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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 05 maggio 1961


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Paparazzo
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Che il cinema fornisca di tanto in tanto alla lingua vocaboli e locuzioni, è stato ormai più volte osservato; anzi c’è già sull’argomento un libro che fornisce osservazioni numerose e ben vagliate, Il cinema nella lingua, la lingua nel cinema di Alberto Menarini (Milano 1955).
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Si tratta per lo più di voci scherzose, che vengono ad aumentare quei sinonimi affettivi di cui la lingua tradizionale aveva grande scarsezza.
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L’esempio più tipico picchiatello, coniato da Tullo Gramantieri nel 1936 per rendere il termine americano pixilated, nella doppiatura del film È arrivata la felicità.
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Un altro termine entrato nell’uso con un significato nuovo è il vitellone adoperato da Fellini nel titolo del noto suo film.
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E anche dolce vita circola largamente.
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Ora Sergio Raffaeli, nell’ultimo numero di Lingua nostra, ci racconta la storia di paparazzo, anch’esso coniato e «lanciato» da Fellini: il termine si adopera per indicare scherzosamente i fotografi che infestano via Veneto e in genere quei luoghi dove si può sperare di cogliere immagini di più o meno piccante attualità.
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Durante la lavorazione della Dolce vita, Fellini affibbiò a uno dei quattro fotografi della Dolce vita il cognome di Paparazzo (un nome onomatopeico che più o meno vagamente ricordava il verbo pappare, la parola padovana pàpari nel senso di «labbra», gli schiamazzamenti dei pàpari); e già chiamava Paparazzi, estendendo a tutti e quattro il nome dell’unico che nel film porta un cognome.
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Attecchirà o no la parola col suo significato scherzoso o spregiativo di «fotografo mondano»? ho l’impressione di : ma solo fra qualche decennio si potrà rispondere con certezza.
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Guardastrada, guardavia
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Alcuni lettori hanno voluto comunicarmi riflessioni e notizie intorno alla mia proposta fatta in una precedente puntata di questa rubrica, di chiamare guardastrada quei ripari di cemento, di metallo ecc. che parecchi chiamano col termine inglese guardrails.
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La proposta di chiamarli, invece, ringhierette devo confessare che non mi persuade: abbiamo bisogno di un preciso termine tecnico, mentre ringhieretta fa pensare a un riparo occasionale, un piccolo parapetto di ferro o qualcosa di simile.
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Non dico che non ci si potrebbe abituare: ma mi par molto difficile che i tecnici della strada l’accettino.
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Sono lieto di apprendere, e di far conoscere ai lettori una notizia comunicatami dalla S.
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C.
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A.
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C., la ditta produttrice, fra l’altro, di quei pali di cemento armato che dal suo nome sono stati chiamati scàccoli (il Panzini aveva registrato questo vocabolo in una sua scheda, che fu da me inserita nell’ottava edizione, postuma, del Dizionario moderno).
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La S.
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C.
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A.
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C., dopo aver esaminati i possibili nomi del nuovo manufatto, è giunta già un paio di anni fa alla conclusione di chiamarlo guardavia, e l’ha messo in commercio con questo nome.
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Poiché strada e via non presentano in questo caso sensibili differenze (io avevo pensato al Codice della strada), è giusto riconoscere la priorità del termine guardavia e raccomandarne l’uso.
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Ancona T.
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V.
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Nel cercare di dimostrare, in un’altra noterella, che la lettera V (nella sigla T.V. e altrove) va pronunciata vu piuttosto che vi (o ve), ho trascurato di controbattere un’obiezione che mi era stata fatta, perché la giudicavo non molto consistente.
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Ma poiché un altro lettore me la ripete, mi sia lecito di fermarmici un momento.
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Mi si osserva: giacché diciamo televisione e non televusione, dobbiamo dire ti-vi e non ti-vu.
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Ma non si tratta in questo caso di una «parola-macedonia», fatta con pezzi delle parole precedenti (del tipo, per intenderci di acmonita! = acciaio monetario italiano), se non altro perché in questo caso avremmo tevi o tevì.
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Si tratta invece di una comune sigla, formata con le iniziali dei due componenti.
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T.
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V. simboleggia Tele-Visione, e bisogna leggere le due prime lettere e non le due prime sillabe.
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Per citare un altro esempio come si legge P.
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T.
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T.
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(Poste Telegrafi e Telefoni)? pi-ti-ti e non po-té-té, non è vero?
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Mi rendo conto che l’uso di leggere vi e non vu e quasi costante nelle scuole dell’Italia settentrionale, e capisco che qualcuno possa riluttante a leggere la lettera secondo l’uso toscano.
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Nemmeno mi meraviglia che alcuni difendano la pronuncia vi per simmetria con bi, ci, di (ma allora dovremmo dire, anche per la lettera q, chi in luogo di cui? E dovremmo abbandonale l’antichissimo uso di effe, elle, emme, esse per dire fi, li, mi, si?). quello che invece non si può accettare, è che si misconosca il metodo stesso di leggere le sigle.
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Onomastico e Onomastica
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Qualche settimana fa si è tenuto a Firenze il Congresso di scienze onomastiche (tra parentesi, assai ben riuscito).
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Onomastico è propriamente, come si sa, l’aggettivo corrispondente al greco onoma, che vuol dire «nome».
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Ma, nell’uso comune si conosce solo l’onomastico, che è la ricorrenza annuale della festa del santo di cui uno parlava comunemente di onomastica per indicare lo studio dei nomi propri di persona.
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Ora, poiché lo studio dei nomi di persona e quello dei nomi di luogo vanno strettamente congiunti, si preferisce chiamare antroponimia lo studio dei nomi di persona (prenomi, cognomi, soprannomi, pseudonimi ecc.) e toponomastica o toponimia lo studio dei nomi di luogo; ambedue le discipline insieme sono chiamate scienze onomastiche.
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Bruno Migliorini

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