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Settoriale
Un lettore, osservando il diffondersi dell'aggettivo settoriale, domanda se è ben formato, e se non si dovrebbe piuttosto dire settorale, «come si dice regionale da regione».
Notiamo anzitutto che, nella coniazione di singoli derivati, le lingue naturali non seguono binari fissi, ma hanno una notevole libertà. Perché sì dice garibaldino e non (come pure qualche volta si diceva) garibaldiano? Perché si dice francescano e luterano e. invece, wagneriano o pirandelliano? Dobbiamo confessare che in molti casi non siamo in grado di dirlo con sicurezza.
Tuttavia qualche linea direttiva si può vedere se si considera in qual modo termina la parola-base. Quindi non è giusto prendere a confronto la parola regione, ma bisogna assumere come riscontro una serie più ristretta, quella delle parole che terminano in –ore. Vedremo allora che alcune di queste hanno aggettivi derivati in -ale (dottorale, elettorale), altre invece in -iale (editoriale, equatoriale, senatoriale, vettoriale), a cui si aggiungono poi altri aggettivi in -orale od -oriale non da nomi in -ore ma da altre parole (per esempio temporale o territoriale).
E che, in alcuni esempi, la scelta sia stata casuale, o dettata da vaghe assonanze con parole simili o da mal valutabili motivi eufonici, si vede dal fatto che si è oscillato: nell'uso dell'Università di Firenze l'aggettivo di rettore è rettorale e in quella di Pisa rettoriale.
Si potrebbe, è vero, auspicare una derivazione più simmetrica, ma questo non ci autorizza certo a considerare errato l'uno o l'altro dei due modi di formazione.
Grisù
Il nome francese di quella miscela, composta principalmente di metano, che si forma nelle miniere e che è stata a più riprese causa di tante vittime, proviene da un dialetto vallone, di un territorio particolarmente ricco di miniere, il Borinage. Esso serba il ricordo degli inestinguibili incendi che nelle battaglie del Medioevo si producevano col fuoco greco o grechesco (in francese feu grégois). Il padre Guglielmotti lo definisce: «quella terribile composizione di fiamme allo stato liquido oleoso, che ardevano pure nell'acqua e si usavano in battaglia, massime negli assedi per bruciare le torri volanti, e per ardere genti e navigli in mare... Si cacciava a gran distanza coi sifoni e le cerbottane, bruciava con fiamma livida, spargeva fetide esalazioni, consumava il ferro e la pietra...».
Adopereremo la parola con la sua ortografia francese, o nella forma adattata grisù? Visto che non è il caso di sforzarsi di trovare una «traduzione» per la parola (gas - come si chiama il grisù in altre parti del Belgio - è troppo generico; metano indica il principale componente della miscela, ma non la miscela), visto che la parola si adopera, ohimè, non di rado, anche nella lingua comune, e che ha un certo numero di derivati (grisutoso, grisumetria, ecc.), ci pare che la forma adattata (grisù) sia preferibile.
C'è anche un'altra parola francese che ha un'origine mineraria e che ha questa volta origine dalla Piccardia e non dalla Vallonia: la parola rescapé, nel senso di «uscito sano e salvo da un grave pericolo». Il vocabolo è entrato nell'uso giornalistico e poi in quello generale nel 1906, in occasione di una micidiale catastrofe mineraria, quella di Courrières nel dipartimento francese del Pas-de-Calais: riferendosi ai minatori che dopo gravi peripezie erano riusciti a cavarsela, si adoperò la voce dialettale locale invece di quella francese réchappé.
Aminta
Citavamo un'altra volta qualche erronea attribuzione di genere a nomi propri. Che Aminta sia maschile, malgrado la desinenza in -a, lo sanno tutti quelli che hanno un sia pur vago ricordo della favola pastorale del Tasso. E il Tasso a sua volta attingeva alla tradizione antica, greca e soprattutto macedone: si chiamarono così diversi re di Macedonia, fra cui il nonno di Alessandro Magno. Ma nel Burlador de Sevilla di Tirso de Molina una delle donne ingannate da Don Giovanni si chiama Aminta.
La desinenza in -a e il ricordo della soave fanciulla scespiriana non ci lasciano in dubbio sul genere di Ofelia: eppure un secolo prima il Sannazzaro aveva introdotto nell’Arcadia un bifolco di nome Ofelia.
Per un terzo nome si ha una tradizione duplice, in cui una lieve differenza nella terminazione ci permette per lo più di distinguere: femminile è Alcesti, il nome della sposa di Admeto strappata da Ercole alla morte, protagonista dell’omonima tragedia euripidea (ma l’Alfieri dopo aver tradotto Euripide componeva un’Alceste pubblicata postuma). Di solito invece Alceste si considera maschile, dal nome del burbero personaggio protagonista del Misanthrope di Molière.
Potremmo ancora aggiungere, fra i nomi che oscillano tra il maschile e il femminile, quelli tratti da aggettivi in -e. Di solito consideriamo Celeste come nome femminile, e Felice come maschile: tuttavia se i due aggettivi possono essere usati per ambedue i generi, non c’è ragione perché anche i due prenomi non possano essere adoperati ugualmente. E cosi è infatti accaduto e può ancora accadere.
Bruno Migliorini
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