Sentence view

VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 03 aprile 1962
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page3
Column8


[1]
Gli anni sessanta
[2]
In questi ultimi tempi sono venute largamente di moda le espressioni «gli anni venti, gli anni quaranta, gli anni sessanta ecc., per indicare rispettivamente i decenni dal 1920 al a 1929, dal 1940 al 1949, dal 1960 al 1969, e simili. Di dove viene questa formula? mi hanno domandato alcuni lettori. E la questione è stata dibattuta nell'ultimo fascicolo testè uscito di Lingua nostra (marzo 1962).
[3]
Delle tre ipotesi che si potrebbero fare, mi sembra che si debba scartare quella che vorrebbe risalire all'inglese.
[4]
E' vero che in inglese è molto frequente la periodizzazione per decenni (the twenties, cioè «i venti» e simili: qualcuno scrive, senza necessità, the 'twenties' i «venti»), ma il tipico uso della parola «anni» non trova riscontro che in tedesco i (in den vierzigen Jahren) ovvero in russo (dvadçatye gody cioè «i ventesimi anni»).
[5]
A priori, data la molto maggiore influenza esercitata sull'italiano e sulle altre lingue occidentali dal tedesco, si potrebbe pensare piuttosto a un'influenza tedesca.
[6]
Ma già nel 1886 il visconte de Vogüé, nel suo volume Le roman russe, che ebbe notevole fortuna in Francia e in Italia, si scusava di usare in francese les «années quarante» aggiungendo: «Mi si permetta questo idiotismo; è passato dal russo nel francese corrente di Pietroburgo e di Mosca; evita una perifrasi; si adopera continuamente per evocare con una parola la fisionomia di una generazione, di un decennio, ai quali la Russia odierna fa risalire le proprie origini».
[7]
Da allora l'espressione fu adoperata sporadicamente dagli slavisti: in Italia contribuì certo a diffonderne l’uso Ettore Lo Gatto, che se ne servì nel secondo volume della sua traduzione (dal tedesco) del volume di Masaryk su La Russia e l'Europa (1925), e poi in molti altri scritti.
[8]
Come quest'uso si sia in questi ultimi due anni esteso dal ristretto campo degli slavisti agli ambienti più vari, non saprei proprio dire.
[9]
Tuttavia mi par certo che il passo del De Vogüé e l'attività del Lo Gatto costituiscano due capisaldi di questa espansione.
[10]
Plausibile
[11]
Mi domanda un lettore di questa rubrica se mi sembra «plausibile» una frase che gli è recentemente capitata sott'occhio: «L'avvocato ha affermato che manca un movente plausibile del massacro».
[12]
La qual cosa si risolve nel domandarmi fino a che punto bisogna tener conto dell'etimologia per giudicare del significato corrente delle parole.
[13]
In questo caso l'etimologia sarebbe assolutamente contraria: trattandosi di un massacro, il movente può meritare tutt'al più delle giustificazioni, delle attenuanti, ma non mai il plauso.
[14]
Ora, l'uso ha certo dei diritti, se non assoluti, certamente ben superiori a quelli dell'etimologia: e già da qualche secolo (e forse anche già in latino) plausibile tende a prendere un significato più debole che quello di «degno di plauso»: cioè, pressappoco, quello di «accettabile».
[15]
Ma la parola è ancora formalmente così vicina a plauso che sembra consigliabile evitare di usarla in un contesto in cui le parole contrastano così apertamente fra loro.
[16]
Smog
[17]
Chi cerchi questo vocabolo, ormai notissimo anche in Italia, nei vocabolari inglesi di qualche decennio fa, non lo troverà, perché è sorto solo verso il 1948, dalla sovrapposizione di smoke «fumo» e fog «nebbia»: è appunto quella nebbia compenetrata di residui neri di combustione che si forma spesso sopra le città industriali.
[18]
Come tradurre la parola?
[19]
Giacché in italiano simili combinazioni di pezzi di parole sono tutt'altro che raccomandabili, mentre in Inghilterra e ancor più negli Stati Uniti sono piuttosto frequenti (e si chiamano blendings «miscele» o portmanteau words «parole-valigia»), bisognerà piuttosto ricorrere a una parola del tipo porta-finestra «una porta che contemporaneamente serve da finestra».
[20]
Diremo perciò fumonebbia, tenendo conto che altri fenomeni meteorologici già erano stati designati in modo simile (gelofumo, gelonebbia, ecc.).
[21]
E procederemo nello stesso modo se ci capiterà di dover tradurre eli altri termini analoghi, ufficialmente adoperati negli Stati Uniti: smust cioè smoke+dust «fumopolvere», e simili.
[22]
Accolta
[23]
La parola accolta è già antica, e tuttora vive nel significato di «riunione, radunata» per lo più di persone (un'accolta di gente), ma anche di cose (far di nembi accolta, diceva già il Caro).
[24]
Essa è esattamente parallela a colta e raccolta, e non domanderebbe alcuno schiarimento speciale, se da qualche tempo un'altra parola vicina nel suono e nel significato non l'insidiasse.
[25]
Si tratta di accolito, che in senso proprio designa chi ha ricevuto uno degli ordini sacri minori, ma che è stato esteso al significato un po' spregiativo di «seguace, accompagnatore, tirapiedi» (l'on. Taldeitali coi suoi accoliti).
[26]
L'origine di quest'altra parola è del tutto diversa dalla prima, perché si tratta di un termine ecclesiastico greco.
[27]
Ma, come dicevamo, suono e significato assomigliano all'altro vocabolo, cosicché sui giornali meno accurati si legge non di rado un'accolita di postulanti, e simili.
[28]
Anche Gozzano nei Colloqui scriveva: «Ed il poeta, tacito ed assente - Si gode quell'accolita di gente».
[29]
Ma non mi pare che l'autorità di Gozzano basti a giustificare questo incrocio abusivo.
[30]
(Tra parentesi, oltre all'accolito o acolito, giuntoci attraverso la terminologia ecclesiastica, abbiamo il suo contrario, che è l'anacoluto, come termine grammaticale: l'accolito è quello che segue, l'anacoluto è quello che non seguita, che non continua regolarmente un periodo già incominciato).
[31]
Bruno Migliorini

Text viewParagraph view