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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 04 febbraio 1962


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Chi vive?

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Nell'uso corrente, non è raro trovare l'espressione chi vive?, o anche più spesso, l'altra, star sul chi vive per indicare la domanda di una sentinella e per riferirsi a uno stato d'allarme.

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Non c'è che da confrontare le due frasi con le corrispondenti francesi per vedere che si tratta di uno dei tanti errori dovuti a traduttori ignoranti. Il francese dice infatti qui vive? e être sur le qui-vive; e basta conoscere i primi elementi di quella lingua per sapere che vive francese corrisponde in italiano non a vive ma a viva.

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Infatti la buona tradizione italiana diceva «Chi viva?»: la sentinella rivolgendosi a un ignoto passante e domandandogli a chi egli intendesse gridare «evviva», veniva a chiedergli quale fosse il suo partito, la sua fazione, la nazione a cui dava la sua preferenza. L'altro rispondeva «Viva Francia» o «Viva Spagna» o simili (come ora direbbe «Viva l'America» o «Viva la Russia»...).

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I nostri scrittori cinquecenteschi, come il Caro o il Varchi, non esitavano punto nello scrivere «Chi viva?», e così pure i più accurati fra i moderni: Bacchelli, in Oggi domani e mai (recentemente ristampato in «Tutte le opere») dice: - «Lei che è stato a vedere, chi viva?» - «Viva l'Italia», risponde Anceschi.

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Ma purtroppo parecchi altri si lasciano indurre in errore da quell'assurdo travisamento dell'antica frase.

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Cardo

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Leggo nell'articolo di uno storico che, per conoscere le strade antiche di due villaggi lombardi, bisogna rifarsi ai cardi romani. Avrebbe dovuto dire, mi sembra, o cardini, all'italiana, o cardines, alla latina.

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Per parecchi secoli l'italiano ha assunto migliaia e migliaia di parole latine, quasi sempre tuttavia assimilandole secondo uno schema preciso: ricorrendo al caso accusativo privato della desinenza.

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Ma, da poco più di un secolo, gli archeologi hanno introdotto l'uso di non assimilare più allo schema italiano le parole greche e latine, ma di mantenerle intatte al nominativo. Così invece di cardine e di decumano per indicare le due linee perpendicolari (quella da nord a sud, e quella da est a ovest) che costituivano gli assi principali degli accampamenti e degli stanziamenti romani, hanno cominciato a dire cardo e decumanus. Male, anzitutto perché così si è perduta, o resa meno ovvia, la connessione con l'aggettivo cardinale: i punti cardinali indicano appunto le direzioni dei venti riferite a un cardine.

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Ma trarre poi da questo cardo latino un plurale cardi è senz'altro inammissibile. Anche per evitare confusioni coi cardi vegetali...

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Virago

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Pure un altro latinismo, virago, luogo a qualche incertezza nel fare il plurale. Già nell'italiano cinquecentesco si erano avute ambedue le forme, virago e viragine: ed esse si mantengono ancora (senz'altra differenza, sembra, che il ritmo del verso o della prosa) in Carducci e in D'Annunzio. Il Carducci parla di gentil virago ardita e di slancio di viragine; il D'Annunzio della fede d'una virago e dell'agrezza della viragine. Ma poi tutti e due quando debbono adoperare il plurale preferiscono spontaneamente viragini: il Carducci scrive due viragini belle, e il D'Annunzio una grande razza di viragini alpestri.

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Fra le due forme parallele sembra che in questi ultimi anni sia venuto prevalendo virago. Per indicare una donna che ha caratteri prepotentemente maschili sembra molto adatto un nome che non solo include nella radice il concetto di virile, ma che termina con la desinenza o, spiccatamente maschile. Il guaio è anche qui la formazione del plurale. Come trattare questa parola? Come mano? o come le parole di recente formazione moto, radio ecc., che restano invariabili al plurale? Ungaretti ha scritto una volta «il suo amare le virago come fossero Ofelie». E può darsi che l'uso accetti questa forma. Anche se viragini corrisponda meglio alla struttura del nostro lessico.

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Epicentro

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Com'è noto, dal Settecento in poi nella lingua si sono infiltrate, con abbondanza sempre maggiore, le metafore tratte dalle diverse scienze, e sono ormai diventate così numerose che quasi non ce ne accorgiamo più. Quando parliamo di convergenza d'idee o di partiti, di eclissi di una certa industria, di atrofia di un ufficio, di pletora d'impiegati, adoperiamo altrettante parole scientifiche in senso figurato. E questa moda s'inquadra così bene nella tendenza a una sempre maggior divulgazione delle scienze, che sarebbe inutile lamentarsene.

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Dove invece i lamenti diventano giustificati, è quando i termini scientifici o tecnici sono adoperati a sproposito o in connessioni incongrue. Non siamo stati soli a lamentare l'assurdo geometrico delle convergenze parallele. Un altro termine che sta acquistando una immeritata diffusione è epicentro. L'epicentro, come si sa o si dovrebbe sapere, è quel punto della superficie terrestre in cui una scossa sismica giunge per prima e con maggiore intensità; e corrisponde all'ipocentro, che è quel luogo sotterraneo dove è avvenuta la frattura o lo slittamento di rocce che hanno provocato il terremoto alla superficie.

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Per che motivo, dunque, parlare dell'epicentro d'una crisi, dell'epicentro di una sommossa, invece che, più semplicemente e più correttamente, del centro? Non c'entrano le origini (figuratamente) sotterranee che la sommossa può avere. La ragione è piuttosto che centro è stato adoperato in troppi usi figurati, e perciò il vocabolo può sembrare ormai poco espressivo. Ma sostituirlo con epicentro è appiccicargli un fronzolo improprio, inutilmente vistoso.

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Bruno Migliorini


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