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Emarginare
È corretto scrivere emarginato – mi domanda un lettore – per indicare il titolo o il numero di una pratica segnati in margine alla lettera stessa?
Si tratta di una di quelle parole tipicamente burocratiche che hanno la vita assai resistente. Già ottanta anni fa il Fanfani e l’Arlìa le davano l'ostracismo definendola: «Voce segretariesca per dire Indicato al margine. Buttala fra la spazzatura e di’ Indicato, Segnato, eccetera». E non bastò. Né bastò l'ironia con cui Luigi Lucatelli avvolse il nome di Oronzo E. Marginati, facendone il tipo del «cittadino che protesta» (presso i burocrati).
Parole così mal coniate eppure così resistenti a tutti gli attacchi mostrano, ohimè, come questo nostro mestiere rischi di essere una fatica di Sisifo. Eppure, malgrado tutto, mi sembra che la dimostrazione che la parola è mal fatta dovrebbe avere una forza dimostrativa superiore a quella di una semplice affermazione apodittica.
In latino, la parola voleva dire «levare la crosta a una piaga» cioè togliere quei «margine», quella prima cicatrice che si è formata su di una ferita. Si vede ancora bene, nella parola, il valore del prefisso e equivalente a ex, e quindi con l’idea di togliere, privare, ridurre, applicato a un significato particolare di «margine». Trattandosi invece d’un foglio di carta, il verbo dovrebbe voler dire in italiano lo stesso che «smarginare». In francese infatti la parola émarger vuol dire proprio «smarginare», ma anche, abusivamente, «firmare in margine un'annotazione di pagamento» e quindi «riscuotere».
In italiano, se mai, la nozione di «annotare su un margine» si potrebbe esprimere con ammarginare, nello stesso modo che «apporre note a tergo» si dice burocraticamente attergare.
Pomario e Pomerio
I «falsi amici», cioè le parole quasi identiche ma di diverso significato, non solo, come abbiamo visto più volte, creano confusioni per chi traduce da una lingua all’altra, ma danno inconvenienti anche nella lingua stessa. M’è capitato un paio di volte di veder confuso il pomario col pomerio, come se ambedue derivassero da pomo, e quindi significassero ugualmente «frutteto». Ciò è esatto per pomario, ma è sbagliatissimo per pomerio.
Pomerio è una parola esumata dagli archeologi, i quali ne avevano trovata la definizione in un passo di Varrone. Egli descrive la fondazione delle antiche città laziali con il rito etrusco: un bue e una vacca tracciavano con l’aratro un solco, e lo scavo lo chiamavano fossa, mentre dicevano muro la terra gettata all’indietro. «Quello poi che era dietro il muro lo chiamavano pomerio». A noi oggi muro e pomerio sembrano due parole assolutamente diverse, ma se teniamo conto che la grafia arcaica dei latino murus era moerus, e che aveva per sinonimo moenia (pure nei senso di «mura») la parentela è sicura: quanto alla sillaba iniziale, essa è una riduzione fonetica di post, nel senso di «dietro».
Gli architetti militari del tardo Rinascimento avevano anche chiamato pomerio il terrapieno immediatamente dentro e fuori le mura, dove era vietato costruire; ma oggi solo gli archeologi adoperano la parola, ed è giusto che la mantengano con il suo significato antico. Invece, è assolutamente da evitare che essa si adoperi nel senso di pomario.
Costa Smeralda
Quando, qualche mese fa, è emerso il nome di Costa Smeralda per indicare un tratto della costa della Sardegna destinato a ricche ville, più di uno si è domandato se, linguisticamente, la designazione fosse legittima.
E qui bisogna riconoscere che, trattandosi di un nome pubblicitario. gli iniziatori hanno una certa libertà nel coniarlo, quasi altrettanta di quella che ha il proprietario di una villa o il fabbricante di un medicinale.
Se non ci fosse questa particolare libertà, dovremmo osservare che in italiano smeraldo ha soltanto il valore di un sostantivo, mentre l’aggettivo è smeraldino, o, alla greca, smaragdino: bisognerebbe dunque dire o Costa di smeraldo o Costa smeraldina.
Ma non credo troppo temeraria l’ipotesi che, con quel pressappochismo con cui spesso gli stranieri confondono lo spagnolo e l'italiano, si sia contaminato il sostantivo e l’aggettivo italiano con lo spagnolo esmeralda, che è sostantivo femminile con il significato di «smeraldo» (e che ha una certa notorietà europea grazie alla Esmeralda protagonista dei romanzo vittorughiano Notre-Dame de Paris).
Del resto, parecchi secoli fa un mutamento esattamente parallelo è capitato alla parola azzurro, che era originariamente soltanto un sostantivo (di origine araba) che designava una pietra ornamentale, il lapislazzuli. Mentre in francese la parola ha sempre conservato il valore di sostantivo maschile, in Italia fin dal tempo di Dante essa ha anche valore d’aggettivo (nei XVII dell’Inferno uno degli Scrovegni si riconosce per la «scrofa azzurra e grossa» in campo bianco): tant’è vero che i francesi dicono Côte d'azur e noi Costa azzurra.
Tuttavia non mi sembra che l’antico parallelo valga a giustificare la nuova designazione, poiché la trasformazione antica è autenticata dall'uso popolare, mentre la moderna è un arbitrio di uomini d’affari: se mai, essa può essere tollerata solo per quel criterio a cui ci riferivamo cominciando.
Bruno Migliorini
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