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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 06 marzo 1962


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Settoriale
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Un lettore, osservando il diffondersi dell'aggettivo settoriale, domanda se è ben formato, e se non si dovrebbe piuttosto dire settorale, «come si dice regionale da regione».
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Notiamo anzitutto che, nella coniazione di singoli derivati, le lingue naturali non seguono binari fissi, ma hanno una notevole libertà.
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Perché dice garibaldino e non (come pure qualche volta si diceva) garibaldiano?
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Perché si dice francescano e luterano e. invece, wagneriano o pirandelliano?
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Dobbiamo confessare che in molti casi non siamo in grado di dirlo con sicurezza.
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Tuttavia qualche linea direttiva si può vedere se si considera in qual modo termina la parola-base.
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Quindi non è giusto prendere a confronto la parola regione, ma bisogna assumere come riscontro una serie più ristretta, quella delle parole che terminano in –ore.
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Vedremo allora che alcune di queste hanno aggettivi derivati in -ale (dottorale, elettorale), altre invece in -iale (editoriale, equatoriale, senatoriale, vettoriale), a cui si aggiungono poi altri aggettivi in -orale od -oriale non da nomi in -ore ma da altre parole (per esempio temporale o territoriale).
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E che, in alcuni esempi, la scelta sia stata casuale, o dettata da vaghe assonanze con parole simili o da mal valutabili motivi eufonici, si vede dal fatto che si è oscillato: nell'uso dell'Università di Firenze l'aggettivo di rettore è rettorale e in quella di Pisa rettoriale.
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Si potrebbe, è vero, auspicare una derivazione più simmetrica, ma questo non ci autorizza certo a considerare errato l'uno o l'altro dei due modi di formazione.
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Grisù
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Il nome francese di quella miscela, composta principalmente di metano, che si forma nelle miniere e che è stata a più riprese causa di tante vittime, proviene da un dialetto vallone, di un territorio particolarmente ricco di miniere, il Borinage.
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Esso serba il ricordo degli inestinguibili incendi che nelle battaglie del Medioevo si producevano col fuoco greco o grechesco (in francese feu grégois).
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Il padre Guglielmotti lo definisce: «quella terribile composizione di fiamme allo stato liquido oleoso, che ardevano pure nell'acqua e si usavano in battaglia, massime negli assedi per bruciare le torri volanti, e per ardere genti e navigli in mare... Si cacciava a gran distanza coi sifoni e le cerbottane, bruciava con fiamma livida, spargeva fetide esalazioni, consumava il ferro e la pietra...».
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Adopereremo la parola con la sua ortografia francese, o nella forma adattata grisù?
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Visto che non è il caso di sforzarsi di trovare una «traduzione» per la parola (gas - come si chiama il grisù in altre parti del Belgio - è troppo generico; metano indica il principale componente della miscela, ma non la miscela), visto che la parola si adopera, ohimè, non di rado, anche nella lingua comune, e che ha un certo numero di derivati (grisutoso, grisumetria, ecc.), ci pare che la forma adattata (grisù) sia preferibile.
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C'è anche un'altra parola francese che ha un'origine mineraria e che ha questa volta origine dalla Piccardia e non dalla Vallonia: la parola resca, nel senso di «uscito sano e salvo da un grave pericolo».
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Il vocabolo è entrato nell'uso giornalistico e poi in quello generale nel 1906, in occasione di una micidiale catastrofe mineraria, quella di Courrières nel dipartimento francese del Pas-de-Calais: riferendosi ai minatori che dopo gravi peripezie erano riusciti a cavarsela, si adoperò la voce dialettale locale invece di quella francese réchappé.
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Aminta
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Citavamo un'altra volta qualche erronea attribuzione di genere a nomi propri.
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Che Aminta sia maschile, malgrado la desinenza in -a, lo sanno tutti quelli che hanno un sia pur vago ricordo della favola pastorale del Tasso.
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E il Tasso a sua volta attingeva alla tradizione antica, greca e soprattutto macedone: si chiamarono così diversi re di Macedonia, fra cui il nonno di Alessandro Magno.
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Ma nel Burlador de Sevilla di Tirso de Molina una delle donne ingannate da Don Giovanni si chiama Aminta.
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La desinenza in -a e il ricordo della soave fanciulla scespiriana non ci lasciano in dubbio sul genere di Ofelia: eppure un secolo prima il Sannazzaro aveva introdotto nell’Arcadia un bifolco di nome Ofelia.
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Per un terzo nome si ha una tradizione duplice, in cui una lieve differenza nella terminazione ci permette per lo più di distinguere: femminile è Alcesti, il nome della sposa di Admeto strappata da Ercole alla morte, protagonista dell’omonima tragedia euripidea (ma l’Alfieri dopo aver tradotto Euripide componeva un’Alceste pubblicata postuma).
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Di solito invece Alceste si considera maschile, dal nome del burbero personaggio protagonista del Misanthrope di Molière.
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Potremmo ancora aggiungere, fra i nomi che oscillano tra il maschile e il femminile, quelli tratti da aggettivi in -e.
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Di solito consideriamo Celeste come nome femminile, e Felice come maschile: tuttavia se i due aggettivi possono essere usati per ambedue i generi, non c’è ragione perché anche i due prenomi non possano essere adoperati ugualmente.
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E cosi è infatti accaduto e può ancora accadere.
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Bruno Migliorini

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