allo stesso modo, le commissioni di toponomastica dei singoli comuni non dovrebbero dimenticare, nell'imporre nomi alle nuove vie, che il fine principale della toponomastica urbana è funzionale e non onorario.
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Vorrei sapere dalle poste e dalle altre amministrazioni quante volte a Milano il nome di via Jean Jaurès ha dato luogo a inconvenienti, e quante volte viene storpiato, prima di dire che si è fatto bene a onorare in quel modo l'uomo politico francese.
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Santo Domingo
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Venticinque anni fa, il nome di san Domenico di Guzmán era stato annullato come toponimo della capitale della repubblica antillana per far posto al nome del tiranno Trujillo.
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Ora che, scomparso il dittatore, è stato depennato anche il toponimo di Ciudad Trujillo, torneremo al vecchio nome, tradizionale in Italia, di San Domingo, o preferiremo parlare di Santo Domingo, conforme alle prescrizioni della grammatica spagnola e all'uso locale?
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Certo, la prima forma è meno corretta, in quanto rappresenta una italianizzazione a metà: si è cioè italianizzato il san, ma conservato il nome in forma spagnola; pressappoco: come quando diciamo Portorico, anziché dire, come si dice in spagnolo (e, anche ufficialmente, sul luogo) Puerto Rico.
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Per rispetto alla lingua spagnola sarebbe bene, dunque, scrivere Santo Domingo e Puerto
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Rico.
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Ma non bisogna dimenticare che, nel commercio del caffè, i nomi italianizzati a mezzo di San Domingo e Portorico hanno una lunghissima tradizione, e sarà molto difficile ottenere che essa venga abbandonata.
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I nomi che hanno assunto un valore figurato (metaforico o metonimico) sono più difficilmente modificabili degli altri: se il mutare della politica sovietica vuole ora che si cancelli Stalingrado per sostituirlo con Volgograd (il vecchio nome di Tsaritsyn era zarista e quindi inviso), non si è tenuto conto che il nome aveva ormai preso dei significati figurati (in occasione di uno sciopero di braccianti agricoli che si erano rifiutati di mungere si è parlato di una «Stalingrado delle vacche», e Mario Soldati ha adoperato il nome nel senso di «città inespugnabile»: «Dorotea era una roccaforte impenetrabile: Stalingrado, mio caro»).
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Fortunati quei nomi di città che non sono sconvolti dalle manie onorarie.
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Caciara
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Ecco un'altra parola romanesca che compare qua e , cercando di farsi largo nell'uso generale.
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Vuol dire lo stesso che chiassata, cagnara, e anzi a prima vista sembra foggiato come cagnara (o gattara, che si ha in parecchi dialetti settentrionali): ma se i cani e i gatti possono esser presi come animali tipicamente chiassosi, come potrebbe entrarci il cacio?
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La spiegazione giusta è stata data dal compianto dialettologo Angelico Prati, che ha riconosciuto nel vocabolo un adattamento di gazzarra.
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(Quanto a gazzarra poi, si tratta di una parola di origine araba, propriamente il grido che levavano i saraceni nell'assaltare il nemico; ma il vocabolo è stato raccostato più tardi al nome della gazza).
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Dobbiamo accettare o no la parola?
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Poiché essa non offre connotazioni di notevole importanza in confronto con i sinonimi chiassata, cagnara, gazzarra, starei per il no (salvo che non ricorrano giustificati motivi di color locale).
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Tabellione
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Leggo nella cronaca di un giornale: «I numeri vincenti saranno esposti in un apposito tabellione».
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La parola giusta era evidentemente tabellone.
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Invece tabellione non è altro che il nome antico del notaio: cioè colui che scriveva gli atti, chiamati in latino tabellae.
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Oltre che come vocabolo storico, il termine può essere adoperato come sinonimo scherzoso di notaio; ma non balordamente confuso con un cartellone.

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