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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 09 ottobre 1962


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Sisma e sismo

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Fino a qualche anno fa, mentre l'aggettivo sismico e composti come sismologia, sismografo ecc. erano largamente conosciuti, era pressoché ignoto il sostantivo corrispondente sisma o sismo (a differenza del francese, in cui séisme era assai adoperato).

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I recenti disastrosi terremoti in Irpinia e in Persia hanno invece divulgato la parola greca (che, oltre al vantaggio di essere breve, ha quello di essere più estesa nel significato, includendo insieme terremoti e maremoti).

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Ma come si deve dire: sismo, come registrano i pochi vocabolari che fin qui avevano incluso la parola, ovvero sisma, come tutti i giornali hanno recentemente scritto (e non senza effetto sull'uso anche popolare, se alla figlioletta di un contadino in provincia di Benevento è stato imposto il nome di Anna Sisma)?

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Se teniamo presente un altro termine composto, bradisismo, per cui si usa solo la forma in o, la bilancia dovrebbe pendere a favore di questa terminazione.

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Ma sta di fatto che l'oscillazione si aveva già in greco, dove accanto al più comune seismós si ha anche (nella Bibbia tradotta dai Settanta) la forma séisma. Lo stesso caso si ripete per le parole aneurisma e sofisma, che in greco avevano sia la forma in o che quella in a, e in italiano terminano solo in a. In greco, cataclismo voleva dire «diluvio» e cataclisma «clistere»: in italiano è prevalsa l'unica forma cataclisma, con significato più esteso: e anzi non escluderei che proprio il ricordo di questa parola abbia influito per far preferire sisma a sismo.

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Concludendo, la forma teoricamente preferibile sarebbe sismo; ma sisma non è del tutto condannabile, e si può prevedere che ormai prevarrà.

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Zurigano

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Guido Calgari, chiudendo dopo ventun anni di attività benemerita per la cultura svizzera e per quella italiana i cinque periodi della rivista Svizzera italiana, traccia nell' «ultimo numero» un consuntivo di tutto ciò che la rivista ha fatto: e poiché è doloroso pensare che questa nobile bandiera cada, auguriamo vivamente che, nelle valide mani del Calgari (il quale tiene a Zurigo la cattedra che fu di Francesco De Sanctis e poi di Giuseppe Zoppi) o in altre mani, la rivista presto ricominci.

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In quest'ultimo numero il Calgari spezza una lancia a favore dell'etnico zurigano in luogo di zurighese. Certo l'argomento che egli porta in campo ha molto peso: conta soprattutto, egli dice, l'uso fatto dai principali svizzeri, di lingua italiana. E su uno egli principalmente si sofferma: «non una persona di nessun conto, sibbene un uomo chiaro nella politica e nelle lettere. L'uomo c'è, è Stefano Franscini, il primo ticinese che ebbe coscienza precisa della realtà elvetica, il 'maestro' politico della sua gente, che fu anche autore di una eccellente grammatica della lingua italiana (usata persino in Toscana, per oltre settant'anni). Ebbene, il Franscini dice e scrive: zurigano».

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L'argomento è valido; e del resto alla metà del Settecento il valtellinese Francesco Saverio

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Quadrio scriveva anche lui zurigano nelle sue Osservazioni critico-storiche sulla Rezia al di qua delle Alpi.

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Ma c'è un'altra testimonianza che ci lascia perplessi: nelle lettere che il Foscolo scrisse durante i mesi del suo esilio svizzero, prima di rifugiarsi in Inghilterra, egli adopera sempre zurighese.

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Non possiamo certo, per decidere, mettere in bilancia due uomini. Piuttosto, dobbiamo osservare che, tra i nomi etnici derivanti da nomi di città quelli del tipo Padovano, Veneziano sono relativamente pochi, mentre quelli in -ese sono di gran lunga predominanti.

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In generale i nomi etnici mantengono le loro posizioni, ma nei casi in cui vi è oscillazione, le forme con i suffissi più comuni finiscono con l'imporsi. Ora, poiché nell'uso svizzero-italiano e italiano odierno zurighese prevale di gran lunga, temo che la rivendicazione dell'amico Calgari, anche se appoggiata a usi cosi autorevoli dei Settecento e dell'Ottocento, non abbia grandi probabilità di successo.

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Mondovisione

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Ecco un'altra parola composta di due termini latini (e italiani), ma formata al modo greco (cioè con la parola determinante al primo posto e la determinata al secondo) e con la vocale compositiva o (e non i).

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Se n'era discusso già in Francia nel maggio scorso in una giornata di studio sul vocabolario della radio e della televisione, e si erano scartate altre soluzioni molto più discutibili: principalmente univisione, in cui l'intenzione di dare a uni- il significato di «universo» non risultava abbastanza chiara, cosicché la parola suggeriva invece l'idea di unità, di uniformità, quasi di monopolio.

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Un altro termine proposto, quello di cosmovisione, offriva un inconveniente di altro genere. In spagnolo si adopera da qualche decennio cosmovisión in un significato del tutto diverso, quello di «concezione del mondo»: il termine, coniato per tradurre il tedesco Weltanschauung, è riuscito a penetrare largamente nell'uso.

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Si lasciò aperta, in quella seduta, la scelta fra mondovisione e mondiovisione, ma nell'uso internazionale solo il primo s'è affacciato e, dopo gli esperimenti col Telstar, si è rapidissimamente imposto.

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Bruno Migliorini


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