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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 09 dicembre 1961


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Pover’uomo
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È un quesito che può sembrare di lana caprina, ma che pure merita un momento d’attenzione: scrivendo pover’uomo dobbiamo o no adoperare l’apostrofo?
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È un po’ curioso notare che mentre nell’opinione comune chi scrive un’autore, un’operaio con l’apostrofo è qualificato come un mezzo analfabeta, si vedono spesso adoperate, anche da autori e da tipografie di solito piuttosto corrette, le forme tal’è, qual è che sono senz’altro sbagliate, secondo i vigenti criteri ortografici (Che invece, nel Cinquecento, molti scrivessero con criteri diversi, non deve farci malavoglia).
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Come un è un troncamento di uno, così tal e qual sono troncamenti di tale e quale, e non ammettono l’apostrofo davanti a vocale.
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Se diciamo un pane, dobbiamo anche scrivere un amico, e se diciamo qual genere, è necessario che manteniamo la stessa scrittura che per qual animo o qual è. e per la stessa ragione dobbiamo scrivere senza apostrofo miglior arma o nobil anima o prender aria.
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Nessun dubbio può sorgere, dunque, se ci appoggiamo ai troncamenti quali si presentano nell’uso di oggi, come mi sembra senz’altro che si debba fare.
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Vediamo ora quel che succede con povero.
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Qui andiamo a cozzare contro qualche autorevole esempio contrario: il Tommaseo, che nel suo vocabolario esemplifica Gli è un pover uomo, il Carducci a cui i cipressetti di San Guido mormorano «Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’».
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Scrivendo così i due autori hanno certo pensato a qualche esempio antico: Dante scriveva in una lirica della Vita nuova «Ond’io pover dimoro», e nel XVI del Purgatorio «Buio d’inferno e di notte privata D’ogni pianeta sotto pover ciel».
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Ma, solo se si potesse ancor oggi dire un pover consiglio, un pover diavolo, si potrebbe anche scrivere un pover uomo; poiché questo non è più ammissibile, dobbiamo invece scrivere un pover’uomo, con l’elisione e quindi con l’apostrofo.
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Convenzionale
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Convenzionale è un vocabolo che risale almeno al Cinquecento, e che ha avuto, grazie ai suoi stretti legami con convenzionale, più d’un significato.
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Ma le discussioni di questi ultimi anni su nuovi tipi di armamenti e nuove forme di energia hanno portato con un nuovo significato della parola, consueto in inglese ma nuovo tra noi: si oppongono gli armamenti nucleari a quelli convenzionali, si parla della energia elettrica prodotta con mezzi diversi da quelli convenzionali, e così via.
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Convenzione propriamente è il convenire, il trovarsi insieme: ma il significato letterale di «assemblea» si ha soltanto come termine politico riferito alla Francia, all’Inghilterra, all’America, mentre il senso fondamentale in italiano è quello di «patto» su cui due o più persone o enti si sono accordati, prendendo reciproci impegni.
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Tuttavia ci sono anche altre convenzioni: per esempio le convenzioni sociali, nate da un tacito concretarsi delle consuetudini, senza che mai ci sia stato un patto che ne abbia precisato le forme e i modi.
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E ai due significati di solito si riferisce anche l’uso dell’aggettivo convenzionale: ci sono i dazi convenzionali, fissati da una precisa convenzione o a cui si ricorre per convenzione, e le frasi convenzionali, che non esprimono un pensiero veramente sentito, ma una stanca obbedienza alla consuetudine.
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Mentre nell’uso nostrano questo atteggiamento è considerato con un certo dispregio (fissato anche nel termine di convenzionalismo), in inglese la parola può indicare semplicemente una consuetudine, senza alcuna connotazione negativa: armi convenzionali, fonti convenzionali d’energia, ecc.
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Mette conto cercar di mantenere la parola italiana nei suoi due significati tradizionali, o si può accettare questo significato nuovo?
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Poiché abbiamo già un paio di parole che esprimono bene la nozione che c’interessa, credo che convenga respingere la nuova accezione.
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Possiamo parlare delle fonti tradizionali di energia, e possiamo benissimo dire le armi classiche (come si parla del classico colpo alla nuca ovvero della mezzadria classica: anzi in questo secondo caso è facile notare che convenzionale darebbe luogo a equivoci).
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Inoltre abbiamo usuale, ordinario, consueto, che possono in molte occasioni servire benissimo.
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(Aggiungo che non siamo i soli a lamentarci di questa intrusione e a cercare di evitarla: una circolare dello Stato maggiore francese, pubblicata nell’estate scorsa, raccomanda di evitare l’espressione di armi convenzionali e di adoperare armi classiche o tradizionali).
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Acclimatare
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Perché, mi domanda un lettore, si sta sempre più diffondendo la forma acclimatare, che è un francesismo, invece del nostro acclimare?
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Il fatto è vero, ma debbo dire che, in questo caso, non sono affatto d’accordo col giudizio dei nostri vecchi puristi («Acclimarsi, Acclimazione: così, e non altrimenti, dee dirsi», affermava il Rigutini).
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Si pensi alle numerose parole di origine greca che terminano in ma, e si veda come se ne formino i derivati: problema ha accanto a problematico, e così tema ha tematico, scisma ha scismatico, e clima stesso ha climatico.
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Se v’è qualche eccezion, è dovuta all’esempio di altre lingue: panorama forma panoramico, e per fantasma si è diffuso l’abusivo fantomatico.
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Io preferisco, lo confesso, fantasmatico.
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E così pure ho sostenuto che quel ramo della linguistica che gli Americani chiamano fonemica (phonemics) va chiamato in italiano fonematica.
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Quanto poi a sostituire acclimare e acclimatare con avvezzarsi, assuefarsi, addomesticarsi, non dico che non possiamo qualche volta servire, ma non quando si tratta propriamente di assuefarsi a un dato clima: in questo caso acclimatarsi rimane il verbo più proprio.
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Bruno Migliorini

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