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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 02 dicembre 1960


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Ambage
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Scrive un valente storico contemporaneo che un uomo politico sentiva disagio per «gli ambagi della via fino allora seguita».
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Nulla da obiettare per il significato: il singolare ambage, e più frequentemente il plurale ambagi, oltre che il significato figurato di «circonlocuzione», hanno in italiano, come già in latino, il senso proprio di «andamento tortuoso».
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Basti ricordare la nota frase che Dante adopera nel De vulgari eloquentia per le errabonde avventure di re Artù: «Artun regis ambages pulcherrimae», ovvero uno dei tanti esempi dannunziani, come i versi delle Laudi: «la danza - flngéa con ambagi infinite - il Laberinto cretese».
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Ma, come già mostrano questi due passi, la parola non è maschile, bensì femminile: solo (lo notammo un’altra volta a proposito di acme) il fatto che il vocabolo cominci per a e finisca per e non permette di sapere subito dalla sua forma di che genere è; e chi non lo sappia deve informarsi su quello che è l’uso tradizionale.
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Groviera
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È, come tutti sanno, il formaggio proveniente dalla piccola regione detta Gruyère, nella Svizzera romanda (e anche le più o meno riuscite imitazioni, perché il nome d'origine non è legalmente protetto).
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Quanto alla Gruyère e alla sua principale cittadina (Gruyères, con s finale), esse prendono il nome dai conti che nei primi secoli dopo il Mille le governarono: nel francese antico la parola gruyer (come pure il suo sinonimo verdier) indicava i giudici che sovrintendevano alle acque e alle foreste, e viene da un’antica voce germanica che significava «verde».
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Lo stemma della Gruyère, la gru, è uno dei tanti esempi di «stemmi parlanti»; per citarne solo un altro, ricordiamo il gallo della Gallura: l’ètimo del nome della subregione sarda è incerto, ma comunque sembra escluso ogni rapporto originario con il gallo re del pollalo o con i Galli della Gallia.
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Province o provincie?
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È uno di quei casi in cui l’ortografia italiana oscilla.
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Vi sono grammatiche e vocabolari che consigliano solo la prima forma, altri soltanto la seconda; e i tipografi, giustamente si lagnano ora delle discordanze degli autori, ora delle lamentele di questi, se i revisori tipografici ardiscono fare qualche ritocco.
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Visto che per la terminazione dei plurali in cia e in gia non ci si può appellare all’uso, anche perché si tratta di un problema quasi esclusivamente grafico, la difficoltà sta nel fissare la regola.
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I grammatici sostanzialmente seguono una delle due strade seguenti.
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1) O consigliano in generale ce e ge, facendo eccezione solo per un certo numero di casi, quelli in cui può sorgere equivoco (camicia - camicie, da non confondere con camice) e quelli in cui già il vocabolo presentava la i in latino, e quindi non è sempre assorbita dalla consonante precedente, ma può riacquistare pieno valore sillabico (per esempio fiducie, egregie, che possono nel verso essere considerate parole sdrucciole di quattro sillabe).
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2) O invece, consigliano di seguire senza eccezioni questa regola: se le terminazioni eia e gia sono precedute da vocale, si scriva eie, gie, se sono precedute da consonante (anche le stesse ce g raddoppiate, oppure sc) si scriva senza i: non solo audacie, ferocie, ma anche ciliegie, valigie; e invece pance e anche province.
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Quale di queste due regole si deve preferire?
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Senza dubbio la prima è storicamente più giustificata, ma ha questo enorme inconveniente, di esigere per essere applicata la conoscenza del latino (o, in difetto di questo, lo studio di lunghi elenchi).
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Ora, qualunque sia stata o sia l’importanza del latino nella nostra lingua e nella nostra cultura, non mi sembra lecito che alcuna regola grammaticale italiana sia formulata in modo «ancillare», rimettendo cioè la scelta a distinzioni fondate sul latino.
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Accetterei perciò senz’altro la seconda formulazione, che nella grande maggioranza dei casi lo stesso risultato della prima, ma è in grado di essere applicata anche da un bambino delle prime classi elementari.
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E, di conseguenza, scriverei anche province.
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Ma perché, domanda qualche settentrionale, non si fa un’eccezione per fascie e striscie?
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Certo chi pronuncia fassie, strissie (invece che fasce e strisce con il suono corretto di sc) sente la mancanza della i: ma si tratta di una pronuncia semidialettale, che non può far norma.
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Meglio dunque fasce, strisce.
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Apparentemente
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Poco prima del trionfo elettorale di Kennedy, un grande giornale di Nuova York lo indicava ancora (secondo la frettolosa traduzione di qualche nostro quotidiano) come «apparentemente» vincitore.
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Ma il nostro apparentemente non rende bene la voce inglese parònima apparently: noi, dicendo apparentemente, sottintendiamo che «l’apparenza inganna» (o può ingannare), mentre il vocabolo inglese vuol dire «evidentemente», «ovviamente», «a quel che si vede» senza che ciò implichi alcuna opposizione con ciò che veramente è.
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(Anzi, quello che i nostri astronomi chiamano tempo vero, è in inglese apparent time).
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Bruno Migliorni

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