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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 07 febbraio 1961
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8


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Sanremo
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Spesso il nome Sanremo, malgrado la sua notorietà, si vede scritto in modo disforme dalla grafia ufficiale e cioè in due parole, San Remo.
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Ma perché la grafia ufficiale ha preferito la forma unita?
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Ciò è accaduto assai spesso (ma non sempre) in quei casi in cui la forma locale, pur risalendo al nome di un santo, era talmente diversa da quella italiana da rendere impossibile una traduzione, la quale avrebbe trasfigurato la parola.
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Il santo di cui il toponimo serba il ricordo è il vescovo Romolo, come si vede dal nome medievale di Castrum Sancti Romuli.
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Ma la forma dialettale del nome era troppo diversa da Romolo per poterla sostituire, si poteva mantenere Remo col significato di Romolo.
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Di qui la soluzione assai ragionevole, di scrivere il nome di luogo in una sola parola.
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Ciò non toglie che in altri casi si sia proceduto diversamente: c’è un comune di Sambiase (in una sola parola) in provincia di Catanzaro, e alcuni luoghi col nome di San Biase in altre province (oltre naturalmente, ai numerosi San Biagio).
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Quanto a Sansepolcro, l’antico nome era Borgo San Sepolcro, e alludeva al Santo Sepolcro di Gerusalemme, da cui erano state portate nel IX secolo alcune reliquie (e tuttora si vede nello stemma civico la immagine di un sarcofago).
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Per differenziare il più possibile il nome da quello del non lontano Borgo San Lorenzo (si potrebbero citare molti esempi di confusione fra i due nomi) si è preferito anche qui, ufficialmente, la grafia in una sola parola.
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Zeta
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A proposito di quello che scrivevo in una precedente noterella sul cognome Verrazzano, un amico mi obietta: «Allora consiglieresti di scrivere il cognome di Donizetti con due zeta? E magari anche Frondizi?».
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No, no: ho detto solo che abbiamo il diritto di imporre la norma ortografica moderna ai nomi i quali si usavano con grafie incerte fino al secolo decimosesto o poco più: ma è ovvio che i cognomi quali si presentavano nell’Ottocento vanno rigorosamente rispettati.
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Quindi Donizetti, Frondizi, con una sola zeta.
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E invece darei lo stesso consiglio che per Verrazano per il soprannome di Angelo Beolco, il Ruzzante, sul quale si è più volte discusso.
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A proposito di rispetto delle zeta nell’uso burocratico moderno, ecco un fatterello di qualche giorno fa.
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Una signora si presenta allo sportello di una banca con un assegno intestato Maria Grazzia Taldeitali: e il cassiere si rifiuta di pagare l’assegno se la titolare non firma anche lei Maria Grazzia!
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Un’ultima postilla.
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Parlando dei «gruppi in cui la zeta è seguita da i più vocale» naturalmente mi accontentavo di ricordare in breve la regola ortografica, quale si applica appunto a grazia, azione, vizio, e così via.
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Ma la regola comporta un gruppo compatto di eccezioni (ovvie, diranno molti, ma che tuttavia impediscono di considerare la norma principale come tassativa e meccanicamente applicabile): se una parola appartenente a una famiglia di vocaboli che si scrivono con due zeta perde un suffisso con i più vocale, la regola non si applica: dunque apprezziamo, avvezziamo, tappezziere, carrozziere e così via.
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Scimponauta
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Ecco una voce sbagliata.
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Va bene la brevità, ma in fondo, siccome non avremo frequenti occasioni di telegrafarne il nome, anche se lo chiamiamo scimpanzè spaziale ci rimettiamo ben poco.
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La parola è coniata male perché, mentre sembra che il primo elemento sia un «prefissoide», come in autogoverno, cineamatore, elettrotreno, fonovaligia, fotopittura, motonautica, radioservizio e simili, esso è tale solo dal punto di vista della forma (la riduzione a due sillabe e la terminazione in o, che caratterizzano la maggior parte dei prefissoidi), e invece ne differisce nettamente per il rapporto sintattico.
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Anche lasciando stare gli antichi Argonauti (quelli che navigavano sulla nave Argo), gli aeronauti navigavano nell’aria, e analogamente gli stratonauti e gli astronauti: in tutti questi casi, il primo elemento dipende dal secondo, e ne esprime una limitazione, una localizzazione.
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Invece in scimponauta abbiamo, dal punto di vista della sintassi e del significato, non un vero composto, ma due sostantivi giustapposti, come in nave-cisterna o porta-finestra: quindi non vi è altra giustificazione per «comprimere» il primo elmeento e dargli la terminazione o che un’erronea analogia con i composti legittimi.
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In America le «parole-macedonia», di vario tipo, sono numerosissime (e siccome appartengono più allo slang che al linguaggio, fu detto che si tratta di slanguage): abbiamo voci come futilitario, gasfissiato, ecc.
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Del resto Laforgue aveva coniato massacrilego, e Dolfuss era chiamato in Austria Millimetternich.
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Ora purtroppo anche da noi gli scimponauiti vengono a rivaleggiare con i cantautori.
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Leccornia
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Un lettore si lamenta che «purtroppo quasi tutti i lessici» registrino leccornìa; mentre a suo parere bisognerebbe dire leccòrnia: e chiede quali ragioni si possano portare per l’una o per l’altra accentazione.
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L’argomento principe è questo: si tratta di un derivato dell’antico nome leccone, che voleva dire ghiottone: e leccornìa, che ora va sparendo anche dall’uso popolare toscano, sta per ghiottonerìa).
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Lo sbandamento della parola, che ora effettivamente molti tendono a pronunciare leccòrnia, è dovuto al fatto che la voce leccone è scomparsa, e con essa la spiegazione morfologica e semantica della parola nel sentimento linguistico.
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Vae soli! guai a chi è solo, diceva l’Ecclesiaste: e questo vale anche per le parole
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Leccornia, rimasta sola, si è abusivamente raccostata a sbornia e a California.
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Ma, fin che è possibile, raccomandiamo l’accento legittimo, e cioè leccornìa.
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Bruno Migliorini

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