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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 03 novembre 1961
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8


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Sigle
[2]
L’odierno smisurato moltiplicarsi delle sigle origine a numerosi piccoli problemi linguistici.
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E, intanto, sono certo d’interpretare il comune sentimento dei lettori raccomandando agli enti stessi indicati con una sigla e ai giornalisti che li citano di ricordare spesso quale è il nome intero dell’ente.
[4]
Non dico che si debba ogni giorno dare per intero il nome dell’AGIP o della NATO, ma qualche volta , e tanto più spesso quanto l’ente è meno noto.
[5]
Un’altra raccomandazione mi sono permesso di fare in una precedente occasione: di scrivere con i punti le sigle che si pronunciano a lettere separate (D.D.T., K.L.M), e senza punti le sigle che si leggono come se fossero una parola comune (CIT, NATO).
[6]
Un amico che si occupa di questi stessi problemi, avendo sentito pronunciare mec’ (come in mecenate) anziché mec (come in meccanica), mi domanda se si può fissare una regola stabile.
[7]
Se fotografiamo l’uso, a me pare che in tutte le sigle che terminano in -c la pronunzia gutturale predomini di gran lunga: soltanto per le sigle che terminano in -ic si è fatta sentire l’analogia dei cognomi serbocroati in -ic’ (Pavlovic’, ecc.) che finiscono in palatale, e quindi il nome dell’ANIC (Azienda Nazionale Idrogenerazione Carburanti) si proferisce per lo più con c palatale.
[8]
(Strano, dirà qualcuno; perché allora i cognomi, per lo più di origine dalmata, come Millosevich, Billanovich ecc., si usano scrivere con ch finale? È una tradizione grafica molto antica dovuta al veneziano, in cui fino al Settecento si diceva ciaciarar e si scriveva chiachiarar).
[9]
Qualcuno potrebbe dire: poiché è bene tener viva l’equivalenza tra sigle e titolo intero, sarebbe più logico pronunciare gutturale la c se si tratta dell’abbreviatura di un nome che comincia con gutturale, e viceversa pronunciarla palatale se la parola comincia con c palatale.
[10]
Se si applicasse questa regola, il nome dell’agenzia ADIC si leggerebbe àdik in quanto vuol dire «Agenzia di informazioni culturali»; ma un’«Agenzia di informazioni cinematografiche» si dovrebbe leggere àdic’.
[11]
Confesso di non essere per nulla persuaso: anche se il nostro alfabeto lascia a desiderare su questo punto (perché una stessa lettera serve a indicare due suoni diversi), in ciascuna posizione le lettere c e g devono avere un valore fisso: e siccome le voci onomatopeiche come trac e patatrac e le non poche parole con c che abbiamo prese dal latino le pronunciamo con c gutturale (sic transit gloria mundi; hic Rhodus, hic salta; ad hoc, ecc.), così dobbiamo fare anche per quelle parole semitaliane che sono sigle.
[12]
Consiglierei dunque di leggere con la gutturale non solo sigle come G.
[13]
I.
[14]
O.
[15]
C.
[16]
(Gioventù Italiana Operaia Cristiana) e U.
[17]
I.
[18]
L.
[19]
C.
[20]
(Unione Italiana Lavoratori Chimici), non solo M.
[21]
E.
[22]
C., ma anche A.
[23]
N.
[24]
I.
[25]
C e E.
[26]
N.
[27]
I.
[28]
C.
[29]
(Ente Nazionale Industrie Cinematografiche) come se fossero scritti mek, ànik ed ènik; e così pure O.
[30]
N.
[31]
I.
[32]
G.
[33]
(Opera Nazionale Inabili di Guerra) si leggerà come in Gog, in zig zag e così via.
[34]
Invece, com’è ovvio, nelle sigle che si leggono a lettere separate C e G non possono valere che ci e gi: C.
[35]
C.
[36]
C., D.
[37]
C., C.
[38]
N.
[39]
A.
[40]
D.
[41]
G.
[42]
(Comitato nazionale per l’assistenza nei danni di guerra), ecc. ecc.
[43]
Paludato
[44]
Leggevo qualche tempo fa (e mi auguro che fosse un errore di trasmissione telefonica) di una nota politica di Mauriac «misurata, talvolta impaludata».
[45]
Che anche Muriac si sia qualche volta impaludato nelle secche della politica, può darsi; ma certo qui l’autore intendeva paludata.
[46]
Si tratta, com’è noto, di una parola ricavata dalle voci latine paludatus e paludamentum, le quali si riferivano al manto proprio dei generali, o comunque a vesti militari e sacrificali solenni (anche la dea Minerva era chiamata da Ennio paluda virago, per la sua veste militare).
[47]
Forse queste parole sono imparentate con le voci latine palla (che era una veste femminile) e pallium (da cui il nostro pallio): comunque certo non hanno a che fare con la palude.
[48]
Calepino
[49]
Si è parlato recentemente dei calepini di Pascarella e di ciò che se ne può ricavare per la ricostruzione della sua biografia.
[50]
E già il compianto Vincenzo Errante nel tradurre (egregiamente) una lirica di Banville aveva fatto dire ai Coniglini protagonisti «non disponendo di calepini non prendiamo appunti con zelo»; ma poi aveva accettato volentieri il mio suggerimento di mutare calepini in taccuini.
[51]
Mi pare che dobbiamo tener fermo il significato che calepino ha sempre avuto in italiano, per la fama di quel vocabolario di Ambrogio da Caleppio, il quale crebbe man mano, dalla prima edizione del 1502, redatta soltanto in latino, fino alle poderose edizioni poliglotte del Seicento e del Settecento: il significato di «grosso vocabolario, specialmente latino».
[52]
La parola ha preso, quando il vecchio vocabolario cadde in disuso, un colorito spregiativo e scherzoso, come nei notissimi versi del Cavaliere enciclopedico del Belli, che stava «a ricercar nel Calepin se Ancona si scrivesse con l’acca o senza l’acca», o come quegli altri del Pascoli, in cui vediamo uno scolare che alla fine delle vacanze «spolvera il badiale calepino».
[53]
Ma anche nei dialetti troviamo il significato di grosso volume, con sfumature spregiative: «libro voluminoso legato all’antica» (e anche «discorso che fastidio») lo definiscono i vocabolari calabresi.
[54]
Invece, in Francia la parola ha subìto un vero e proprio rovesciamento di significato: dopo che i calepini furono usciti dall’uso, la parola sopravvisse, e fu interpretata secondo la sua desinenza, come se fosse un diminutivo: di qui il significato di «libretto d’appunti, taccuino».
[55]
Significato che, in Italia, non abbiamo alcun motivo di accettare.
[56]
Bruno Migliorini

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