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Corago
Nei necrologi del compianto Bragaglia si è ricordato il titolo di coràgo che egli stesso più volte si era dato, preferendolo a quello di regista, comparso nel 1932 e rapidamente diffusosi. In due articoli dell’Italia letteraria del 1932 e del 1934, egli aveva citato quel Leone de’ Sommi, «regista, che in quel tempo e per due secoli ancora, si disse classicamente corago», e aveva ricordato i vari tentativi di tradurre régisseur, non tanto nel significato originario francese (che più o meno significa «aiutante del direttore»), quanto in quello preso dalla terminologia teatrale tedesca e russa. E in particolare citava qualche scrittore neoclassico, come l’abate Perrucci, che aveva applicato il nome di corago al direttore artistico.
Tuttavia si trattò d’una esumazione erudita, che non ebbe mai, che io sappia, fortuna nella vita teatrale effettiva. Né del resto, il vocabolo si prestava molto allo scopo. Anzitutto per la diversità di significato da quella che la parola aveva nell’antichità greca: il corègo (o, in forma dorica e attica il coràgo) era il cittadino a cui era affidato ufficialmente l’incarico di assumere le spese di un coro lirico o di una intera rappresentazione drammatica, e solo secondariamente il direttore del coro. Poi c’è un altro fattore di cui bisogna tener conto per chi tenta di esumare parole antiche adattandole alle esigenze moderne: no vi erano altre parole con terminazione affine su cui appoggiarsi nell’uso.
Del resto, Bergaglia non insistette, e adoperò lui stesso non di rado regista, maestro di scena, direttore artistico.
E continueremo a dire corègo o coràgo solo riferendoci all’antica Grecia.
Estrogeno
Le recenti polemiche sull’industria avicola hanno messo di moda questo termine, che prima era esclusivamente tecnico, e riferito a quelle sostanze che producono nelle femmine il «calore», ossia l’«estro» venereo. La parola non ha dunque nulla a che fare con altri termini in cui il componente estro ha un diverso significato, quello di «fuori»: estromettere, estroflesso, o per citare un altro termine diffusosi grazie alla psicanalisi, estroversione.
I Greci chiamavano oistros il «tafano», e metaforicamente davano alla parola il senso di «folle veemente pazzia», come quella dei bovini punti dai tafani; anche negli scrittori latini oestrus oltre al significato proprio di «tafano» ha quello di «entusiasmo, furore poetico», e negli scrittori cristiani quello di «foga amorosa». (Del resto il nome più propriamente latino del tafano, asilus, è diventato il nostro assillo; e il Petrarca parla di amorose vespe per indicare la passione amorosa).
A questo significato si sono riferiti i naturalisti nel coniare (nel nostro secolo) il termine estrogeno.
Nominare
Nel darci notizia delle varie tappe per cui si viene preparando l’elezione del Presidente degli Stati Uniti non sempre i corrispondenti dei giornali sono sfuggiti all’insidia di uno di quei «falsi amici» (o «paronimi», come li chiamano i linguisti) che rendono così difficile l’opera dei traduttori: parole la cui veste esterna è analoga, ma il cui significato è più o meno diverso. Se la «convenzione» democratica ha «nominato» Kennedy come Presidente, è ovvio che non ha fatto altro che designarlo ufficialmente cocandidàto alla Presidenza.
Ma ormai in italiano non possiamo più adoperare nominare con questo significato, mentre dal Quattrocento al Seicento si poteva benissimo farlo; negli scritti di quei secoli non di rado troviamo la parola per indicare quella designazione che alcuni sovrani avevano il diritto di fare al Pontefice, suggerendogli qualche nome per il cardinalato: per esempio, monsignor Della Casa ringraziava il re di Francia per « la benignità che V. M. Cristianissima si è degnata di usar meco, nominandomi a Nostro Signore tra quelli ch’ella reputa degni d’esser Cardinali».
L’inglese ha mantenuto vivo questo significato, beninteso accanto all’altro di «scegliere uno per una data carica»; invece l’italiano l’ha perduto, e non può dire altrimenti che designare.
Convergenze parallele
Purtroppo confesso d’aver dimenticato gran parte della geometria imparata nei miei anni liceali: ma ne ricordo abbastanza per sapere che le linee convergenti non possono essere parallele. Eppure, nei giorni della crisi, si è più volte parlato delle convergenze e dei parallelismi dei partiti laici con la Democrazia cristiana, senza troppo pensare al significato originariamente geometrico delle due parole: convergere vuol dire ormai vagamente «mirare a scopi analoghi» e parlando di linee parallele su cui i vari partiti si muovono si vuol solo alludere alla loro somiglianza e indipendenza.
Anche se la vecchia retorica che severamente vietava l’uso incongruo di una o più metafore è stata messa nel dimenticatoio, ci sembra che chiunque pensi con la propria testa e non secondo formule stereotipate debba rimaner male leggendo che il rimpasto è prossimo al varo, che a un certo specchietto è difficile abboccare, o che in una tappa un po’ fiacca i «leoni» corrono col contagocce. Sono frasi che ho lette davvero: e può anche darsi che sia autentica quella che si cita, di una stella in erba che canta con mano maestra ...
Bruno Migliorini
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